La solitudine in due

SOLITUDINE IN COPPIA

Trentotto anni fa, Francesca ha portato il futuro marito, Giuseppe, dai suoi genitori. Doveva farglielo conoscere e dire che volevano presentare la domanda al Comune.

Mamma e papà hanno capito tutto appena hanno visto quel ragazzo sconosciuto sulluscio. Francesca non aveva mai portato nessun corteggiatore a casa. Ripeteva sempre:
Ma perché farveli vedere tutti? Quando decido di sposarmi, ve lo presento.

Così, i genitori hanno studiato bene il giovane, che, vistosamente a disagio, stava seduto al loro tavolo con la compostezza di una statua in chiesa.

Francesca è uscita in corridoio per non si sa quale motivo, e il padre le è andato dietro subito.
Stai per fare un errore, tesoro. Non puoi sposarlo.

E perché mai? Francesca subito sulla difensiva, Solo perché fa il meccanico?

Non è quello, anche se un po conta. Ma capisci che siete due mondi diversi? Di che cosa parlerai con lui? Tu, figlia di militare, laureata. Lui? Cresciuto tra i campi della provincia, sì, lavora tanto, ma così basilare, diciamo. Si vede lontano un chilometro. Se resti con lui, ci sarà sempre tra voi una parola a dividervi: cervello.

Dai papà, sono solo pregiudizi. A me non interessa cosa faccia, limportante è che mi ami. Imparare non è mai tardi: posso aiutarlo io ha ribattuto Francesca, sicura come un arbitro al Var.

Vedi tu Ricordati: Chi non ascolta i genitori, resterà a vagare per sempre. Poi però non dire che Papà non taveva avvisata

Il matrimonio si è fatto. Finito il periodo delle rose e delle mimose, è cominciata la routine.

Dopo infinite insistenze, Giuseppe sè iscritto a un corso serale al tecnico, ma studiare, zero proprio. Francesca gli faceva i compiti, si perdeva tra circuiti e si avventurava in letture da manuale dofficina. Lui? Ha fatto giusto due sessioni, poi ha chiuso con la filosofia di vita di un operaio esperto:
Ma chi me lo fa fare? Se interessa a te, studia tu

Francesca ha provato a fargli cambiare idea, ma niente. Giuseppe era convinto di sapere già tutto. Per lui, sprecare tempo era come buttare lolio doliva nella frittata.
Va bene, come vuoi ha sospirato Francesca, arrendendosi allimplacabile pigrizia del marito.

In fondo, non era neanche scemo, si diceva. Si era letto tutti i suoi libri, si appassionava di politica. Al lavoro lo rispettavano. Certo, portava sempre addosso un odore di campagna buono per una sagra, ma vabbè Così laveva amato, che ci vuoi fare?

Negli anni, però, le cose sono diventate sempre più dure. Giuseppe non considerava mai lopinione della moglie. Anzi, sembrava prendere gusto a metterla in ombra, come se dovesse sempre ricordarle chi comandava. Davanti a estranei diceva le cose più inopportune, e lo faceva con una sicumera che faceva sudare freddo Francesca.

Si è scoperto che il marito non era capace di decidere nulla di complicato. Ogni questione famigliare ricadeva sulle spalle di Francesca, che si sentiva ormai come Atlas, ma senza le scarpe comode. Per Giuseppe, era tutto normale:
Vuoi tinteggiare? Fai tu.
Serve un frigo nuovo? Compralo.
Bisogna chiudere il terrazzo? E a me che importa? Ti serve? Occupatene!

Lunica cosa in cui Giuseppe dava il meglio era lorto. Con le mani nella terra sembrava pure felice. Ma si sa, la stagione dellorto dura tre mesi, il resto dellanno tocca arrangiarsi.

Qualcuno dirà: E allora? Non è poco! Eh, no. Ma Francesca, nel resto dellanno, doveva essere moglie, marito, muratore e sindacalista.

Da giovane non ci faceva caso, poi ha iniziato a pesare. Giuseppe, abituato a vivere al rimorchio della moglie, non aveva il minimo interesse a cambiare. E perché poi? Gli andava tutto liscio. In trentotto anni mai un tulipano per l8 marzo. Una volta, sul serio, le ha detto:
Ma io i regali te li ho già fatti due volte! Guarda lì, che corrono in casa!

