Diario di Mario Rossi, Milano, giugno
Ho 51 anni. Nellultimo mese sono uscito nove volte con donne divorziate, tutte sui 45 anni o più. Eppure, torno ancora a casa da solo.
Tre anni fa, quando è finita la mia lunga storia, ero convinto che avrei ricominciato in fretta: pensavo, massimo sei mesi, e avrei avuto accanto qualcuno di nuovo. Ho una casa tutta mia, un lavoro stabile, niente vizi particolari. Avevo quarantotto anni e, onestamente, non credevo sarei rimasto a lungo single, con queste premesse.
Adesso ho cinquantuno anni. E la sera continuo ad aprire la porta di casa e a trovare solo me stesso.
Non per mancanza di tentativi. Solo questo mese ho incontrato nove donne della mia età, più o meno tra i 45 e i 53. Tutte divorziate, indipendenti, con professioni diverse, con la frase so quello che voglio dalla vita nei loro profili.
Dopo il nono appuntamento mi sono fermato a riflettere: il problema non è laspetto, né letà. E non è neppure che le migliori sono tutte occupate.
Cè altro. Qualcosa di più profondo.
Primo appuntamento: La Donna-Curriculum
Giulia, quarantasette, impiegata amministrativa. In foto sembrava curata, semplice. È stata la prima a scrivermi, messaggi veloci e simpatici. Ci vediamo in una caffetteria a Porta Romana. Precisa, si siede di fronte, ordina tè verde senza zucchero. Sorrido e chiedo:
Raccontami un po di te, che ti piace fare?
Lei tira fuori il telefono, scorri lo schermo e risponde:
Per non farci perdere tempo, ho preparato una lista di domande. Dobbiamo capire subito se siamo compatibili.
E inizia con il primo quesito: gestione del bilancio familiare. Poi: sono disposto ad accollarmi il suo mutuo? E ancora: voglio altri figli? Sono disposto a trasferirmi altrove? Quanti euro do ai miei figli? Quanto sono presente con lex?
Per unora ho risposto alle sue domande, sentendomi non come un uomo, ma come un candidato a un posto di marito ideale. Ogni risposta, un segno nella sua tabella mentale.
Quando ho provato a chiederle dei suoi hobby, mi ha interrotto:
Prima finiamo la lista, ok? È importante.
Dopo unora e mezza, ha chiuso tutto, mi ha ringraziato gentilmente e se ne è andata, senza più farsi sentire.
Evidentemente, il mio colloquio non è andato a buon fine.
Secondo appuntamento: Nelombra dellex
Francesca, quarantotto, insegnante. Dolce, simpatica, con una luce tranquilla negli occhi. Siamo andati a fare una passeggiata ai Giardini Indro Montanelli.
Tutto scorreva bene, finché non ho nominato il mio amore per il cinema.
Ah, il mio ex odiava il cinema ha detto subito. Lo trovava una perdita di tempo.
Poco dopo racconto di cucinare ogni tanto.
Il mio ex non sapeva nemmeno farsi un caffè, figuriamoci cucinare. Diceva sempre che era roba da donne.
Ad ogni mia frase, il suo ex appariva come uno spettro tra noi. Macchina? Il mio ex non lha mai avuta, aveva paura a guidare. Casa? Il mio ex fino a quarantanni è stato dai genitori. Vacanze? Mai fatta una, lui era tirchio.
Mi sono accorto che per lei io ero solo uno sfondo su cui proiettare le mancanze del passato.
Non cercava un compagno, ma il contrario di suo ex. Di chi fossi io realmente, poco importava.
Terzo appuntamento: Lex al tavolo con noi
Lucia, quarantanove, arredatrice. Elegante, raffinata, profumo leggero. Allinizio la conversazione vola: lavoro, città dove abbiamo vissuto, libri letti. Inizio a rilassarmi, finalmente sento una connessione vera.
Poi dice:
Anche il mio ex diceva così. Alla fine erano solo parole.
Da lì in poi è stato come assistere a una serie Netflix: Vita con quelluomo. Che non la valorizzava mai, che le faceva promesse mai mantenute, che lei ha sostenuto da sola.
Ogni cosa che dicevo veniva confrontata al passato:
Ah cucinare? Anche il mio adorava farlo, ma non lho mai visto ai fornelli.
Viaggiare? Il mio ex diceva sempre di sì… ma restavamo sul divano.
