Sono stufo delle scenate di tua madre! Basta, chiedo il divorzio! dichiarò mia moglie.
La chiave girò nella serratura proprio mentre finivo di pulire le ultime tracce della sua visita. Le briciole dei biscotti savoiardi che aveva portato apposta per il nipoteanche se Mattia aveva solo un anno e non dovrebbe mangiare così tanto dolce. La macchia di caffè rovesciato sempre col gomito urtava la tazzina quando cominciava a gesticolare per spiegare che non educavo bene nostro figlio.
Ciao, la voce di Enrico suonava stanca. Si tolse la giacca lanciandola sulla sedia senza degnarmi di uno sguardo.
Rimasi in silenzio. Continuai a strofinare il piano del tavolo con gesti circolari, anche se era già lucido. Dentro, però, bollivo. Tre anni. Tre anni di sopportazione.
Che è successo? alla fine si girò, forse intuendo che qualcosa non andava.
Lanciai lo straccio nel lavandino. Schizzi dacqua finirono sulle mattonelle.
Non ne posso più di tua madre! Voglio il divorzio, punto e basta!
Le parole uscirono da sole, secche come uno schiaffo. Non avevo neanche programmato di dirlo ora. Ma era troppo, non ce la facevo più.
Enrico si immobilizzò. Aprì la bocca, la richiuse. Poi accennò un sorriso nervoso, innaturale.
Ma che ti prende?
Ho detto tutto. La mia voce era più calma di quanto mi sentissi dentro. Prendi la tua roba. O prendo io la mia, fai tu.
Entrò in cucina, si sedette pesantemente. Si passò le mani sulla faccia. Io rimasi al lavandino, le braccia incrociate, lo sguardo fisso su questuomo con cui, quattro anni fa, avevo giurato amore eterno davanti allaltare.
Giulia, parliamone, ti prego…
Parliamone?! scoppiai a ridere. Ero normale oggi pomeriggio, quando tua madre è entrata con la copia delle chiavi che le hai dato di nascosto, e si è messa a giudicare perché nel frigo ho delle lasagne pronte!
Ma è solo preoccupata
Preoccupata? Mi rovina la vita, Enrico! alzai la voce. Ogni settimana, ogni santo lunedì, si inventa una scusa per venire qui, frugare tra le nostre cose, criticare come pulisco, come cucino, come vesto Mattia!
Lui tacque. Fissava il tavolo.
Oggi mi ha detto… deglutii, sentivo la gola chiusa, mi ha detto che sono una cattiva madre. Davanti a Mattia. È piccolo ma capisce, lo sai anche tu!
Non voleva…
Tua madre NON VUOLE mai… colpii il tavolo col pugno … eppure ogni volta il risultato è lo stesso: tutto ricade su di me! Non voleva rovinarmi il compleanno, quando ha passato la sera a parlare di quanto sia brava la nuora della sua amica. Non voleva offendermi, quando lultima volta a Natale davanti a tutti ha detto che io sono pigra perché sto ancora a casa invece di lavorare!
Enrico mi guardò; nei suoi occhi solo stanchezza. Niente rabbia, niente difesasolo stanchezza.
Cosa dovrei fare, secondo te?
La domanda. La aspettavo. E fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Voglio che tu mi difenda, almeno una volta! Metti per una volta tua moglie davanti a tua madre!
Non esagerare
Io esagero!? la voce mi si spezzò in un grido. Dalla culla nella cameretta sentii Mattia agitarsi, dovetti abbassare i toni. Esagero quando lei mesi fa ha fatto una scenata perché non volevamo andare in campagna ogni week-end?! Quando ci chiede conto di ogni euro speso?! Quando decide per noi quale nido scegliere per nostro figlio?!
Giulia, vuole solo aiutare…
Aiutare?! presi la busta che sua madre aveva portato. Guarda! Mi ha comprato la biancheria. Senza chiedermi nulla! Perché, cito testualmente, non hai buon gusto, devi essere più curata per mio figlio!
Sparsi il contenuto sul tavolo. Mutande color carne, larghe il doppio di me. Un reggiseno grigio che mia nonna avrebbe trovato antiquato. Enrico arrossì.
