15 ottobre 2023
Oggi mi sento ancora come se stessi percorrendo una strada secondaria, mentre il treno principale è già sparito lontano. La mia routine è un susseguirsi di mattinate con il pulmino verso il magazzino di materiali edili ai margini della nostra piccola cittadina di San Benedetto, rotoli pesanti di isolante, fatture da sistemare, pranzo a base di minestra e farro nella mensa della base, sera davanti al televisore e qualche incontro raro con gli amici al bar vicino alla stazione degli autobus. Ho trentatré anni, mi chiamo Andrea, e tutti sembrano credere che la mia vita sia più o meno in ordine.
Abito una stanza in un vecchio palazzo di mattoni di fronte alla scuola dove ho passato gli anni di liceo. La padrona di casa è una signora pensionata dal viso asciutto, che vive nella stanza accanto e non perde occasione per raccontare i suoi malanni e i prezzi dei farmaci. Io la ascolto a malapena, annuisco, e penso ad altro. Sulla parete sopra il letto cè un poster sbiadito che mostra una grande metropoli: torri di vetro, un ponte, il fiume e le luci notturne. Lho comprato subito dopo il servizio militare, al mercato, e lho portato con me in ogni appartamento in affitto. A volte, quando mi addormento, mi immagino a camminare per quelle strade, sconosciuto, libero, come un turista o un eroe di film.
La realtà è più semplice. Al magazzino sono registrato come magazziniere, lo stipendio arriva in ritardo, il capo alza sempre la voce e gli amici parlano sempre più spesso di mutui e rate. Una sera, mentre la padrona si lamentava ancora per la pressione alta, mi sono accorto di non sentire più le sue parole. Dentro di me si stava formando una decisione, ancora senza parole, ma insistente come un prurito.
Una settimana dopo ho comprato un biglietto del treno per la capitale. Al lavoro ho detto che mi dimettovo, che avevo trovato unopportunità migliore nel settore della logistica. Il capo ha sbuffato, alzato le spalle e mi ha augurato buona fortuna. Alla padrona ho spiegato che partivo per lavoro, lei ha agitato le mani, ma non ha discusso. Ho poco bagaglio: due valigette con vestiti, un vecchio portatile, qualche libro. Il poster della città lho arrotolato con cura e messo sopra.
Sul treno mi sono seduto vicino al finestrino, osservando i campi, i villaggi sparsi, le stazioni di servizio che si susseguono. Nella testa dipingevo scenari di un futuro diverso: troverò un lavoro magari allinizio come corriere o fattorino, poi qualcosa di più stabile; prenderò una stanza, passeggerò per il centro, entrerò in caffè, andrò a concerti. Forse incontrerò qualcuno. Nei grandi centri, così credo, le cose accadono da sole.
Allalba, quando il treno è entrato nella capitale, ho premuto la fronte contro il vetro. Davanti a me si estendevano blocchi grigi, incroci, cartelloni pubblicitari; il cielo era basso e piombo. Sul marciapiede della stazione mi ha colpito laria fredda e lodore di ferro dei binari mescolato al caffè degli sportelli automatici. La gente correva, trascinava valigie, parlava al cellulare. Nessuno mi aspettava.
Sono uscito sulla piazza davanti alla stazione e per un attimo mi sono sentito smarrito. Auto, autobus, annunci ad alto volume, gente che mi eludeva come un ostacolo. Nel taschino avevo la conferma stampata di un ostello economico in centro, dove avrei dovuto arrivare con la metro. Ho tirato fuori dalla borsa uno schema dei percorsi, stampato a casa, con linee colorate intrecciate e fermate dai nomi sconosciuti. Dovevo trovare la mia, una con una parola lunga e difficile.
Nella metro sono sceso, spinto dal flusso. Il vagone era affollato, caldo, impregnato di sudore umano e profumo di profumo. Le voci si mescolavano in un ronzio. Mi sono aggrappato al corrimano, fissando i nomi delle fermate che scorrevano sui pannelli. Il brivido dellemozione cresceva dentro di me. Ecco il sentimento che sognavo: sono un punto minuscolo in una città immensa, e tutto sta per cominciare.
Lostello era in un vicolo vicino al Cerchio. Un edificio vecchio con intonaco scrostato, porta di ferro con serratura digitale; dentro un corridoio stretto, linoleum lucidato e odore di detersivo. Il receptionist, un giovane magro con una coda di cavallo, ha registrato i miei documenti, mi ha dato la chiave dellarmadietto e mi ha mostrato il letto in un dormitorio per otto persone. Sopra ogni letto pendeva una tenda, sul comodino una lampada da tavolo.
