Senza Invito
Vittorio Petrini stringeva tra le dita un sacchetto con le medicine, quando la vicina di pianerottolo, la signora Nunzia, lo fermò davanti alle cassette della posta.
Signor Vittorio, auguri Sua figlia Floriana esitò, come se saggiasse la consistenza delle parole. Si è sposata. Ieri. Lho visto su Facebook, era nelle storie di mia nipote.
Allinizio, non capì cosa stonasse. Auguri sembrava un panno estraneo, gettato sulle sue spalle. Fece un cenno di assenso, come se parlassero di un conoscente incontrato per caso.
Ma che matrimonio? chiese, la voce piana e quasi burocratica.
La signora Nunzia aveva già rimpianto la conversazione.
Eh Si sono sposati, dicono. Le foto, labito bianco Credevo lo sapesse.
Vittorio salì le scale, appoggiò il sacchetto sul tavolo della cucina e fissò a lungo quel peso, senza neanche togliersi il cappotto. Nella sua mente mancava la riga invito nella tabella delle cose. Non che aspettasse un pranzo con duecento invitati. Sognava almeno una telefonata. Un breve messaggio.
Afferrò il cellulare, trovò la pagina di Floriana. Tutto ordinato, essenziale: nessuna foto di festa, solo immagini linde, quasi da verbale. Lei in chiaro, accanto a un ragazzo in abito scuro, la didascalia breve: Noi. Commenti: Auguri, Felicità. Il proprio nome, mai.
Si sedette, si tolse la giacca e la appese allo schienale della sedia. Dentro, non sentiva dolore; piuttosto una rabbia vergognosa, acuta: lo avevano cancellato, escluso, nemmeno consultato.
Componé il numero della figlia. Gli squilli lunghi, poi un pronto breve.
Cosè questa storia? Ti sei sposata?
Silenzio. Poi, come se Floriana tirasse il fiato aspettando un colpo.
Sì, papà. Ieri.
E non mi hai detto nulla.
Sapevo che avresti reagito così.
Così come? si alzò, camminando in cucina. Capisci come appare?
Non voglio discuterne al telefono.
E allora? Come intendi fare? La voce quasi urlata, ma riuscì a trattenersi. E dove sei?
Lei dette un indirizzo che a Vittorio non diceva niente. Era la seconda umiliazione della giornata.
Arrivo, disse.
Papà, lascia stare
No, arrivo.
Chiuse la chiamata senza salutare. Restò in piedi, cellulare in mano, come con una prova. Tutto dentro di lui gridava ordine. Nel suo mondo, ordine era semplice: la famiglia non nasconde. Le cose devono essere come si deve. Ne aveva fatto il corrimano della sua esistenza.
Sistemò la borsa quasi senza pensare. Metté dentro delle mele le aveva acquistate quella mattina al mercato, ancora prima della farmacia e una busta piena di euro, presi dalla scatola per ogni evenienza in fondo al cassetto della camera. La busta serviva. Non sapeva perché. Forse per non sembrare a mani vuote. Per ritagliarsi ancora un ruolo.
Sul regionale, al finestrino, vedeva scorrere capannoni, recinzioni arrugginite, gruppi sparuti di pini che parevano ombre di un altro mondo. Fissava, ma nella testa scorrevano altri film.
Ripensava a quando Floriana era arrivata a casa, in terza liceo, accompagnata da un ragazzo. Il suo sorriso troppo grande, a difendersi prima dellattacco. Vittorio allora non gridò. Disse solo: Prima lo studio, poi gli sciocchi sogni. Il ragazzo se ne andò. Floriana chiuse la porta. Unora dopo, bussò. Non serve, rispose lei. Lui era convinto di aver fatto giusto. Un padre deve tenere saldo.
Poi fu la maturità. Andò a prenderla fuori da scuola: Floriana era tra le amiche, insieme a un ragazzo che non aveva mai visto. Vittorio, senza salutare, domandò: E questo chi è? Lei arrossì. Ti ho chiesto chi è. Mi hai sentito? Le amiche si dispersero sugli smartphone, il ragazzo fece due passi indietro. Floriana rimase muta la sera. Vittorio pensava daver tracciato il confine.
