Ecco, adesso finalmente si respira! Sembrava davvero una cripta, parola mia! la voce squillante e piena di soddisfazione proveniente dalla cucina rimbombò nella casa. Lavrei riconosciuta tra mille: era Orietta, mia nuora.
Mi bloccai sulluscio, senza ancora appoggiare le borse stracariche di prodotti dellorto. Il profumo delle mele renette e del prezzemolo fresco che avevo portato dalla casa di campagna svanì allistante, inghiottito da un odore pungente di qualche detersivo nuovo e di un profumo femminile che non mi era familiare. Posai le borse al suolo con lentezza, sentendo un brivido salirmi lungo la schiena. Il cilindro della serratura aveva girato con una facilità insolita, senza il familiare cigolio del solito, e anche il solito scricchiolio della tavola dingresso era sparito.
Feci un passo in avanti e guardai intorno. Lingresso non era più il mio. Era sparito lattaccapanni in noce, quello costruito a mano dal mio caro marito defunto, Salvatore. Ora, al suo posto cerano dei banali ganci metallici da laboratorio, freddi e impersonali. Lo specchio nella cornice lavorata, in cui mi ero guardata per trentanni prima di uscire, era stato sostituito da un pezzo di vetro rettangolare senza anima né bordo.
Il cuore mi batteva forte. Entrai in soggiorno e spalancai la bocca, portandomi una mano davanti per soffocare un gemito.
La stanza era vuota. Più che vuota: era stata svuotata della sua anima, del calore domestico, dei miei ricordi. Niente più la nostra vecchia credenza in quercia, dove tenevo il servizio buono e i bicchieri di cristallo di Boemia. Nessuna traccia della collezione di libri, raccolta in cinquantanni, o della mia poltrona a dondolo vicino alla finestra. In mezzo troneggiava soltanto un divano basso grigio, dal vago aspetto di mattone, e sopra la parete campeggiava unenorme televisione nera. In terra, un tappeto bianco e vaporoso stonava totalmente con lambiente, come una colata di neve nel deserto. Le pareti erano dipinte di un grigio asettico.
Ah, signora Rosalia! Orietta uscì dalla cucina in vestaglietta corta, con una tazza di qualcosa di verde in mano. Siete già rientrata? Pensavo foste via fino a sera. Il regionale sarà arrivato prima oggi, vero?
Poco dopo, sgusciando in silenzio, entrò mio figlio Marco. Lo sguardo basso, incerto, quasi impaurito.
Dovè…? riuscii solo a sussurrare, facendo un largo gesto con la mano. Dove… tutto?
Tutto cosa? fece Orietta battendo le lunghe ciglia finte. Ah! La roba vecchia! Vi abbiamo fatto una sorpresa, signora! Abbiamo sistemato la casa: rimbiancato, fatto ordine, modernizzato! Mentre voi sudavate nellorto, qui tiravamo a lucido. Vi piace? Minimalista, spazioso, si respira! È lo stile, ora si usa così.
E le mie cose? mi tremavano già le ginocchia. Cercai lo sguardo di mio figlio. Marco, dovè la credenza di papà? E i libri? E la macchina da cucire?
Marco tossicchiò, cercando un po di coraggio.
Mamma, non agitarti. Abbiamo solo… alleggerito.
Alleggerito dove? In garage? In campagna?
Abbiamo buttato tutto, Rosalia, si intromise Orietta, sorseggiando la sua robaccia verde. Ma che ve ne fate di sti catorci? La credenza era marcia, prendeva solo polvere! I libri… chi li legge più? Con lallergia che causano! Ora si vive digitali, tutto online, senza quei focolai di microbi!
Mi sentii mancare. Mi appoggiai allo stipite, barcollando.
Buttato? mormorai. La biblioteca, che vostro padre collezionava da ragazzo? La mia Necchi? Il cristallo che portammo a casa imballato come reliquia?
Ormai nessuno li vuole più, questi cimeli post-bellici… Orietta strinse le spalle. Oggi va di moda lIkea, lo stile scandinavo. E la vostra macchina da cucire… ma era un macigno! Con i traslocatori, in tre ci siamo spaccati la schiena.
Continuò con il suo predicozzo, parlando di spazi da alleggerire, di rumore visivo da eliminare.
Mi vennero in mente frasi come disordine mentale, patologia da accumulo. Mio figlio mi fissava con lo sguardo assente, lo stesso volto impastato di chi non si assume mai la responsabilità delle scelte. Era sempre stato così: prima ubbidiente con me, ora succube di Orietta.
Quando avete buttato via tutto? domandai gelida.
Tre giorni fa, appena partiti i lavori replicò lei con aria di vittoria. È passato il camion per la raccolta, abbiamo portato giù tutto in sacchi. Non cercate, ormai è tutto andato.
Mi rifugiai in quella che una volta era la mia stanza. Tutto svanito: il comò, la cassettiera, la scatola dei bottoni, i miei album fotografici.