I primi due giorni ho girato per la città, cercando di memorizzare le vie. Ho controllato gli annunci di lavoro sul cellulare, ho chiamato le agenzie. Mi dicevano ti ricontatteremo o chiedevano di inviare il curriculum via email. Le gambe mi facevano male la sera, il taschino si vuotava di una banconota dopo laltra. La sera, nellostello, mi sono steso sul letto, ho ascoltato il russare del compagno di stanza, le risate provenienti dalla camera accanto e ho pensato che, per ora, le cose andavano bene. Così doveva andare.
Il terzo giorno ho fatto lintervista in una società di logistica, il cui ufficio si trovava in un moderno complesso sul fiume Tevere. Mi ha accolto una giovane donna in una camicetta impeccabile, mi ha posto qualche domanda, ha osservato il mio curriculum. Ha promesso di darmi una risposta entro una settimana. Uscito dalledificio, mi sono fermato un attimo davanti alle porte di vetro, guardando lacqua, e ho deciso di tornare a piedi verso la metro.
Una pioggerella ha iniziato a cadere; ho alzato il colletto della giacca e accelerato il passo. Allangolo, davanti a una vetrina di quadri astratti, mi sono fermato. Dentro cera una galleria. Pareti bianche, luce intensa, gente con calici di vino. Attraverso il vetro ho intravisto una donna alta in un vestito nero, che rideva con la testa indietro. Mi sono fermato, quasi come davanti a una televisione. Nella mia città di provincia non cera nulla di simile: le opere erano solo nei centri culturali, e quelle erano vecchie e impolverate.
Stavo per riprendere il cammino quando la porta della galleria si è spalancata e fuori è uscita quella donna. Ha acceso una sigaretta, coprendo la fiamma con la mano. I suoi capelli biondi, raccolti in un disordine elegante, erano incorniciati da una sottile catena al collo. Ha notato che la stavo guardando e ha sorriso con gli angoli delle labbra.
Entra, ha detto. Stiamo facendo linaugurazione, ingresso libero.
Sono rimasto timido, ma ho varcato la soglia.
Non ho labbigliamento giusto, credo, ho balbettato, guardando i miei jeans e la giacca.
Tranquillo, ha risposto, soffiando il tabacco. Qui non cè codice di abbigliamento. Io sono Orsola. E tu?
Andrea.
Piacere, Andrea. Vieni, lartista sarà felice di avere un occhio in più.
Mi ha afferrato per il gomito, leggero come se conoscesse già la mia mano, e mi ha trascinato dentro. Lodore di vino mescolato a quello di vernice fresca mi ha avvolto. Le persone parlavano a gruppi, ridevano, osservavano i grandi pannelli con silhouette sfocate di gente in città; solo luci, finestre e figure indistinte. Mi sono fermato davanti a uno di quei quadri e ho sentito come se mi guardasse da fuori.
Ti piace? Orsola si è fermata accanto a me, guardando il dipinto.
Strano, ho risposto. Un po inquietante.
È bene. La paura è una risposta onesta, ha detto, voltandosi verso di me. Sei qui da solo?
Sì. Sono appena arrivato, dalla provincia.
Capisco. Nei suoi occhi cera curiosità. E che fai in questa città così aspra?
Lavoro cerco lavoro. Prima ero magazziniere.
Romantico, ha riso. Io sono curatrice, gestisco artisti, progetti, gallerie. È il mio terreno di gioco.
Ha tracciato con la mano laria, delineando uno spazio.
Sei fortunato ad essere entrato. Oggi è una lenta immersione nella cultura.
Un uomo in camicia nera, con una piccola barba grigia, si è avvicinato; Orsola lo ha presentato come lautore della mostra. Si sono scambiati qualche frase, lartista ha stretto la mia mano, poi è andato via. Orsola è rimasta al mio fianco.
Hai sognato di venire qui da tempo? ha chiesto, versandomi un bicchiere di vino bianco in un piccolo bicchiere di plastica.
Da tanto. Ho sempre voluto, ma ho esitato. Non è mai andato.
Ora è successo. Ha guardato intensamente. E cosa cerchi qui?
Ho alzato le spalle, sentendo le orecchie arrossare.
Non lo so. Qualcosa di diverso. Non come a casa.
Troverai qualcosa di diverso, ha sorriso. La domanda è: sei pronto a questo diverso.
Mi ha lasciato quasi senza una risposta, poi è dovuta andare a parlare con altri ospiti. Sono rimasto accanto al dipinto, con il bicchiere in mano, sentendo il battito del cuore. Mi sentivo estraneo e, al tempo stesso, parte di qualcosa che prima vedevo solo al cinema.
Stava per andarmene quando Orsola è ricomparsa.
Hai programmi per stasera? ha domandato.
No, solo tornare allostello.