Ok, questo è troppo…
Troppo? È umiliante! Non respiro più da mesi! Ogni mattina mi sveglio pensando: cosa si inventerà oggi per mortificarmi?
Mi aggiravo per la cucina come una furia. Rabbia, delusione, amarezza, tutto insieme.
E tu, sempre a darle ragione. Mamma voleva solo aiutare. Mamma si preoccupa. Mamma fa il meglio. E io chi mi protegge?
Ti amo, mormorò.
Amare non è solo dire ti amo, Enrico. Amore è agire. Vuol dire mettersi in mezzo, anche con tua madre, se serve.
Si appoggiò allo schienale, lo sguardo perso nella notte fredda di dicembre oltre la finestra.
Per lei è dura accettare che sono adulto, che ho la mia famiglia ormai…
È dura per LEI?! restai interdetto. E io? Vivo col fiato sospeso. Non posso rilassarmi nemmeno a casa mia, perché tua madre può entrare quando vuole con la chiave!
Le toglierò la copia…
Il problema non sono le chiavi mi sedetti davanti a lui, fissandolo dritto negli occhi. Il problema è che tu lasci che lei si intrometta. Non le dici mai basta, mai. Non difendi la nostra famiglia.
Un minuto di silenzio. Solo il ronzio del frigo, le lancette dellorologio sopra il forno.
Non so come fare ammise infine. Lei ha sempre controllato tutto, da sempre…
Allora scegli. O lei, o me.
Le mie parole erano dure, un ultimatum. Ma non potevo tornare indietro.
Giulia, non è giusto…
Non è giusto?! mi alzai in piedi. Non era giusto sopportare per tre anni le sue offese. Non era giusto tacere quando davanti ai miei la scorsa Pasqua insinuò che ti avessi sposato solo per interesse. Non era giusto fingere un sorriso quando in ospedale disse che Mattia è tutto suo padre e non ti assomiglia per niente!
Enrico si alzò di scatto anche lui, cercò di abbracciarmi. Mi scansai.
Non voglio. Sto parlando seriamente. O parli con tua madre oggi stesso e metti dei limiti, oppure me ne vado.
Giulia
Basta. Non sono abbastanza buona per lei, non sono mai stata accettata. Sono esausta! Non voglio più scusarmi per essere me stessa!
Il cellulare vibrò sul tavolo. Enrico guardò lo schermo; vidi la mascella tendersi. Sul display: Mamma.
Rispose.
Pronto Sì, mamma no, tutto a posto
Qualcosa si spezzò dentro di me.
Strappai il telefono dalla sua mano e attivai il vivavoce.
…Glielhai detto? la voce di mia suocera era tesa. Della casa?
Guardai Enrico. Era diventato pallidissimo.
Che casa? chiesi calma.
Pausa. Poi la voce di lei, soft, falsa:
Giulietta, cara, non sono cose che ti riguardano
Sono tua moglie, mi riguarda eccome. Che casa?
Enrico cercò di riprendere il telefono, lo scansai.
Con Enrico stavamo solo pensando iniziò la suocera, la mia sorella Carla mette in vendita il suo trilocale. Ha bisogno di soldi perché il figlio si iscrive alluniversità a Milano
Carlo. Il solito cugino che ai pranzi di famiglia millantava successi e criticava tutto quello che facevo, elogiando invece la moglie contabile che tiene in piedi la casa e la carriera.
E quindi?
Mamma pensava di comprarla, con un bello sconto.
Con che soldi?
Silenzio.
Con che soldi, Enrico?!
Con i tuoi risparmi sussurrò. E i miei, aggiungendo qualcosa…
I miei risparmi. Quei ventimila euro accumulati in cinque anni. Da prima del matrimonio. Lavoravo facendo due lavori, risparmiando su tutto. Il mio sogno era aprire un centro estetico. Avevo anche già un business plan.
Tu e lei avete deciso tutto, senza di me.
Giulia, è un affare! Una casa in quel quartiere
E io?! I miei sogni? I miei progetti?
Il centro lo farai dopo
Dopo? Ho trentanni, sto a casa con Mattia da due anni! Quando, esattamente?
