La nonna che nutriva due gemelli affamati — vent’anni dopo arrivarono da lei due Lexus — Le è cadut…

Signora, le è caduta una patata.

Nonna Antonietta Salvetti si voltò. Davanti a lei stavano due ragazzini uguali, magri, nellinverno milanese, con le giacche troppo grandi addosso. Uno raccolse la patata dal selciato, la strofinò sui suoi jeans rotti e la porse. Laltro teneva gli occhi fissi sul vassoio di patate bollite, come se non mangiasse da giorni.

Grazie ragazzi. Ma che ci fate sempre qui vicino? È già la terza volta che vi vedo.

Il maggiore fece spallucce:

Così, per caso.

Antonietta conosceva quel per caso. Avvolse due grosse patate in un foglio di giornale, aggiunse un cetriolo sottaceto.

Se domani tornate, vi fate dare una mano con le cassette, daccordo?

I due afferrarono il pacchetto e sparirono senza una parola.

Quella sera, mentre Antonietta trascinava un pesante bidone dacqua, i due riapparvero; in silenzio, le tolsero il peso e lo trascinarono loro. Il maggiore frugò in tasca, tirò fuori due vecchie lire consumate.

Sono di papà disse piano Era panettiere, poi è morto. Non le diamo via, ma gliele facciamo vedere.

Antonietta capì: quello era tutto ciò che avevano.

Stefano ed Egidio venivano ogni giorno. Lei li sfamava con quello che riusciva a portare da casa; loro portavano cassette, aiutavano. Mangiavano in fretta, senza alzare mai lo sguardo.

Un giorno lei chiese:

Dove dormite?

In cantina, a via Manifattura rispose Egidio. È asciutta, non si preoccupi.

Come faccio a non preoccuparmi… Ecco perché domando.

Stefano alzò la testa di scatto:

Non siamo accattoni, signora. Quando cresceremo, apriremo un forno nostro. Come papà.

Antonietta annuì. Non chiese altro. Vide che sapevano tenere duro. Avevano una disciplina di ferro.

Ma al mercato, il custode, Vittorio Cusimano, aveva iniziato a darle fastidio. Sua moglie vendeva baccalà e sardine sotto sale nessuno comprava, mentre dalla signora Antonietta cera sempre la fila. Lui passava mugugnando:

La benefattrice, eh? Dai da mangiare ai barboni?

Fatti tuoi.

No, signora, è affar mio. Io qui ci devo mettere ordine.

Prendeva appunti su un taccuino, studiava i ragazzi con uno sguardo viscido. Antonietta sentiva che tramava qualcosa. Ma non immaginava fino a che punto.

Tutto avvenne di mercoledì. Davanti al suo banchetto si fermò una volante, ne scesero due donne e un carabiniere. Stefano ed Egidio stavano piegando le casse si immobilizzarono all’istante.

Stefano ed Egidio Covelli?

Sì rispose il più grande.

Preparatevi, ragazzi. Ora venite con noi in istituto.

Antonietta piombò in avanti:

Dove pensate di portare questi ragazzi? Loro lavorano con me, sono io che li seguo!

State sfruttando dei minori disse una delle donne, indicando con il mento Vittorio Cusimano, che li fissava da lontano braccia conserte . Abbiamo ricevuto una segnalazione. I bambini devono essere affidati allo Stato.

Io non li sfrutto, li nutro!

Zia Toni, lasci stare sussurrò Stefano. Non si metta contro di loro.

Egidio taceva, stringendo i pugni. Gli misero una mano sulla spalla e lo guidarono verso lauto. Antonietta corse dietro, aggrappandosi alla manica della donna:

Aspettate! Posso fare richiesta di affido, io

Lei è pensionata. Si faccia da parte. I ragazzi verranno divisi, ciascuno in una struttura.

Divisi?!

Ma le portiere sbatterono. Antonietta rimase immobile in mezzo al mercato, e negli occhi di Stefano, incollato al finestrino, lesse solo un grazie muto.

Vittorio Cusimano passò fischiettando soddisfatto.

Ventanni passarono.

Antonietta Salvetti non vendeva più patate. Viveva sola ai margini di un borgo lombardo, tirando avanti con la minima pensione. Pensava spesso ai ragazzi: saranno ancora vivi? Si saranno ritrovati? A volte li sognava: seduti al suo banchetto, divoravano patate, mentre lei li accarezzava.

Vittorio Cusimano abitava lì vicino. Invecchiato, non aveva perso il vizio di pungerle il fianco. Se la incontrava le diceva, col suo ghigno:

Ancora a pensare ai tuoi sciuscià, Antonì?

