Oggi voglio raccontarvi la mia storia: sono diventata madre giovanissima – a causa di un errore e della mancanza di sostegno

Stanotte ho sognato di raccontare la mia storia, ma tutto era avvolto in una luce irreale, le strade curve di Firenze piegate come in una cartolina bagnata. Ero diventata madre quandero ancora quasi una bambina, per sbaglio e senza nessuno accanto a darmi una mano. Adesso mia figlia, che in sogno si chiamava Chiara ed aveva tre anni, si muoveva tra i miei pensieri come una farfalla capricciosa. Anche se trovare occasioni e speranze era come cercare i numeri del Lotto vincenti, ho imparato col tempo ad andare avanti come si fa sulle pietre scivolose dei Navigli dopo la pioggia.

Ci sono giorni quelli lunghi e sereni come certe domeniche a giugno in cui tutto sembra pesarmi addosso, talmente tanto che anche buttare la spazzatura in strada sembra una scalata sullEtna. Sono lunica responsabile del suo futuro, come se portassi il Colosseo sulle spalle. Suo padre, Luca, si era dileguato come una nebbia mattutina sullArno, lasciandomi sola con le sue promesse sospese tra le tegole.

Questo sogno mi ronza nella testa come uno sciame di vespe di pensieri e preoccupazioni: tutto appare più difficile di prima, i colori più opachi, le strade più strette. A volte mi sento come una statua nella piazza svuotata e senza direzione e la volontà mi sfugge tra le dita. Eppure trovo sempre una ragione per non spegnere la luce: la mia bambina. Voglio donar-le quellaffetto che io non ho mai ricevuto da chi mi ha messa al mondo.

Nel sogno, mio padre era sparito subito dopo la mia nascita. E mia madre che in realtà si chiamava Donatella non mi aveva mai dato carezze, solo parole fredde come un gelato di gennaio. Metteva sempre al primo posto i suoi compagni e i figli di loro, mentre io restavo dietro una tenda, spettatrice silenziosa. Quando avevo bisogno di un vestito nuovo o un paio di scarpe per la scuola, me lo dovevo inventare: inventavo scuse, piccoli lavoretti, piccoli imbrogli per racimolare qualche euro. Chiedere a lei, non era una strada. “Non ci sono soldi,” ripeteva, ma per i compleanni dei figli del compagno trovava sempre qualche banconota ben piegata. Il mio compleanno a volte era solo un giorno qualsiasi: lei magari non se lo ricordava neanche.

Ricordo che le mie scarpe per la scuola si erano sfondate dopo due anni di passi tra selciati e sguardi distratti. Le incollavo ogni notte, così nessuno se ne accorgesse. Lei se ne era accorta, ma era rimasta zitta, lo sguardo fisso sul televisore. Tre giorni dopo, aveva comprato un nuovo paio di scarpe per la figlia del compagno, perché quelle vecchie non le piacevano più.

Si susseguivano notti piene di lacrime, a chiedermi perché mia madre preferisse loro a me. Poi, come in una piazza dove nessuno ascolta, ho capito che per lei ero solo un peso, e sono andata via. A Donatella non importava. Non mi ha mai cercata. Mi sono costruita una vita tutta mia, tra sacrifici e giorni senza focaccia, ma non mi sono mai arresa.

Passati forse quattro o cinque anni, ho saputo (nel sogno le notizie arrivavano portate dal vento) che il suo compagno laveva lasciata per una donna più giovane e i suoi figli erano tornati dalla madre biologica. Donatella era rimasta sola, nel suo appartamento con le porte chiuse e le foto girate allingiù. Ho provato un velo di tristezza per lei, ma non sapevo quale ponte attraversare per arrivarle vicino.

Ancora mi capita, tra una piazza e laltra del mio sogno, di pensare di cercarla e chiederle come sta, ma ho paura che nei suoi occhi ci sia ancora quellombra di rifiuto che mi ha accompagnato da sempre. Forse è meglio così: due donne, madri e figlie, senza più notizie luna dellaltra, sospese come gabbiani sopra il mare. Che fareste voi, in un sogno così fatto di nostalgia e silenzi?

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