Ho provato a cambiare discorso, chiederle delle sue passioni. Niente, lex era sempre presente tra noi.
Difficile iniziare qualcosa con un terzo incomodo tra i piedi.
Quarto appuntamento: Lamore è un lusso
Martina, cinquanta, commercialista. Misurata, attenta, voce calma. Ci vediamo in un bar vicino alla stazione metro.
Provo a scherzare, ricevo solo un capito. Racconto storie buffe, lei annuisce come se facesse un resoconto.
Cosa ti piace fare nel tempo libero? chiedo.
Lavoro.
E il tempo libero?
Praticamente non ne ho.
Qualcosa che ti fa stare bene?
Sistemare casa.
Zero emozioni. Una vitalità ormai in modalità risparmio energetico.
Alla fine chiedo:
Ma cosa cerchi in una relazione, adesso?
Martina risponde senza esitazione:
Voglio stabilità. Una persona affidabile vicino.
E lamore?
Solleva le spalle, infastidita:
A questa età lamore è un lusso. Conta che vada tutto liscio.
Mi guardo allo specchio nel vetro del bar: cerca un mobile solido, non un uomo. Io non voglio essere un armadio.
Quinto appuntamento: La donna-checklist
Patrizia, cinquantuno, dirigente. Camminata sicura, borsa da almeno cinquecento euro, sguardo deciso. Ha scelto lei il ristorante, raffinato e caro.
Va subito al punto:
Io non gioco. Cerco una storia seria. Sei pronto, o sei solo in cerca di passare il tempo?
Mi sento come a un esame. Dico sì.
Patrizia inizia a elencare cosa deve fare un uomo:
– Guadagnare almeno quanto lei
– Andare in vacanza con lei almeno due volte lanno
– Rispettare la sua carriera e mai chiederle di pensare più alla casa
– Farle conoscere i suoi figli adulti dopo tre mesi
– Accettare le sue abitudini, il ritmo e il suo giro di amici
La parola devi ripetuta mille volte. Io non ci sono, cè solo una posizione da coprire: partner a norma.
Non dialogo, non relazione. Un contratto, e pure pieno di clausole in piccolo.
Sesto appuntamento: Cerco un papà, non un uomo
Laura, quarantasei, responsabile vendite. Look giovanile, manicure perfetto, risata fragorosa. Dopo gli incontri precedenti, mi sembrava aria fresca.
Ma presto capisco: chiede un salvatore.
Sei pratico di lavori domestici? Mi si rompe tutto, io sono negata.
Hai la macchina? Mi capita spesso di dover essere accompagnata.
Capi qualcosa di banca, tasse ecc.? Io odio queste cose, magari mi aiuti tu.
Dietro ogni domanda cera: Fallo tu, pensaci tu, risolvi tu.
Sai, mi manca davvero una spalla forte. Voglio qualcuno che si prenda cura di me. Io voglio solo sentirmi fragile.
Le faccio notare:
Ma sei una donna adulta, hai il tuo lavoro, la tua vita
Si offende:
Che tipico! Gli uomini non vogliono prendersi cura di noi!
Per lei prendersi cura significava diventare il tuttofare della sua vita. Ma io non voglio tornare a fare il papà di una cinquantenne.
Settimo appuntamento: La vittima eterna
Sabrina, quarantasei, contabile. Riservata, timida, voce bassa. Mi rincuora pensare: almeno qui niente pretese o elenchi.
Per i primi venti minuti poche parole, poi si scioglie. E parte: come il marito lha lasciata, come ha cresciuto i figli da sola, come ha fatto economia, senza aiuti, piangendo la notte.
Storia su storia di dolore, ingiustizia e amarezza.
Ho dato tutto per la famiglia! E sono rimasta sola… Mio marito non mi ha mai detto grazie, i figli ora neanche mi telefonano.
Provo ad essere empatico, a dirle una parola calda. Ma lei non vuole realmente parlare: ha solo bisogno di uno a cui riversare le sue ferite, anche se è uno sconosciuto trovato online.
Torno a casa svuotato, come dopo aver portato in braccio pietre non mie.
Ottavo appuntamento: Il controllo ovunque
Veronica, cinquantadue, medico. Puntuale, pignola, tutto sotto controllo. Incontro in una caffetteria, lei già seduta.
Ordino un cappuccino. Lei:
Meglio un caffè americano. A questetà il latte pesa sullo stomaco.
Racconto una cosa successa al lavoro.
