13 ottobre 2025
Oggi ho deciso di mettere su carta i ricordi più nitidi della mia vita, per capire quanto il passato abbia modellato luomo che sono diventato.
Sono nato in una famiglia semplice, calorosa e stranamente silenziosa. Eravamo quattro figli: i due fratelli maggiori, Alessandro e Giovanni, la sorella Francesca e io, lultimo. Da piccino mi chiamavano in mille modi: Ale, Alessandrino, Ciccio; ma papà aveva un soprannome speciale, Loredano, che pronunciava con dolcezza, quasi come se mi cullasse con una melodia estiva. Quel nome mi rimaneva dentro, così ho sempre chiesto a tutti di usarlo, proprio come lo faceva lui.
Mio padre, Marco, era un operatore di macchine edili, mentre mia madre, Silvia, lavorava come commessa al mercato di Napoli. Vivevamo in una casetta di periferia, tra i vicoli di una piccola cittadina della Campania, dove le parole forti non avevano posto, ma cera spazio per un caldo silenzioso, per la fiducia che si leggeva negli occhi.
Quando Marco tornava a casa, laria era pervasa di odore di olio di motore, di vento di montagna e di strada. Portava sempre sacchi di patate, barattoli di sottaceti dei vicini che non potevano pagare in contanti, e talvolta unanguria che riesce a trascinare solo nei momenti più improbabili. Non poteva fare a meno di rispondere alle richieste altrui.
Le spese, invece, erano a carico di Silvia. Il suo mondo era ordine, bilanci, precisione. Non sprecava un centesimo, ma quando si trattava di libri, corsi o attività per noi, apriva il portafoglio senza esitazioni. Per noi era una spesa giusta, per loro un risparmio.
Ogni venerdì, quasi come un rito sacro, Silvia si sedeva davanti al televisore, prendeva una scatola di fili e iniziava a ricucire. Riparava i nostri vestiti con la stessa pazienza con cui curava noi, con calma e attenzione. Era una donna dolce, un po rotonda, con lunghi capelli corvini che legava in un cordone stretto. Non lho mai sentita litigare con Marco; potevano parlare per ore, in silenzio, come se tra di loro esistesse un universo tutto loro, incomprensibile agli altri.
Marco parlava con noi in modo breve e diretto:
Allora, ragazzi, tutto a posto?
E poi, con un gesto affettuoso, ci picchiettava la testa, uno alla volta. A me mi prendeva in braccio e mi lanciava in aria, così per un attimo vedevo il mondo capovolto. Quei momenti erano i miei preferiti. Sentivo che la nostra famiglia fosse perfetta, come quelle che si leggono nei libri dove ogni pezzo è al suo posto.
A scuola ero diverso: chiassoso, vivace, emotivo. La poesia mi scorreva facile, i testi ancora di più. Già al quinto anno sapevo che volevo salire sul palcoscenico, sognavo il teatro. Quando lo dissi a Silvia, quasi rovesciò il suo caffè sulla tovaglia. Marco scoppiò a ridere:
E allora, Loredano? Prova e vedrai.
Così intrapresi la mia strada: studi, spettacoli, lavori stagionali in feste, scrivevo inviti, scenette Un giorno decisi di scrivere un piccolo libro, una storia semplice su una bambina che cercava se stessa. Lo feci di nascosto, di notte, a puntate tra un compito e laltro, temendo che nessuno volesse leggere quel manoscritto. Volevo mostrarlo solo a una cara amica, ma lei, appena finito di leggerlo, esclamò:
Lo voglio regalare a tutte le donne che verranno al mio compleanno
Allinizio pensai di aver sentito male. Che libro? Di cosa parli? Sono solo scarabocchi. Lei mi sorrise dolcemente:
Loredano, da anni mi regali la tua amicizia, il tuo cuore. Questanno voglio dare al mondo il tuo libro, come segno di gratitudine.
Quelle parole mi sconvolsero. Per due giorni mi dibattetti, cercando di convincermi che non fosse serio, ma la mia amica aveva già trovato un impaginatore, un tipografo, e insisteva:
Fallo uscire, a tutti piacerà, vedrai.
E così fu. Il libro volò subito dalle scaffalature perché era onesto, vivo, privo di fronzoli. La gente si riconosceva nei suoi capitoli, vedeva i propri timori, le proprie speranze, la verità che molti temono di dire ad alta voce. Le copie si moltiplicarono, diventando regali di compleanno.
Poi volsi lo sguardo verso una scrittura più profonda: la famiglia, le radici, chi mi ha reso quello che sono. Questa decisione aprì una porta su un percorso per il quale non ero preparato.
Dovevo parlare con i genitori, scavare nei loro ricordi, scoprire date e storie. Chiamai Silvia; rispose con voce esitante:
Papà non cè è via per lavoro.