Anche gli album? Le foto di papà? chiesi a voce alta.
Quegli affari polverosi? Calma! Se servono li scannerizzo, ma i cartoncini e le riviste li ho dati via, bisogna pensare allambiente, sentii urlare dalla cucina.
Mi lasciai cadere sul divano nuovo, freddo e anonimo. Sentivo svuotata anche lanima. Trentanni di matrimonio, centinaia di ricordi, piccole e grandi gioie erano state etichettate come sporca zavorra ed eliminate.
Non piansi. Ero oltre le lacrime. Rimasi ad ascoltare Orietta che sgridava Marco per il latte sbagliato appena comprato, sproloquiando su energia positiva e Feng Shui che ora circolava nella casa.
Quella sera, non scesi neppure a cena. Rimasi al buio a pensare. Lappartamento era mio. Marco era registrato, ma la proprietà era solo mia. Avevo ospitato loro per qualche anno, che intanto accumulassero per il mutuo. Sono passati tre anni: non un euro messo da parte, sempre nuove spese, viaggi in Grecia, telefoni, ristrutturazione. Perfino le bollette le pago io con la pensione.
La mattina dopo, scesi in cucina con un volto imperturbabile. Orietta canticchiava mentre friggeva due fette di mozzarella.
Buongiorno! trillò, come se nulla fosse accaduto. Ho preparato colazione. Assaggiate? Senza zucchero, solo stevia, e farina integrale. Fa bene!
No grazie, prendo solo tè, risposi calma. Marco è già al lavoro?
Sì, è scappato via, oggi aveva una scadenza. Io invece mi dedico alla crescita personale: guardo un webinar sullordine domestico!
Ottima idea, annuii. Lorganizzazione è importante. Orietta, oggi vado da mia sorella in provincia di Parma, sto un paio di giorni: mi serve staccare, mi gira la testa dallansia.
Ma certo! esclamò lei, chiaramente felice di restare padrona della casa nuova. Vi farà bene cambiare aria. Tranquilla, qui curo io tutto.
Preparai una piccola valigia. Uscii, fermandomi sulla porta.
Hai le chiavi, giusto?
Sì, tutte, anche Marco. I serramenti non li abbiamo cambiati, solo oliati.
Bene. Buona giornata, Orietta.
Presi davvero il treno per Parma, anche se solo per qualche ora. Sapevo che a metà pomeriggio Orietta sarebbe andata dal parrucchiere o a lezione di pilates, come ogni giovedì.
Rientrai verso le quattro: la casa era deserta. Mi vestii da lavoro, legai i capelli in una bandana e presi dalla cantina miracolosamente intatta i grandi sacchi per calcinacci rimasti dal loro restyling.
Mi avvicinai alla camera dei ragazzi. Di solito non ci mettevo piede, per rispetto. Ma ora il rispetto non valeva più nulla: lei aveva buttato la mia vita, io avrei alleggerito la sua.
Cera di tutto. Orietta era una fanatica del trucco e dello shopping: cremine costosissime, sieri, profumi, lampade per i selfie, armadi pieni di vestiti con ancora il cartellino attaccato.
Presi il primo sacco.
Rumore visivo, mormorai, assaporando la parola. Troppo rumore visivo.
Così, via creme Chanel, Dior, coreane, via tutto il beauty-case straripante. Poi larmadio: abiti, pantaloni, camicie, borsette griffate, scarpe per ogni occasione. Buttai tutto senza distinzione, non selezionavo: liberavo lo spazio.
Lavorai in silenzio, con gelida meticolosità. Non toccai nulla di Marco, giacché aveva pochi abiti, sobri, per lavoro. Ma il regno di Orietta fu sventrato senza pietà.
Alla fine fu il turno dei suppellettili: statuette di Buddha, candele alla lavanda, quadretti con frasi motivazionali in inglese, acchiappasogni appesi alle maniglie.
Accumulo compulsivo, sentenziai. Da curare.
Dopo due ore avevo riempito quindici grossi sacchi che trasportai in corridoio. Non li buttai nei rifiuti: non ero una bestia. Chiamai un furgone e li feci portare nel garage di mio fratello dallaltra parte della città. Che ci restassero per un po. Umidi e polverosi.
Finito tutto, pulii il pavimento. Laria era più fresca, anche se aleggiava ancora il profumo di Orietta. Mi preparai del tè, presi un libro cartaceo (comprato dalla sorella!) e mi sedetti in cucina ad aspettare.
Orietta tornò per prima. Era allegra, con le buste della spesa.
Oh, signora Rosalia? Siete subito tornata? Avevate detto due giorni… È successo qualcosa?
Sì, Orietta. Ho avuto un’illuminazione. Ho deciso di mettere ordine e organizzare lo spazio come mi hai insegnato tu.