Aspetta, hai detto che era mercoledì, prima parlavi di martedì. Qui qualcosa non torna.
Accenno che vado a dormire tardi.
Non va bene. Alla nostra età bisogna dormire entro le undici, altrimenti rovini il sistema nervoso.
Ogni suggestione, un commento. Una regola interna su tutto, dal caffè al sonno.
Mi vedo già vivere accanto a qualcuno che controllerà ogni cosa: cibo, orari, amici, spese.
No, grazie. Non è il mio concetto di salute.
Nono appuntamento: So cosa non va in te
Elena, cinquantatré, psicologa. Speravo davvero: finalmente una che capisce i sentimenti, i confini, lo spazio dellaltro. Durata della speranza: quindici minuti.
Mi sbilancio:
Amo il silenzio, non amo i gruppi numerosi.
Sei un introverso con attaccamento evitante.
Cito il mio divorzio di tre anni fa.
Se sono tre anni, allora hai paura della vicinanza emotiva.
Ordino la tagliata.
Tipico, rossa perché cerchi sicurezza nel mangiare.
Ogni parola, una diagnosi. Mi sono sentito più caso clinico che uomo a un appuntamento.
A fine serata scrive:
Sei interessante, ma secondo me non sei pronto per una relazione consapevole.
Rispondo:
Forse hai ragione.
E mi rendo conto che a discutere non ho neanche voglia. Sono stanco di essere un caso.
Rientro a casa dopo il nono appuntamento, mi preparo un tè e ripenso a tutto, come si fa con una vecchia pellicola proiettata in bianco e nero.
E capisco: nessuna di queste donne cercava davvero una persona in carne e ossa.
Cera chi voleva uno che rispettasse i requisiti. Chi un anti-ex. Chi un terapeuta gratuito, chi un papà, chi un mobile su misura. Chi un caso interessante da studiare. Tutte con sceneggiature proprie, con ferite tutte da suturare, ma scaricate sempre sulle spalle di qualcun altro.
Ma nessuna era davvero pronta per un uomo vero, con qualità e difetti, sogni e paure.
Perché sono rimasti soli?
Gli amici suggeriscono:
Cerca ragazze più giovani, con loro è più facile.
Onestamente? Non credo sia una questione di età scritta sulla carta didentità.
Dopo i quarantacinque tutti hanno divorzi alle spalle, traumi, figli, debiti, sogni infranti. Fa parte della vita. Il problema non è avere un bagaglio. Il problema è che nessuno vuole metterci le mani da solo su quel bagaglio. Aspettiamo sempre un altro pronto a sistemarcelo, curarci, riparare tutto.
E invece di voglio conoscere te, il messaggio è voglio che tu aggiusti ciò che ho dentro.
Siamo forse migliori noi uomini?
Sarebbe falso dire che tutto dipenda dalle donne anche noi maschi ci presentiamo con la valigia del passato.
Anche io ho paura di ripetere errori, ho le mie rigidità, le mie stranezze, la mia testardaggine. Certamente non sono semplice da amare.
Noi uomini di solito il bagaglio del passato lo nascondiamo meglio; non lo discutiamo, non facciamo interrogatori. Ma quello non vuol dire che non ci sia.
A volte penso che il nodo non sia tanto dopo i 45 siamo tutti segnati, ma che manchi a tutti un po di onestà nel dire: Sì, sono complicato. Sì, ho paura. Sì, cè qualcosa da sistemare, e tocca a me.
Una domanda a chi ci è passato o ci sta passando.
Dopo questo mese e nove appuntamenti, non ho trovato la donna giusta. Però ho visto tantissimi modi di essere donna e un po di più anche di essere uomo.
Voi avete mai incontrato bagagli simili nelle relazioni dopo i quaranta? Uomini, riconoscete in queste storie le vostre ex o le vostre compagne? Come avete affrontato queste dinamiche? Donne, vi ci rivedete o riconoscete qualche amica? Cercate davvero un compagno, o un giudice, un papà, un terapeuta, un pubblico?
La domanda che mi tormenta: è possibile dopo i 45 anni costruire qualcosa di nuovo, se almeno siamo onesti nel riconoscere le nostre cicatrici senza metterle addosso allaltro?
Raccontatemi la vostra esperienza. Forse proprio le vostre storie mi aiuteranno a capire meglio questa strana solitudine a cui tutti sembriamo destinati.