Mi stupii, perché di solito sapeva dove fosse Marco. Lo chiamai subito:
Ciao, Loredano! Dove sei?
Ciao, sono dalla nonna. Riparo il cancello, rispose spensierato.
Perché Silvia non mi aveva detto la verità? Già sulla via percepii che nella sua voce cera più di una semplice pausa. Quando entrai in casa, Silvia mi aspettava in cucina e, con voce bassa, mi confessò:
Marco e io ci siamo separati succede.
Quel colpo mi strapazzò il cuore. I fratelli e Francesca lo sapevano da tempo, ma non me lo avevano detto, forse per proteggermi, visto che avevo appena avuto un figlio. Volevamo difenderti, mi dissero. Difendere da cosa? Dalla propria famiglia.
Andai da Marco, chiedendo spiegazioni. Lui restò in silenzio, fissava il pavimento. Silvia, un giorno, scoppiò:
Da dove vieni a credere che vivessimo felici? Tu piccola non vedevi, non capivi. Per settimane non parlavamo. Non sa amare, non ha mai saputo.
Mamma, perché lo dici così?
Lui me lha detto.
Quel pensiero mi spezzò. Smisi di rispondere alle sue chiamate, di pensare al libro, di essere me stesso.
Quando la mia amica mi propose un ritiro in India, iniziai a elencare scuse: Davvero? Ora? Non posso. Ma la sera, raccontando al marito ciò che era accaduto, lui mi sorrise e disse:
Vai, ne hai bisogno.
Loredano, vai. Ce la faremo.
Così partii. Il ritiro era guidato da una donna straordinaria, Giulia Shanti. Il suo nome significava vittoria della pace. Non diceva mai no; accettava tutto come parte del flusso della vita, non come sottomissione.
Visitammo il tempio di Carni Matar, noto come il tempio dei topi, dove centinaia di ratti sacri, anime degli antenati, venivano nutriti e venerati. Io tremavo, ma Giulia si inginocchiava e li accarezzava, sussurrando:
La vita non ha sempre la forma che conosciamo, ma è vita comunque.
Era una presenza luminosa, chiara, non ingenua ma consapevole.
Una sera, al tramonto, ci sedemmo in silenzio sul tetto del ashram. Guardavo lorizzonte, sopraffatto da una strana malinconia. Giulia rimase accanto a me, guardava lontano, senza domande. Quando il mio respiro divenne pesante, si voltò verso di me:
Nel tuo silenzio cè tensione, Loredano. Siedi tranquillo, ma dentro soffia un vento.
Sorrisi:
Sono così, penso troppo.
No, oggi non pensi. Ti nascondi.
Continuò:
Talvolta ci taciamo non perché non vogliamo parlare, ma perché temiamo di sentire la nostra verità.
Le sue parole mi trafissero il cuore. Mi voltai, ma lei proseguì, quasi leggendo i miei pensieri:
Quando una donna nasconde la verità, la nasconde prima a sé stessa. Il cuore lo sa sempre. È come un pulcino che cerca un nascondiglio.
Poi, con dolcezza, mi chiese:
Da dove viene quel pulcino, Loredano? Da dove nasce questa ansia?
Il suo sguardo mi raggiunse dritto al cuore, non agli occhi. In quel momento capii che Giulia non cercava risposte con le parole, ma con la sua presenza. Raccontai tutto, ogni frammento, ogni paura. Ascoltò a lungo, poi disse:
Ami i tuoi genitori e vuoi salvarli, ma i figli non salvano i genitori. I figli amano, poi lasciano andare. Hai preso su di te un peso che non è tuo.
Piangei, ma lei mi accarezzò la mano:
Sei una figlia, non una giudice, non una pacificatrice, non una terapeuta. Ricorda il tuo ruolo, e la vita sarà più leggera.
Per la prima volta, respirai davvero.
Tornato a casa, chiamai Marco:
Papà, scusami, ti voglio bene. Mi senti? Ti voglio bene.
Il silenzio, poi il suo singhiozzo:
Ti aspettavo, Loredano ti aspettavo.
La sera andai da Silvia. Seduti in cucina, lei tornò a essere quella donna luminosa, un po imbarazzata, divertente. Parlammo fino a notte fonda; vidi in lei non solo la madre, ma una donna con la sua storia, il suo dolore, le sue scelte, la sua libertà.
Dopo qualche giorno aprii il computer e cominciai a scrivere un nuovo libro. Questa volta non parlava di una famiglia perfetta, ma di una famiglia viva, di amori diversi, di un cammino che è un cammino, di ricordi, di accettazione, di luce che non è dove tutto è giusto, ma dove tutto è sincero.
Ho capito, alla fine, che nessuno può portare il peso degli altri. Posso solo accettare, lasciar andare e vivere con onestà. Questo è il più grande insegnamento che porto nel cuore.