Dalla cornetta la suocera intervenne subito:
Giulietta, ma che dici, il centro estetico puoi farlo più avanti, ora hai un bimbo! Poi ti sistemi! Ma la casa è un investimento! Carla la vende a prezzo di famiglia! Siamo una famiglia!
Una famiglia. Ripetei piano. Una famiglia che decide per me. O dove la mia opinione non vale nulla.
Posai il telefono e guardai Enrico.
Pensavi almeno di dirmelo? O prendevi e basta quei soldi?
Volevo parlarne prima…
Con chi? Con tua madre, sì. Con Carlo, anche. Ma con me, quando?
La porta di casa si spalancòla famosa copia della suocera. Entrò sua madre in pelliccia, col viso arrossato dal freddo.
Che succede qua?! Enrico, perché urla?!
Dietro di lei entrava Carla, tutta soddisfatta.
Ciao, Giulia. Passavamo di qui, pensavamo di mostrarti le carte…
Le carte. Le avevano portate. Senza nemmeno avvertire.
Andatevene dissi piano.
Come? mia suocera sgranò gli occhi.
Ho detto fuori da casa mia. Tutte e due.
Ma che modi sono? fece per avvicinarsi. Enrico, la senti?
Forse non è il momento… mormorò Enrico.
Non è il momento?! urlò la suocera. Ho dato la vita per te! Ti ho cresciuto da sola! Tutto per te! E ora mi butti via per questa… mi indicò con rabbia questa ingrata…
Basta! gridai. Carla saltò per lo spavento. Basta, andate via subito!
Giulietta, calmati provò Carla, ti facciamo un favore! Carlo ha bisogno dei soldi, voi una casa, tutti felici…
Non voglio la vostra casa! Voglio un marito che rispetti me! Voglio una famiglia dove non sono mai di troppo!
Ma chi ti credi? sbottò la suocera. Bella, giovane, pensi di essere chissà chi… Enrico ti avrebbe mai sposata se non fossi rimasta incinta? In questa casa non saresti mai entrata!
Silenzio.
Enrico era bianco in volto.
È vero? chiesi.
Tacque.
È vero, Enrico? Mi hai sposata solo perché aspettavamo un bambino?
Io… ti volevo bene
Volevi. Annuii. Ho capito.
Presi la borsa dallo scaffale. Il telefono in tasca.
Giulia, aspetta Enrico mi si avvicinò.
Non tentare. Lascia le chiavi sul tavolo. Domani vieni a recuperare le tue cose quando non ci sarò.
Non puoi semplicemente… andartene!
Posso eccome. E lo sto facendo. Da te, da tua madre, da questo teatro.
La suocera provò a fermarmi:
Lasci tuo figlio?!
Domani torno a prendere Mattia. Anche con i carabinieri, se serve. Ora che dorma in pacelui non ha bisogno di questi drammi.
Aprii la porta, uscii sul vano scale. Laria gelida colpì il volto, le gambe mi portarono giù senza pensare.
Si chiuse la porta, Enrico mi rincorse.
Giulia, aspetta! Dove vai?!
Non mi voltai. Scesi tra i piani. Quarto, terzo, secondo…
Troveremo una soluzione! Parlo con mamma! Te lo prometto!
Primo piano. Uscita. Uno strappoero fuori.
Il vento freddo bruciava i polmoni, camminavo veloce, senza guardare dove. Giacca aperta, niente sciarpa, poco importa. Importa solo lasciarsi tutto alle spallequesta casa, questa gente, questa vita.
Il telefono vibrava ancora. Mamma. Rifiutai la chiamata. Poi Enrico. Ancora. Suocera. Disattivai la suoneria.
Mi fermai solo in metropolitana. Mi sedetti su una panchina gelata. Le mani tremavanoper il freddo, o per lo stress, o per entrambi.
Che ho fatto?
Andata. Me ne sono andato senza nulla, senza Mattia, senza piani. Come nei film, solo che lì il protagonista si riscatta e trova la felicità. E nella vita reale?
Nella vita ti ritrovi su una panchina a dicembre, senza i soldila borsa lavevo lasciata, solo il telefono in tasca. Dove andare? Da mia madre? Sta in un monolocale con mia sorella Marta, studentessa. Un letto pieghevole non ci starebbe nemmeno.