Noioso, vero? ha fatto una smorfia. Vieni con noi a un afterparty. Ci saranno gente, musica, potresti conoscere qualcuno, forse trovare lavoro. Qui tutto si fa con i contatti.
Ho esitato. Il ricordo della padrona di casa, che parlava di grandi città dove ti ingannano, mi tornava in mente. Ma accanto a me cera Orsola, sicura, viva, quasi di un altro mondo. Ho annuito.
Va bene.
Siamo saliti su un taxi verso una vecchia villa trasformata in club. Dentro cera buio, musica elettronica, lampi di luce. Gente beveva, ballava, fumava sulle scale. Orsola mi guidava, presentava a vari conoscenti, pronunciava nomi che uscivano subito dalla sua bocca. Mi versava vino, poi qualcosa di più forte. La testa si sentiva leggera, i confini si sfumavano.
Vedi quel tipo al bar? sussurrò Orsola avvicinandosi allorecchio. È un collezionista. Compra giovani artisti ancora sconosciuti. Per lui è importante che tutto appaia credibile.
Parlava di artisti, sovvenzioni, sponsor, di come tutto dipenda dai legami, dalle impressioni, dalla storia che sai raccontare di te stesso. Ascoltavo, cercando di non perdermi in quel flusso. Sembrava di trovarsi dietro le quinte di un grande spettacolo.
Verso lalba sono uscito a prendere aria. Il freddo umido dellasfalto mi ha colpito in volto. Orsola è uscita subito dopo, accendendo una sigaretta.
Ti è piaciuto? ha chiesto.
Sì. È strano, ma interessante.
Abituati. Ha soffiato il fumo. La città ti morde o ti inghiotte, o impari a morderla tu stesso.
Ha detto quasi senza emozione, come citando un detto sentito. Poi mi ha guardato più intensamente.
Andrea, mi piaci. Sei autentico. È raro. Ho unidea, forse potresti aiutare e allo stesso tempo trarne beneficio.
Mi sono irrigidito.
Che idea?
Non ora. Sei stanco. Domani ti scrivo. Dammi il tuo numero. Ha scritto il mio numero sul suo telefono. Non sparire. Qui è facile svanire.
Il giorno dopo mi sono svegliato nellostello con il capo pesante. Ricordavo frammenti della notte: luci, volti, risate, discorsi su sovvenzioni. Sul comodino il cellulare vibrava: messaggio di Orsola, Stasera passa in galleria. Parliamo.
Durante il giorno ho ricontattato le agenzie, fatto un altro colloquio in una ditta di logistica. Mi hanno offerto turni notturni a paga ridotta. Ho detto che ci avrei pensato. I soldi a disposizione si facevano più scarsi, ma ancora non avevo un impiego stabile.
Nel pomeriggio sono andato in galleria. Lì era quasi vuota, pochi visitatori. Orsola era seduta a un tavolino con un laptop, gli occhiali sul naso, i capelli raccolti in una coda.
Ciao, eroe della notte, ha detto, togliendosi gli occhiali. Come va la testa?
Bene.
Siediti. Ha indicato uno sgabello alto. Ho una proposta, qualcosa di poco convenzionale.
Mi ha chiesto di firmare alcune carte. Hai detto che sei senza lavoro, che i soldi non bastano. Ho annuito.
Cè un progetto. Vogliamo vendere privatamente le opere di un artista. Serve una figura che faccia da acquirente formale, per dare limpressione di trasparenza. I soldi e i dipinti non passano direttamente da noi, ma da te, come se fossero tuoi. In pratica sei una copertura.
Ho esitato. Non capivo subito.
È legale? ho chiesto.
Orsola ha sorriso leggermente, ma gli occhi erano seri.
Non è proprio nei libri, ma è una pratica comune. I soldi passano sul tuo conto, ma è una prestazione che poi restituiamo. Io mi occuperò della parte fiscale. Ti pagheremo bene, quasi tre volte il tuo vecchio stipendio, abbastanza per vivere qualche mese senza pensare a ogni centesimo.
Perché proprio io? ho chiesto.
Perché sei nuovo, non hai legami, non sei nel giro. E ti fido, per intuizione.
Un brivido mi ha attraversato il corpo.
Devo pensarci, ho detto.
Hai un giorno. Domani mattina devo dare una risposta. Se non vuoi, dillo subito. Non mi piace quando spariscono.
Sono uscito, ho stretto la mappa della metro nella tasca. Mi sono seduto su una panchina davanti a un palazzo, guardando il suolo. Le linee intrecciate sulla carta mi sembravano una rete di scelte. Pensavo al magazzino della mia città, alle chiacchiere dei colleghi, alla stanza conAlla fine, ho deciso di prendere il treno verso il centro, accettando il rischio perché ho capito che, a volte, la sola volontà di agire è il primo passo verso una vita autentica.