Un altro ricordo: la madre di Floriana. Una domenica di Pasqua, tra parenti, lui disse: Hai sbagliato di nuovo, come sempre. Non sei capace di fare niente per bene. Non fu cattiveria. Era stanchezza, la voglia che tutto fosse giusto. La mamma sorrise di fatica, ma piangeva di notte in cucina. Vittorio la vide, ma non si avvicinò. Colpa sua, pensò.
Ora quei fotogrammi saltavano fuori come ricevute nei cappotti dinverno. Cercava di farne un quadro tutto intero, ripetendosi: non ho mai alzato le mani, non bevevo, lavoravo duro, mantenevo la casa. Voleva solo il bene.
Davanti al portone del nuovo palazzo, si bloccò, scrutò il citofono, chiamò il numero dellappartamento. Il cancello fece clic. Lascensore saliva lento, e Vittorio sentì le mani sudate.
Aprì Floriana. I capelli raccolti in fretta, ombre sotto gli occhi, una maglia larga da casa. Nessun bagliore: stanchezza, solo tensione.
Ciao, disse.
Ciao, rispose lui, allungandole la borsa. Mele. E alzò la busta. Questa è per voi.
Floriana prese senza guardare, come qualcosa che non puoi scrollarti di dosso.
Nellingresso, due paia di scarpe: scarpe maschili, e le sue sneakers. Una giacca di un altro, appesa. Vittorio colse il dettaglio, come chi è abituato a notare il fuori posto nelle case altrui.
È a casa lui? chiese.
In cucina, rispose. Papà, proviamo a stare calmi.
Calmi era più supplica che comando.
Seduto al tavolo, cera un uomo giovane, trentanni forse. Stanco, ma centrato. Si alzò.
Buongiorno, disse lui. Io
So chi siete, lo interruppe Vittorio, e subito pentito. Non sapeva chi fosse affatto. Nemmeno il nome.
Floriana lanciò unocchiata breve, che voleva dire: basta.
Sono Sergio, disse con calma il ragazzo. Piacere di conoscerla.
Vittorio annuì, tardando la stretta di mano. Poi, per forza dabitudine, la diede. Stretta breve, asciutta.
Beh, auguri, disse Vittorio, ma auguri era di nuovo una parola straniera.
Grazie, fece Floriana.
Sul tavolo due tazze, una col fondo di caffè. Un po di carte forse latto del matrimonio e una scatola con torta, la glassa ormai secca. Il giorno dopo il matrimonio, che non sapeva di festa, ma di riordino.
Siediti, disse Floriana.
Si accomodò, mani sulle ginocchia. Voleva andare al punto, ma le parole non venivano senza sembrare misere.
Perché? chiese infine. Perché lho saputo dalla signora Nunzia?
Floriana guardò Sergio, poi il padre.
Perché non volevo averti lì.
Questo lho capito, disse Vittorio. Voglio capire il perché.
Sergio spostò la tazza, come a liberare il tavolo per la verità.
Posso uscire, disse.
No, rispose Floriana. Tu vivi qui. È casa tua.
Casa tua. Non sua. Capì che non era un ospite, ma in un territorio straniero.
Non volevo fare scenate, spiegò Vittorio. Solo Sono tuo padre. È
Papà, lo interruppe . Parti sempre da sono padre, poi segue lelenco di cosa devo.
Cosa devo? le sopracciglia si impennarono . Pensi che linvito sia un dovere che estorco?
Penso che per te tutto diventa un esame. Una prova. Non lo volevo.
Prova di cosa? si sporse. Sarei solo venuto.
Lei fece una mezza smorfia, nulla di divertito.
Saresti venuto, e poi avresti giudicato chi era vestito come, chi diceva cosa, quale parente di Sergio ti guardava storto. Qualcosa la trovavi sempre. E poi per anni a ricordare.
Non è vero, disse lui, meccanico.
Sergio tossì appena, in silenzio.
Papà, la voce di Floriana si affievolì . Ti ricordi la mia maturità?
Certo. Sono venuto a prenderti.
Ti ricordi cosa hai detto davanti a tutti?
Si irrigidì. Ricordava, ma voleva scordare.
Ho chiesto chi era il ragazzo. E allora?
Hai chiesto come se avessi rubato qualcosa, disse lei. Ero felice, con labito scelto con la mamma, e tu sei arrivato e ho solo voluto scomparire.
Volevo sapere con chi ti vedevi, replicò lui . È normale.
Normale è chiederlo dopo. In privato.
