Nel sogno, ho cinquantanni e un anno fa mio marito è morto improvvisamente. Non fu una malattia lunga, né qualcosa per cui fossimo preparati. Cera una telefonata tardissima, lospedale a Firenze, un medico che pronunciava parole che oggi, nel sogno, svaniscono nellaria come nebbia sopra lArno. Ricordo bene invece la notte stessa, tornare a casa, sedermi sul letto, sentire per la prima volta dopo decenni che il petto non era più stretto come una fisarmonica dimenticata.
Siamo stati sposati quasi trentanni. Il suo carattere era forte fin dallinizio. Era uno di uomini che parlano pesante, di quelli che sistemano tutto, che hanno sempre ragione, che alzano la voce come un direttore dorchestra stonato. Se qualcosa non andava come voleva, lo sottolineava con gesti teatrali. Se avevo opinioni diverse, mi diceva che esageravo, che non capivo, che era meglio che non mi occupassi di cose che non riconosco. Col tempo ho smesso di rispondere. Era più facile tacere che discutere.
La vita insieme diventava un costante esercizio di attenzione, come camminare sulle uova fresche. Ho imparato a leggere il suo umore appena sentivo la chiave girare nella porta. Se era silenzioso rimanevo muta. Se era irritato lo evitavo come si evitano le piogge improvvise a Napoli. Ordinavo la casa, i pasti, persino le mie parole attorno a lui. Se qualcosa sinceppava, anche solo un poco, sapevo che sarebbe arrivata la scena, davanti ai figli, davanti agli ospiti non cera differenza.
Molte volte ho pensato di andarmene. Ma cera sempre qualcosa che mi impediva. Non avevo euro miei, non avevo dove andare, avevo bambini piccoli. Lui gestiva i conti, le decisioni, tutto. Se accennavo allidea di separarci, mi diceva che non me la sarei cavata, che nessuno mi avrebbe sostenuta, che era lui a sapere come portare avanti i figli. E, per quanto mi facesse male sentirlo, una parte di me gli credeva, come una superstizione antica.
Così gli anni passavano. Ho smesso di chiedere tenerezza. Ho smesso di aspettare attenzione. Ho smesso di pensare a me stessa. Ero abituata a vivere in tensione, dormivo poco, mi svegliavo al minimo rumore. Sempre allerta, sempre attenta a non farlo arrabbiare.
Il giorno che è morto, la casa era una processione surreale di persone. Telefonate, visite, compiti, pianti pieni di volti nuovi come quelli che si vedono nei sogni. Facevo quello che dovevo: firmavo documenti, accoglievo condoglianze, organizzavo il funerale. Ho pianto poco durante la cerimonia a San Miniato. Tutti mi guardavano come se aspettassero che mi sgretolassi, urlassi, mi perdessi tra le lacrime. Non lho fatto. Mi dicevano di essere forte e io annuivo, anche se non mi sentivo affatto forte. Era qualcosaltro quello che provavo.
La prima notte sola era strana, come camminare senza gravità. Mi sono coricata aspettando che tornasse la solita stretta al cuore. Ma non succedeva. Ho dormito profondo. Mi sono svegliata la mattina dopo senza la pietra nello stomaco che era stata la mia compagna per anni. La casa era silenziosa. Una pace silenziosa, sospesa.
Col passare dei mesi, ho notato cambiamenti impalpabili. Prendevo decisioni senza chiedere permessi. Mangiavo ciò che volevo. Nessuno controllava come avevo fatto le cose. Nessuno mi parlava male. Nessuno mi costringeva a sentirmi imbarazzata. Un giorno i miei figli Lucia, Ginevra, Edoardo mi hanno detto che mi trovavano diversa: più calma, meno tesa. E io lo sentivo.
Non posso dire che la sua morte mi abbia fatto felice. Ma neanche posso dire che mi manca. Quello che ho sentito era un sollievo. Un riposo profondo come se il mio corpo avesse lasciato cadere un peso portato per anni, come una borsa colma di pietre.
Non me ne sono mai andata perché non sapevo come. Perché avevo paura. Perché ho resistito più di quanto avrei dovuto. Oggi vivo sola. La casa è leggera. Ed io anche.
È sbagliato provare questa sensazione?






