Al posto mio
La matrigna di Lisa vedeva benissimo che la ragazza non voleva sposare il vedovo, non perché avesse una figlia piccola, né per via delletà, ma perché lo temeva profondamente. Il suo sguardo penetrante la faceva tremare, come se una lama le trafiggesse il cuore, che iniziava a battere forte, come desiderasse scappare. Gli occhi di Lisa fissavano il pavimento, evitava di sollevare lo sguardo, e quando si decideva a incrociare gli occhi di qualcuno, si vedeva subito che erano pieni di lacrime. E queste lacrime le scendevano veloci sulle guance arrossate dalla vergogna. Le mani le tremavano, e i pugnetti sembravano voler respingere la matrigna e lo sposo prescelto per lei.
Ma la lingua, traditrice, maledetta, parlò da sola: «Va bene, accetto».
«Ecco fatto,» rispose la matrigna. «In una casa così, con un uomo così, non andare sarebbe un peccato! Con la prima moglie lui soffiava pure sulla polvere, lei era debole, sempre malata, tossiva continuamente. Uscivano, lui faceva tre passi, lei uno, poi si fermava a riprendere fiato, e lui la abbracciava, la calmava, mai una parola sgarbata, non era come tuo padre, sempre fuori di sé.
Quando lei aspettava la bambina, nessuno la vedeva quasi mai in giro. Sempre a letto, e dopo il parto lui si alzava ogni notte per la piccola, mentre lei si spegneva piano. Sua madre ne parlava sempre così.
«E tu sei piena di salute, lui ti sistemerà nellangolo più bello della casa. Sei brava, abituata al lavoro, sai fare tutto, dalla falce al telaio. Non è giusto darti a un giovane, loro hanno ancora la testa tra le nuvole, non sanno quello che vogliono. Questo qui è trasparente, lo conosciamo tutti.»
«Preparerò anche la grappa, staremo insieme una sera, ma al vedovo il matrimonio non serve, non si devono turbare i morti con le danze. Non devi pensare alla dote, ha detto che in casa non manca nulla.»
Federico aveva sposato la prima moglie, Vera, per amore, nonostante tutti sapessero che lei era fragile e malata. La madre di Federico glielo aveva detto tante volte: «Tu sei un uomo forte, ti serve una donna che regga la casa, non una debole come lei». Ma nessuno lha mai convinto, né la gente né la ragione, voleva solo Vera.
In paese dicevano che qualcuno gli aveva fatto una fattura, perché solo qualcuno stregato avrebbe scelto una vita di sofferenze e malattia. I medici dicevano che Vera aveva i polmoni compromessi, ogni raffreddore diventava polmonite o asma, e non si poteva sapere cosa sarebbe successo.
Federico credeva che il suo amore sarebbe bastato a scacciare la morte di casa, lavrebbe curata e protetta, e la malattia sarebbe scomparsa. Per un po andò tutto bene, dopo le nozze. Erano felici, giovani, innamorati, non si stancavano di dirsi quanto fossero fortunati.
Ma poi Vera rimase incinta, e fu come se le avessero rubato tutte le forze: stanca, sempre assonnata, non riusciva nemmeno a pettinarsi i lunghi capelli, figurarsi lavare o mungere la mucca. I medici dicevano che era solo la gravidanza, che dopo il parto sarebbe tornata come prima.
Federico si occupava di tutto con amore, senza mai lamentarsi. Sua madre invece lo rimproverava giorno e notte di aver portato a casa una donna incapace. Ma lui difendeva la moglie come una madre protegge il suo nido, e arrivò pure a chiedere alla madre di stare lontana da casa loro.
Quando nacque la bambina, Federico sperò che la felicità e la forza sarebbero tornate. E per poco fu davvero così. Ma Vera un giorno prese freddo e non si riprese più. Videro che si stava spegnendo, la portarono in ospedale dove il medico parlò chiaro: «Signora, i suoi polmoni non funzionano più». Vera sapeva che le restava poco, e cercava di non mostrare la sua angoscia. Forzava sorrisi che erano solo smorfie dolorose, le labbra tentavano di rassicurare ma gli occhi tradivano la paura e il terrore per il futuro di sua figlia.
Il suo corpo si era consumato, magrissima, con le spalle affondate e le mani secche. La morte era lì, a un passo. Un giorno chiese a Federico di ascoltarla.
«Non cè niente che possa fermare il destino. Ho lottato quanto ho potuto, ora non ho più forza. Chiedo perdono a te e a nostra figlia. Sono nata tra le sofferenze, e a voi ho portato solo dolore.»
Federico prese le sue mani febbrili e iniziò a baciarle. Dal respiro capì che le rimanevano pochi minuti. Lei iniziò a parlare della sua paura per la figlia, delle sue preoccupazioni, parlava con foga, poi tirò il fiato e disse piano:
«Sposa Elisabetta, sarà una buona moglie per te, sarà una brava mamma per nostra figlia. Sei un ottimo papà e marito, senti alla tua Vera: Elisabetta ha sofferto tanto con la matrigna, tra sorellastre e un padre ubriacone. So che non farà mai del male alla bambina. Amala come hai amato me. Trattala come se io fossi in lei, accanto a te. Ti chiedo scusa per queste parole, ma il mio cuore muore pensandola sola. Il resto, lascialo decidere a Dio. Ma ricorda: non far mai soffrire nostra figlia, altrimenti ti maledirò da lassù».