Lei taceva. Aveva esaurito la forza per rispondere.

Una domenica, mentre Antonietta lavorava nellorto, dal cancello entrarono due auto lussuose, nere, lucide, mai viste in paese. I vicini si affacciarono, curiosi.

Le auto si fermarono proprio davanti a casa sua. Ne scesero due uomini in giacca; alti, somiglianti, stessa voglia sotto locchio sinistro. Antonietta lasciò cadere la zappa, il fiatone le mozzò il respiro.

Zia Toni?

La voce tremava. Lei li riconobbe dagli occhi gli stessi di ventanni prima.

Stefano…?

Lui annuì. Egidio le stava vicino, in silenzio, ma le labbra sorridevano. Poi Stefano fece un passo avanti, tirò fuori da sotto la camicia una catenina: cera attaccata la vecchia lira. Quella.

La teniamo sempre con noi. Noi due, insieme.

Antonietta li strinse contro di sé; rimasero così a lungo, temendo di svegliarsi.

I vicini li scrutavano senza capire. Poi Egidio, voltatosi, si asciugò il viso:

Tre anni abbiamo impiegato a trovarla, sa? Il mercato non esiste più, la gente se nè andata. Abbiamo cercato nei vecchi archivi, nelle anagrafi. Ormai pensavamo di averla persa.

Stefano le prese la mano:

Siamo venuti per portarla via con noi. Abbiamo panifici, diciassette negozi. Abbiamo ricostruito il mestiere di papà da zero, insieme. Allora ci divisero, ma ci siamo ritrovati, siamo scappati, ricominciato da capo. Tutto il tempo abbiamo ricordato come ci ha salvati lei ci ha dato tutto quando nessuno più guardava.

Ma ragazzi io sto bene qui, davvero

Bene? Egidio guardò la casa traballante. Zia Toni, lei condivideva con noi lultima pagnotta. Ora tocca a noi. Verrà a vivere da me. O da Stefano. È da una settimana che ci litighiamo per questa decisione.

Lui vive vicino agli ospedali disse Stefano ma io ho il giardino più grande, coi ciliegi.

Presero a parlare e ridere insieme, come due bambini. Antonietta si commosse, pianse senza voce.

Dal cancello sbirciava Vittorio Cusimano, attonito. Guardava le auto, i ragazzi in abito elegante, senza capire. Stefano lo notò, si avvicinò.

Lei è Vittorio Cusimano? Il custode del mercato?

Luomo annuì.

È stato lei a mandarci via, vero?

Silenzio. Poi lanziano scosse il mento.

Dovevo rispettare la legge. I bambini non si sfruttano.

Egidio sorrise amaramente:

Eppure… Se non fosse stato per lei, saremmo rimasti in quella cantina. Ci divisero, ci ritrovammo dopo sei anni, siamo fuggiti, abbiamo costruito tutto da capo. A modo suo, ci ha cambiato la vita.

Stefano tirò fuori un biglietto da visita, lo porse a Vittorio:

Ecco, tenga. Cerchi il nostro indirizzo. Noi non serbiamo rancore. Non tutti sono così.

Vittorio Cusimano spinse il biglietto tra le dita tremanti, lesse: Forno Covelli & Covelli. Gli si sciolse il viso, si incamminò via, piegato come se portasse un macigno invisibile.

Antonietta impacchettò poche cose in mezzora. Non aveva molto. Stefano ed Egidio la aiutarono a salire sul sedile posteriore, l’avvolsero in una coperta.

Quando le auto partirono, Antonietta si voltò. Alla finestra di casa Cusimano apparve una sagoma: luomo osservava, ma il suo sguardo non era né rancoroso né fiero. Era solo vuoto, vuoto di chi passa la vita a fare dispetti e resta poi con niente.

Zia Toni Stefano la guardò nello specchietto. Si ricorda la promessa di aprire un forno?

Me la ricordo.

Il principale lo abbiamo chiamato Da Zia Toni. Ogni giorno offriamo pane ai bambini che non hanno casa. Ché almeno uno, di giorno in giorno, non passi mai a stomaco vuoto.

Antonietta chiuse gli occhi. Ventanni prima aveva diviso due patate con due ragazzi affamati, senza mai voltarsi dallaltra parte. E loro, alla fine, le restituirono tutto col cuore e con gli interessi.

Le auto lasciarono il paesino dietro di loro. Davanti, per la signora Antonietta, iniziava una nuova vita. Quella che aveva meritato semplicemente perché era rimasta umana.

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