Da Laura, la mia migliore amica? Sta con marito e due figli stretti. Non posso piombare lì.
Altre chiamate, ancora: sms da Enrico Scusa. Vediamoci domani, parliamo serenamente.
Parlare serenamente… Come se si potesse parlare serenamente della tua vita andata in pezzi. Un marito che non ti ha sposata per amore. Una suocera che ti considera una parassita. Sogni che non valgono nulla.
Altro sms, numero sconosciuto: Giulia, sono Carla. Non esagerare. Lappartamento è unoccasione. Pensa a Mattia, avrebbe più spazio. Richiamami, ne parliamo.
Ne parliamo. Loro discutono di tutto tra loro. A me comunicano la decisione.
Mi alzai. Arrivai alla stazione. In tasca cera almeno un bancomatqualcosa. Scesi in metropolitana. Il calore, il rumore. Salgo sul convoglio. Non so nemmeno dove scendere.
Scendo a Garibaldi. A caso, perché il nome mi piaceva. Cammino tra le vie. La città luccicava alle luci di Natale, vetrine illuminate, gente con la propria vita. E io tra loroperso, invisibile.
Entrai in un bar ancora aperto. Ordinai un tèil bancomat funzionava. Mi sedetti al tavolo vicino alla vetrina. Guardavo passare i passanti e pensavo.
A Mattia. Si sveglierà, domani, e cercherà la mamma. E io non ci sarò. Che dirà Enrico? Che la mamma se nè andata? Che li ha lasciati?
Mi si strinse il cuore. No. Non li ho lasciati. Ho solo bisogno di tempo. Capire come andare avanti.
Una cameriera giovane, occhi stanchi, sui venticinque si avvicinò al tavolo.
Tutto ok, vuole qualcosaltro?
No, grazie.
Aveva uno sguardo preoccupato. Non si allontanò.
Mi scusi, magari non dovrei chiedere, ma… sta bene?
Sorrisi amaramente:
Non tanto, direi.
Vuole parlare?
Strano. Una sconosciuta che si offre di ascoltare. Lha capito dal mio viso? O si annoia nel turno di notte?
Ho appena lasciato mio marito. Da unora scarsa.
Si sedette di fronte.
Ho dieci minuti di pausa. Vuole raccontare?
E raccontai. Tutto. La suocera, lappartamento, la rivelazione, il non sapere dove andare. Le parole uscivano da sole, come da una diga aperta.
Lei ascoltò senza interrompere. Poi disse:
Anche a me è successa una cosa simile. Tre anni fa. Vivevo col mio ragazzo, la madre ficcava il naso in tutto. Sopportavo, sperando che passasse. Invece peggiorava.
Che hai fatto?
Sono andata via. Come te. Senza niente. Ho dormito da amici, poi ho affittato una stanza. È dura, sì, ma… ho ricominciato a respirare.
Tu avevi figli?
No. Tu sì?
Un bambino. Un anno.
Annuii.
È più difficile. Ma tutto si risolve. Solonon tornare indietro. Se torni, peggiora ancora. Non cambieranno mai.
Finito il tè ormai freddo.
Ho paura di non farcela.
E chi ha detto che sei sola? sorride. Hai amici, famiglia. E poi, se sei stato capace di andartene, saprai sopravvivere.
Ci scambiammo i numeri. Lei si chiamava NicoletaNiki per tutti. Una cameriera qualsiasi che in mezzora mi diede più conforto di Enrico in quattro anni.
Uscì che già albeggiava. Milano si svegliava piano. Presi il telefonoventitré chiamate perse. Da Enrico, dalla suocera, da mia madre, pure da Laura. Evidentemente lui aveva avvisato tutti.
Scrissi solo un messaggio a Enrico: Domani alle due, ci vediamo in luogo neutro. Senza tua madre. Parliamo di Mattia e del divorzio. Non chiamarmi più.
Spedii. E tirai il fiato.
Davanti chissà cosa. Affitto, tribunale, affido. Paura? Sì. Ma non quanto restare in quella casa, con gente che non vede chi sono davvero.
Passeggiavo nella città sveglia. E per la prima volta in tre anni mi sentivolibero.