Disse queste parole con tutta la forza che aveva, stringendo la mano di Federico. Lui pianse, le lacrime riempivano gli occhi, e sentiva che lamata se ne stava andando. Il volto dolce, sereno, con un mezzo sorriso, fissava un punto lontano. La sua mano stringeva ancora la sua.
Federico la baciò dalla testa ai piedi, piangendo e promettendo di fare tutto ciò che lei aveva chiesto. E così, dopo un anno dalla morte di Vera, Federico decise di chiedere la mano di Elisabetta.
La matrigna fu preparata dalla suocera di Federico, che anche lei voleva una brava mamma per la nipote. La donna non stava bene e temeva di morire, desiderava solo che la bambina e suo genero si sistemassero. Sapeva tutto quello che Federico aveva sofferto, e per come aveva trattato la figlia, avrebbe subito ringraziato Dio in ginocchio.
Il fidanzamento sembrò passare in un sogno. Vedendo come la figlia soffriva senza una mamma, decise di fare come Vera gli aveva chiesto. Da tempo osservava Elisabetta, la trovava gentile, obbediente, bella, e con qualcosa che gli ricordava la moglie: la stessa treccia, lo stesso sorriso, la stessa camminata.
A volte desiderava avvicinarsi, abbracciarla forte e, in silenzio, sentirsi vicino alla moglie che aveva perso. Elisabetta stessa non capiva perché aveva accettato di sposare Federico. Forse era stanca di essere la serva della matrigna, di riportare a casa il padre ubriaco, di subire gli insulti delle sorellastre. O forse aveva pena per la figlia di Federico.
Accettando, sapeva però che lattendeva una prova difficile: riuscire ad amare Federico, e farsi amare da lui.
Dopo il fidanzamento Federico volle avvicinare di più la figlia ed Elisabetta. Vera non usciva quasi mai, era sempre accanto alla piccola. Amava ogni istante, anche la notte il marito la trovava piegata sul lettino, a sussurrare qualcosa come consigli per il futuro di sua figlia.
Federico non riusciva a pensare a quelle scene senza piangere. La bambina, Alina, era molto legata a casa, non si avvicinava mai a estranei, il suo piccolo mondo erano il papà, la mamma, la nonna e una vecchia zia sempre burbera.
Federico portò Elisabetta a casa sua perché potesse conoscere la figlia. Voleva che passassero un po di tempo insieme, senza che la matrigna troppo allegra disturbasse, come una che finalmente si libera della mucca che non dà latte.
Elisabetta, sola con Federico, parlava poco, ma notò che lui era sempre gentile, mai burbero. Lui le chiese con franchezza se avesse già qualcuno nel cuore, dicendo che in quel caso avrebbe fatto un passo indietro. Della promessa fatta a Vera, però, Federico non disse nulla.
La casa sbalordì Elisabetta: bellissimi mobili fatti a mano, tanti quadri ricamati in eleganti cornici di legno lucido, stanze grandi e luminose. Appena la bambina vide Elisabetta si comportò in modo strano, non si spaventò, anzi, si mise a fare la civetta.
Alina le portò tutte le sue bambole, chiedendole di giocare. Cercava sempre di toccarle la mano, guardandola con curiosità e ogni tanto le sorrideva. Elisabetta, durante il gioco, labbracciava, sistemava i suoi bellissimi capelli, proprio come aveva visto fare alla madre.
«Dai, adesso ti faccio una pettinatura da principessa», propose.
Federico osservava i loro giochi, il modo in cui si parlavano, e sentiva il cuore gonfio di gioia e commozione. Aveva paura di portare Elisabetta in casa, perché Alina continuava a chiedere della mamma, guardava fuori dalla finestra, come se la cercasse. Quando sentiva qualcuno entrare, correva immediatamente sperando che fosse tornata la mamma.
Federico aveva provato a spiegarle, ma Alina aveva quasi quattro anni: a quelletà la sua anima non cercava spiegazioni, ma solo labbraccio e la dolcezza della madre. Federico sapeva che, per quanti sforzi facesse, il suo affetto non avrebbe mai sostituito le carezze, i gesti, il calore di una mamma.
Temeva anche di illudersi su Elisabetta. Ma quando vide Alina fare il broncio, quasi pronta a piangere perché Elisabetta se ne andava, si sentì finalmente sereno.
Alina prese la mano di Elisabetta, la portò in camera sua, tolse il copriletto e, come una vera padroncina, sistemò i cuscini, saltando subito sul letto dalla gioia.
Elisabetta si ricordò di quando arrivò la sua matrigna, degli anni in cui veniva rimproverata per un tozzo di pane, quando la matrigna nascondeva i dolci per le sue figlie, la sgridava se sbagliava a fare i lavori più pesanti, le faceva indossare abiti rattoppati già usati, le lasciava riportare a casa il padre ubriaco e lei, per compassione, lo copriva con la sua coperta. Ricordò anche quando la matrigna avevano detto che lavrebbe mandata via come una bestia da buttare e la maledisse ripetutamente. Con la voce spezzata, si avvicinò ad Alina, la abbracciò fortissimo, si sdraiò accanto a lei e Alina si addormentò profondamente, felice.
Federico, commosso, non sapeva come comportarsi con Elisabetta. Bevvero del tè insieme, si scambiarono solo sorrisi e sguardi. Federico decise che non lavrebbe lasciata tornare a casa della matrigna. No, Elisabetta doveva restare, perché una moglie deve stare col marito, non tornare dove non è la benvenuta.