Mi guardò interdetta, non replicò. Si tolse le scarpe e andò in camera sua. Tre secondi dopo, un urlo spaccò la casa.
Dovè?! uscì sbraitando. Dove hai messo le mie cose?! Le creme? Il montone nuovo?!
Stappai il tè con lentezza.
Carissima Orietta, niente panico. Ho riordinato. Non sentivi anche tu quanto era soffocante? Troppe cose, troppi allergeni. Ho pensato a liberare energia!
Avete buttato tutto?! Lo sapete quanto valgono quelle cose?! Una crema costa più della vostra pensione! Roba da denuncia! Chiamo i carabinieri!
Chiama pure, risposi tranquilla. E chiedi anche come chiamano chi butta la biblioteca di famiglia, i ricordi, il lavoro di una vita altrui. Erano solo cianfrusaglie per te. Ho fatto lo stesso con le tue. Troppa chimica: fanno male allambiente.
La porta si aprì. Marco entrò e, vedendo la scena, capì subito.
Marco! Ha buttato tutto! Tutto! Le mie scarpe, la trousse, anche la giacca nuova! urlò Orietta alle lacrime, impiastricciata di mascara.
Mamma, ma che hai fatto? Davvero?
Davvero. Ho seguito lesempio di Orietta. Ho riordinato, modernizzato. Così ora avete spazio per meditare.
Non potevi! strillò Orietta. Quelle erano cose mie!
La biblioteca, la credenza, la macchina da cucire erano mie, risposi fredda. Avete chiesto il mio permesso? No. Avete deciso voi, nella mia casa. Ora siamo pari.
Voglio le mie cose! Se sono a marcire da qualche parte ti denuncio!
Non sono in discarica, sorrisi. Sono in un luogo sicuro. Ma l’indirizzo non lo do. Per ora.
Che vuol dire per ora? disse Marco.
Vuol dire che ora fate le valigie e ve ne andate. In hotel, da tua madre, in affitto: non mi interessa.
Ci cacci via? balbettò Orietta.
Dalla mia casa, sì. Siete ospiti. Ma ora siete ospiti indesiderati. Avete unora. Poi cambio la serratura.
Mamma, dai, dove andiamo…
Trovatevelo, il vostro spazio. Mettetevi dimpegno. Le cose di Orietta, le avrà solo quando mi restituirà le mie.
Ma io ho buttato tutto! Non cè più nulla! singhiozzò lei.
Allora le tue subiscono la stessa sorte. Se vuoi, vai pure in discarica a recuperarli.
In realtà, i suoi oggetti erano in sicurezza nel box. Volevo solo vedere la paura nei suoi occhi, la smania del possesso.
Sei un mostro! Andiamo via, Marco! Affitteremo un posto come si deve! E tu, vecchia, resta qui coi tuoi fantasmi!
In quaranta minuti se ne andarono, sbattendo le porte, Orietta inveiva contro tutto, Marco incapace di incrociare il mio sguardo.
Quando rimasi sola, chiamai il fabbro zio Michele che in meno di mezzora cambiò la serratura.
La casa era grigia, spoglia, ma io mi sentivo finalmente sollevata, come dopo aver posato un masso.
Il giorno dopo pubblicai un annuncio: Cerco vecchi mobili, libri, macchina da cucire italiana depoca. Incredibile quanta gente si voglia disfarsi di queste cose quasi gratis.
Nel giro di un mese la casa cominciò a ripopolarsi. Non erano più proprio le mie cose, ma ci si avvicinavano molto: unaltra credenza, altri libri, una nuova Necchi, vecchia e affidabile. Cambiai carta da parati: via quel grigio deprimente, e comparvero fiori color crema. Comprai anche un tappeto di lana, di quelli buoni.
Due settimane dopo restituii tutto a Orietta, comunicando lindirizzo a Marco.
Prendete tutto. Non mi interessa la roba daltri.
Marco arrivò solo, più smunto, meno baldanzoso.
Mamma, scusa, disse a testa bassa. Ora viviamo in affitto. Costa troppo, Orietta è disperata, fatica a far quadrare i conti.
Così si diventa adulti, risposi. Nulla è facile.
Possiamo tornare? Orietta promette che…
No Marco. Vi voglio bene, ma la mia casa è mia. E quando morirò vorrò farlo circondata dalle mie cose, che hanno un valore per me. Costruite il vostro di focolare. Con il vostro minimalismo.
Marco raccolse i suoi sacchi e se ne andò.
Rimasta sola, infilai il filo nella vecchia macchina da cucire. Il rassicurante stridio del motore mi riscaldò il cuore. Tagliavo il tessuto per tende nuove: colorate, allegre, nessun rumore visivo, solo gioia.
A volte per capire il valore di ciò che si possiede bisogna perderlo. Altre volte basta chiudere fuori chi non sa darti il giusto valore. E solo così il vero equilibrio ritorna in casa.