Stava per ribattere, ma allimprovviso lesse qualcosa nel volto di Floriana che non aveva mai notato: non più il risentimento delladolescente, ma la paura di un adulto che capisce come, in un attimo, può essere esposto.
Allora non mi hai invitato per via della maturità? cercò la logica.
Non solo per quello, disse . Perché sei sempre così.
Si alzò per raggiungere il lavandino, aprì il rubinetto, il rumore dellacqua riempì la pausa.
Ti ricordi come hai parlato con la mamma al compleanno di zia Margherita? chiese, senza voltarsi.
Ricordava. Tavolo, insalate, parenti. E come aveva detto quelle parole, con sicurezza.
Le ho detto che aveva sbagliato, lo ammise piano.
Hai detto che non fa mai nulla come si deve. Davanti a tutti. Ero lì. Trentatré anni già. Fu allora che capii: se avessi portato qualcuno davanti a te e ti fossi mostrata vulnerabile, tu saresti stato capace di umiliarmi ancora. E nemmeno te ne accorgeresti.
Vittorio sentì qualcosa farsi caldo in gola. Sentiva il bisogno di dire: Mi sono scusato dopo. Ma non si era scusato. Aveva detto: Non esagerare. Aveva detto: È la verità.
Non volevo umiliare, ammise.
Floriana si voltò. Lacqua continuava a scorrere.
Ma lo hai fatto, disse. Più di una volta.
Sergio si alzò, chiuse delicatamente il rubinetto, poi si sedette di nuovo. Un gesto semplice, ma Vittorio percepì: qui sanno mettere fine al rumore inutile.
Pensi che sia un mostro, disse Vittorio.
Penso che tu non sappia fermarti, rispose Floriana. Sei bravo a lavorare, a risolvere, a imporre. Ma quando cè una persona, è come se non vedessi quando fa male. Vedi solo ciò che è sbagliato.
Voleva dire che senza il suo giusto, forse non sarebbero sopravvissuti. Che pagava mutui, bollette, quando lo stipendio arrivava tardi, quando la madre stava male. Ma sentì che elencare ora avrebbe avuto il sapore di un conto presentato per lamore.
Sono venuto qui perché sto male, sussurrò dopo . Non sono di ferro. Lho saputo da uno sconosciuto. Capisci cosa
Capisco, disse piano Floriana . Anche io ho sofferto. Sapevo che ci saresti rimasto male. Non dormivo da giorni. Ma ho scelto il male minore.
Il male minore ripeté. Io sono il male.
Non arrivò subito la risposta.
Papà, disse infine . Non voglio combattere con te. Voglio poter vivere senza temere che tu rovini un giorno importante. Non dico che lo fai apposta. Dico che ci riesci e basta.
Guardò Sergio.
E lei non dice niente? chiese.
Sergio sospirò.
Non voglio mettermi in mezzo, disse . Ma ho visto quanto era spaventata. Temeva venisse qui davanti a tutti a interrogare. Sulla mia carriera, i genitori, laffitto. E che poi tutto sarebbe diventato storia di famiglia.
Non si può chiedere? sentì tornare la vecchia rigidità . Dovrei festeggiare ignaro?
Certo che si può, disse Sergio . Ma il modo è tutto: non con laltro costretto sul banco degli imputati.
Floriana tornò al tavolo, palmi appoggiati.
Sai cosaltro hai fatto? chiese.
Vittorio tese i muscoli.
Quando ho detto che stavo con Sergio, due anni fa, tu hai chiesto che venisse a parlare. Lui venne. Tu lo facesti sedere qui e lo interrogasti: quanto guadagni, perché non hai la macchina, perché sei in affitto. Lo dicevi calmo, ma era come se dovesse dimostrare che meritava di starmi vicino.
Volevo capire che persona fosse, tentò Vittorio.
Volevi metterlo in basso, rispose Floriana . Abbassare anche me. Perché se non era allaltezza, allora anche la mia scelta era sbagliata. E tu avevi ragione.
Vittorio ricordò quella sera. Lo aveva proprio chiesto. Era cura, pensava allora; il dovere del custode. Credeva di proteggerla dai passi sbagliati.
Non volevo balbettò.
Papà, lo interruppe, dici sempre che non volevi. Ma le cose succedono uguale. E resto io con i cocci.
Vittorio sentì tremare il ginocchio. Serrò la mano.
E ora? chiese. Vuoi mettermi da parte?