Si riferiva alle due figlie.

Francesca non ha replicato, né protestato. Era pure riuscita a giustificarlo: Lui non è abituato a fare regali. A casa sua non si usa. Passerà.

A dire il vero, Giuseppe aveva difficoltà a socializzare fin da subito. Non sapeva, ma soprattutto non voleva, parlare con nessuno. Allinizio le chiedevano se il marito fosse muto. Lei buttava sul ridere. A lui invece dava sui nervi che la moglie fosse spigliata con amici e parenti. Su tutti faceva commenti acidi, mentre lui di amici veri, mai avuti.

Francesca risolveva tutti i guai di famiglia e portava anche lo stipendio. Mai pesato sulle spalle di lui. Anche nei periodi difficili trovava il modo di arrotondare. Sapeva: Giuseppe non si sarebbe mai dato da fare di più. Vuoi di più? Lavora tu! Lui, finché andava a lavoro, si sentiva a posto.

Col tempo, Francesca ha capito che parlare con Giuseppe era come discutere col postino: niente da dirsi. Su ogni argomento, vedevano il mondo come due italiani a un derby. Se a lei piaceva un film, lui diceva che era una boiata. Al contrario, lei non resisteva dieci minuti davanti ai film scelti da lui. Per non parlare di libri e musica.

Anche i caratteri: lei altruista, pronta a tutto per famiglia e amici. Lui, egoista da manuale: esisteva solo lui. E poi il cibo gusti diversi, interessi zero in comune, lamore oramai al fresco, e le figlie volate via. Trenta e passa anni sulle spalle, trascorsi insieme ma ognuno per conto suo. Due estranei sotto lo stesso tetto.

Da parte sua, Giuseppe riteneva che la moglie fosse diventata esagerata, poco riconoscente e ancor meno rispettosa. Poco importava se portava avanti tutto: era suo dovere.

Così, ogni tanto, si scolava un po troppo Chianti e iniziava con le verità assolute: tirava in mezzo i suoi suoceri (defunti da tempo), la famiglia di lei Pesava ogni suo gesto e parola come un giudice col bilancino. La umiliava e la insultava, e lo faceva pure con gusto. Pareva uno di quei vecchi conti che vogliono rimettere in riga la servitù.

Quando poi si riprendeva, si stupiva se lei lo ignorava a tavola:
Ma ho solo detto la verità!
E non cera modo di spiegargli che era solo la sua verità. Unaltra, lui, non era proprio capace di ascoltarla, figuriamoci accettarla.

Adesso, Francesca è qui davanti a me, seduta al tavolo di cucina, che piange come una fontana:
Non ce la faccio più Una vita a camminare sulle uova. Mai che tu possa prevedere cosa gli salta in testa, o quando decide di esplodere. Basta, non sopporto più il compromesso, la fatica, la pazienza forzata. Che faccio, divorzio? E poi? Lui non se ne va mica. Resterà qui a rosicchiare la mia pazienza come un topino sul formaggio. E la cosa peggiore: è assolutamente convinto di avere ragione. Dopo ogni suo sfogo, sto male per settimane. Mi rimetto insieme a fatica: la famiglia, le figlie, ora i nipoti Trovo sempre un motivo per restare, provo a dialogare, smusso gli angoli, ma lui? Pensa che sia una sua vittoria. Così riparte da capo.

Mi viene solo da urlare Ma dove vuoi andare? Potrei anche lasciarlo, ma e poi? Quando si attacca al bicchiere, perde il controllo. Se non ci sono io, la sua compagnia del bar di fronte si trasferisce qui e mi smontano la casa Già visto questo film.

Quindi, tocca resistere Dispiace lasciare la propria casa in mano al destino.

Finché le figlie erano a casa, le nostre differenze non pesavano così tanto, non opprimevano. Cera troppo da fare per mettersi a ragionare o ad ascoltare se stessi.

Ora, che siamo rimasti solo noi due, è semplicemente insostenibile. Due estranei sotto il tetto coniugale Anche dopo trentotto anni

Eh sì Aveva ragione papà Lintelligenza. È sempre stata lì, in mezzo a noi.

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