A quattordici anni già affrontavo le emicranie emiplegiche, attacchi rari che possono paralizzare metà del tuo corpo.

Quando avevo appena quattordici anni, già convivevo con le emicranie emiplegiche, quelle crisi tanto strane quanto rare che ti paralizzano metà del corpo e ti fanno sentire come se ti mancasse un pezzo. Per una decina danni erano più o meno prevedibili: una volta al mese arrivavano, come un appuntamento fisso; poi, dun tratto, non lo furono più. Sono diventate croniche, sempre più frequenti, e mi hanno letteralmente mandata in frantumi. Non riuscivo più a lavorare, la testa piena di nebbia, i pensieri che si scioglievano come zucchero nel caffè. I neurologi hanno provato qualsiasi cosa potessero immaginare: montagne di farmaci dai nomi interminabili, cicli infiniti di punture di Botox, blocchi nervosi, diete rigidissime. Ma niente, proprio niente, mi dava sollievo.

Solo gli oppiacei mi permettevano un minimo di tregua. Era lunica cosa che mi teneva ancora a galla.

Poi, due o tre anni fa, è saltata fuori una proposta che sembrava quasi uno scherzo, una di quelle soluzioni bizzarre che senti nei racconti della nonna, tipo Fatti una passeggiata dopo mangiato che ti passa tutto. Invece no. I medici lavevano detta seria: Potresti provare a rimanere incinta. Per molte donne, la gravidanza è uno shock ormonale che talvolta resetta tutto.

Non era una soluzione facile da mandar giù. Cioè, io e Federico mio marito un giorno sognavamo di avere figli. Ma non così, non perché disperata. È un rischio, mi disse la dottoressa Arduini, però a volte funziona davvero.

Ti assicuro che quella notte ne abbiamo parlato per ore, io e Fede. Ogni volta che un attacco mi azzerava il braccio sinistro o mi confondeva le parole, il suo sguardo si faceva preoccupato, ma chiedere la cosa a voce alta ci sembrava sempre troppo. Avevamo una paura matta: portare un bambino al mondo, sapendo che magari non sarei mai stata bene, era giusto?

La dottoressa fu onesta, come sempre: Elena, mi disse sottovoce, io lho visto funzionare. Non posso garantirti niente, ma capita più spesso di quanto pensi.

Alla fine una notte, sdraiata sul pavimento del bagno, con una guancia schiacciata sulle mattonelle fredde e il corpo mezzo spento, sussurrai a Federico: Non posso continuare così, amore mio.

Non mi disse niente per rassicurarmi. Si limitò ad accarezzarmi i capelli e a restarmi vicino. Poi, quando riuscì a parlare, disse: Se questa è la tua occasione per tornare a vivere nostro figlio non penserà mai di essere stato un peso. Saprà che ti ha salvata.

Credo sia stato quello il momento in cui abbiamo preso la decisione.

La gravidanza, chiaramente, non fu una passeggiata. Sette mesi di tentativi, visite fitte, esami su esami, montagne russe emotive che ti lasciano senza fiato. Quando il test finalmente risultò positivo, scoppiai in lacrime così forte che Federico si preoccupò. Ma erano lacrime di sollievo, speranza e lo ammetto anche paura.

Il primo trimestre fu tremendo. Le mie giornate navigavano tra nausee e improvvisi bagliori di energia. Ma una cosa iniziò a cambiare: le emicranie si fecero meno frequenti, la paralisi scemava più in fretta, il dolore si faceva appena più gentile. Era poco, ma dopo tutti quegli anni mi sembrava un miracolo.

A sei mesi la situazione era imparagonabile: da tutti i giorni ero passata a due o tre attacchi la settimana. Non un paradiso, ma finalmente qualcosa di gestibile.

Ricordo la prima giornata intera senza emicrania: stavo in fila alla cassa del supermercato Conad, quando mi sono messa a piangere dalla gioia. La cassiera mi guardava preoccupata, io sorridevo tra le lacrime: non provavo una libertà così da quasi cinque anni.

Ormai Federico aveva ricominciato a sorridere. Anchio, timidamente, ricucivo un minimo di ottimismo.

Ma la gravidanza non aveva ancora finito con me.

Al settimo mese arrivò un attacco tutto nuovo, diverso da quelli precedenti: la vista sparita per un minuto, le mani completamente insensibili al ritorno. E lì, come una sentenza, venne fuori quel termine da incubo: ‘pre-eclampsia’.

Il mondo ci è crollato addosso. Da soluzione, la gravidanza era diventata unemergenza. Pressione altissima, rischi per la bambina e rischi per me. Col mio pregresso neurologico, la faccenda si era complicata.

Mi hanno ricoverata durgenza al Policlinico Gemelli di Roma. Il solito odore di disinfettante, il bip incessante delle macchine, infermiere che mi controllavano ogni ora, lansia che saliva e limpressione di non essere mai davvero sola.

La pressione non ne voleva sapere di calare, le emicranie paradossalmente rallentavano, come se ormai il mio cervello si fosse arreso. Ma la pressione quella diventava il problema vero. La dottoressa Arduini arrivava ogni giorno con lo sguardo serio: Vogliamo arrivare il più possibile vicini al termine, Elena, ma ti osserviamo giorno e notte. Ancora settimane trascorse tra corridoi sterili e scomodità, col tempo che sembrava non passare mai e Federico praticamente accampato accanto al letto, dividendo panini tristi del bar insieme ai suoi sospiri.

Poi, a 35 settimane, il colpo di scena: pressione ormai alle stelle e mal di testa feroce, ma niente paralisi. Solo un senso di urgenza, qualcosa di profondo e nuovo.

Arrivò la ginecologa, voce dolce ma decisa: Elena, oggi facciamo nascere la bambina.

Ho lanciato unocchiata disperata a Federico: Non è troppo presto? Starà bene?. Lui provò a rassicurarmi, ma nella voce cera tutta la paura del mondo: È forte Starà bene.

Quei ricordi li ho cuciti addosso per sempre. Alluna e dieci di notte, dopo dodici ore sfiancanti di travaglio, la nostra bambina Chiara è venuta al mondo urlando, così forte che tutte le ostetriche hanno sospirato di sollievo.

Era minuscola ma in salute. Perfetta.

Mentre la tenevo stretta, pelle contro pelle, le lacrime scorrevano pure e leggere. Federico mi baciava la fronte, sussurrandomi: Lhai fatto. È qui.

Poi, il miracolo vero, è stato dopo.

Due mesi più tardi, una notte mentre dondolavo Chiara nel suo lettino alle quattro di mattina, mi sono resa conto che non avevo più avuto emicranie per settimane. Neanche un piccolo fastidio.

Dopo quattro mesi, novanta giorni netti senza attacchi.

Dopo nove mesi, la dottoressa Arduini mi ha dichiarata in remissione.

Sono tornata a lavorare a tempo pieno. Mi sono rimessa a correre, ho ricominciato a pianificare la mia vita senza la paura di svegliarmi mezza paralizzata.

E guarda, certe notti ancora guardo Chiara che dorme e mi chiedo come ha fatto una creaturina così piccola a cambiare tutto. Avevano ragione i medici: la gravidanza ha cambiato ogni cosa. Non da un giorno allaltro non ci sono magie ma piano piano, come unalba che ti accorgi solo se guardi indietro.

Le emicranie non si sono fermate in un lampo. Mi hanno lasciata andare. E mi hanno restituito a me stessa.

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A quattordici anni già affrontavo le emicranie emiplegiche, attacchi rari che possono paralizzare metà del tuo corpo.