Voglio che tu stia a distanza, rispose. Ti voglio nella mia vita, ma senza che tu tenga il volante.
Non decido io per te ma la voce aveva perso forza.
Decidi, disse lei. Anche adesso. Non sei venuto a chiedere come sto. Sei venuto a rimettermi in riga.
Avrebbe voluto ribattere, ma il vero colpo fu capire che sì, aveva preparato argomenti come per una riunione, per riaffermare la sua parte. Non era venuto ad augurare. Ma a riprendersi il titolo.
Non so fare altro, ammise a sorpresa.
Così piano che lui stesso si meravigliò. Era abituato a parlare deciso, da capo cantiere.
Floriana lo fissò più attenta.
Ecco, disse . Questo è onesto.
La pausa si fece morbida, meno tagliente. Solo stanchezza.
Non ti chiedo di sparire, riprese Floriana. Solo di non venire senza essere invitato. Niente interrogatori. Non dire davanti agli altri cose che restano per sempre.
E se voglio vedervi?
Senti, chiamami. Preparami. E se ti dico di no, è no, spiegò. Non perché non ti voglio bene. Ma per sentirmi al sicuro.
La parola sicurezza lo colpì più di offesa. Capì, di colpo, che lei costruiva la vita non intorno alle sue attese, ma come difesa da lui.
Sergio si alzò.
Metto su il tè, disse e si avviò in cucina.
Vittorio seguì i suoi gesti, compulsivo nel valutare: come apre il mobile, come versa lacqua. Labitudine di controllare era riflesso.
Papà, disse Floriana, non vorrei che tu uscissi sentendoti cacciato. Ma non posso più fingere che nulla sia stato.
E allora che vuoi?
Ci pensò.
Voglio che tu dica che hai capito rispose . Non: avevo buone intenzioni. Voglio che tu abbia capito.
La guardò e sentì una lotta interna, la voglia di tenersi una posizione. Ma la posizione era già persa.
Ho capito che le parole restarono incastrate che posso averti fatto vergognare. E tu lo temi ancora.
Non sorrise, ma rilassò le spalle, come più leggera.
Sì.
Sergio poggiò il bollitore, tirò fuori tazze nuove. Vittorio notò che il bollitore era nuovo, senza incrostazioni. Per la prima volta pensò che in quella casa, tutto sarebbe stato diverso. Doveva imparare ad essere ospite.
E ora non so come fare, disse.
Facciamo così, propose Floriana . Tra una settimana ci vediamo in centro. In un bar. Unora. Solo per parlare. Senza Sergio, se vuoi. E senza esami.
E a casa vostra?
Non ancora. Ho bisogno di tempo.
Voleva protestare, ma tenne. La rabbia saliva, ma per la prima volta confessò un sollievo: almeno ora sapeva le regole.
Va bene, disse. Al bar.
Sergio poggiò la tazza davanti a lui.
Zucchero?
No, grazie.
Bevve un sorso. Bruciava. Guardò la figlia e capì che il giorno prima era ormai perso; non poteva più pretenderlo, come un diritto.
Penso che non si faccia così, disse a bassa voce . Non invitare il padre.
E penso che non si umilia, replicò lei, piano. Entrambi abbiamo un pensiero.
Annuì. Non era pace. Era riconoscere che la verità, ora, era doppia. E la sua non comandava più.
Quando uscì, Floriana lo accompagnò. Si rimise il cappotto, aggiustò il bavero. Voleva abbracciarla, non se la sentì.
Chiamerò, disse.
Chiama pure. E papà se vieni senza accordarci, non apro la porta.
La guardò. Nessuna minaccia nella voce, solo pace stanca.
Ho capito.
In ascensore rimase solo, ascoltando il rumore del motore. Sulla strada verso la fermata si strinse nelle tasche il vuoto: la busta di euro, le mele, erano rimaste nella loro cucina. Prove del suo passaggio, in una casa che non era più la sua.
Il viaggio di ritorno fu lungo: prima lautobus per la stazione, poi il regionale. Dietro il vetro, scorrevano gli stessi capannoni e recinzioni del mattino, ora nei colori incerti della sera. Guardava limmagine riflessa, pensava alla famiglia che aveva costruito come una fortezza: non era una fortezza, ma camere separate, porte chiuse a chiave. Non sapeva se lavrebbero accolto oltre lingresso. Ma adesso sapeva che, per bussare, serviva imparare un modo nuovo.





