Al cane ormai non importava più nulla: stava per lasciare questo mondo crudele…

Il cane ormai sembrava essersi arreso; stava per lasciare questo mondo crudele…
Mi chiamo Caterina Donati e da anni abito in una piccola casa ai margini di un paese della campagna toscana. Quando sento le signore del paese dire che vivo da sola, sorrido tra me e me: “Ma che dite? Non sono affatto sola! Ho una famiglia numerosissima!”
Loro mi rispondono con cenni comprensivi, ma appena mi giro, so bene che si scambiano occhiate interrogative e fanno il gesto della mano alla tempia. Per loro, famiglia vuol dire marito e figli; io invece conto come parenti i miei animali, tutti i miei amici a quattro zampe e pennuti. Cè chi in paese pensa che gli animali servano solo a qualcosa: la mucca per il latte, le galline per le uova, il cane per il cortile, il gatto per i topi… Ma io ho cinque gatti e quattro cani, tutti rigorosamente in casa, al caldo, cosa che destabilizza non poco i miei vicini.
Le donne del paese, alla fine, hanno smesso di insistere con me: hanno capito che discutere con Caterina la strana è tempo perso. Io rido e rispondo sempre: “Ma per carità, lasciateli fuori strada, qui dentro ci stiamo tutti comodi!”
Cinque anni fa la mia vita si è spezzata in un solo istante: ho perso marito e figlio insieme, mentre tornavano a casa dalla pesca, travolti da un camion sulla via Aurelia. Dopo il funerale, mi sono resa conto che non potevo più restare in quell’appartamento in città, dove tutto parlava di loro. Oramai anche passeggiare per quelle strade, entrare nei soliti negozi o incrociare gli sguardi pietosi dei vicini era diventato insopportabile.
Dopo sei mesi ho venduto tutto e, con la mia gatta Bianca, sono venuta in questo borgo, scegliendo una casetta isolata poco fuori dal centro. Lavoro destate nellorto e dinverno al circolo del paese, in cucina. Nel tempo, la famiglia è cresciuta: alcuni animali li raccoglievo davanti alla stazione, altri giravano affamati attorno alla mensa. Così, un pezzo alla volta, il mio cuore caldo ha curato ferite e solitudini, ricevendo in cambio affetto sincero dai miei compagni di vita.
Sfamo tutti, anche quando i soldi scarseggiano (eh, la pensione minima non fa miracoli…). Ho promesso a me stessa mille volte che non avrei più portato a casa nessuno, non si può certo salvare il mondo intero Ma poi a marzo, quando pensavo già a un po di primavera, è arrivato invece un freddo tipico di febbraio: neve bagnata che copriva i campi e vento che fischiava tra i cipressi.
Quella sera avevo appena finito la mia giornata in cucina ed ero corsa indietro verso lultimo autobus per tornare al paese. Due giorni di riposo davanti e così, passando al supermercato, ho preso qualcosa di buono sia per me che per i miei animali, oltre a portarmi a casa un po di avanzi dalla mensa. Le borse pesanti mi tagliavano le mani e sognavo solo il camino acceso. Ma, chissà come, il cuore ancora una volta ci ha visto più lontano degli occhi: a pochi passi dalla fermata, mi sono fermata dimprovviso e mi sono girata.
Sotto una panchina c’era una cagnolina. Mi guardava, ma lo sguardo era spento, perso. Aveva il muso coperto dalla neve: doveva essere lì da ore. La gente tirava dritto, stretta dentro le sciarpe, indifferente. “Ma possibile che nessuno labbia vista?” mi sono chiesta.
Mi si è stretto tutto dentro. In un attimo ho dimenticato il bus, le borse, le promesse. Sono corsa da lei, ho buttato a terra le borse e ho allungato la mano. Lei ha battuto appena le palpebre. “Grazie al cielo, sei viva!” ho sussurrato sollevata. “Su, piccolina, proviamo ad alzarci…”
Non si muoveva, ma non si opponeva, come se ormai non le importasse più nulla di questo mondo crudele
Nemmeno so come sono riuscita a trascinare fino alla pensilina della stazione sia il cane sia le mie borse, ma ci sono riuscita. Ci siamo accasciate in un angolo della sala dattesa e io ho cominciato vigorosamente a massaggiarla per scaldare quelle zampette gelide.
“Coraggio, Biscottina, ora ti scaldi e andiamo a casa,” le dicevo sottovoce. “Diventerai la quinta cagnolona della famiglia, così siamo in pari con i gatti!”
Dalla borsa ho tirato fuori una fetta di polpettone e lho offerta alla cagnolina infreddolita. Allinizio mi ha voltato la testa, rassegnata, ma appena si è scaldata un po, ha cambiato idea: le pupille si sono accese di vita nuova e il boccone è sparito in un attimo.
Unora dopo ero fuori con lei sì, l’ho battezzata subito Lidia a cercare un passaggio. Lautobus era andato e avevo improvvisato un guinzaglio con la cintura. Lei mi seguiva stretta stretta alla gamba. Dopo un quarto dora, una vecchia Fiat Panda si è fermata accanto a noi.
“La ringrazio tanto!” ho detto al signore al volante, “Non si preoccupi, tengo la cagnolina sulle ginocchia, non le sporcherà niente.”
“Ma no, faccia comodo,” ha sorriso lui. “Salga pure, la sua amica può stare accanto a lei.”
Lidia, tremando, si è accoccolata su di me e così siamo riuscite a sistemarci.
“Così è più calda,” ho detto ridendo.
Lui ha annuito, aumentando il riscaldamento. Abbiamo viaggiato in silenzio: io tenevo la cagnolina stretta e guardavo i fiocchi che ballavano nella luce dei fari; lui gettava sguardi curiosi al mio profilo stanco ma sereno. Forse aveva capito che avevo appena raccolto Lidia e la stavo portando a casa.
Davanti al cancello, si è offerto di aiutarmi con le borse. Il cumulo di neve era alto, così forte di spalle ha spinto la cancellata per farmi passare. Le vecchie cerniere hanno ceduto e il cancello è scivolato da un lato.
“Pazienza”, ho sospirato. “Era da una vita che dovevo sistemarlo!”
Dalla casa è partito un concerto di latrati e miagolii: la mia famiglia mista era già tutta sulla porta che ci aspettava.
“Eccoli qua, siete pronti? Vi presento la nuova arrivata!” ho esclamato mostrando Lidia.
Cani e gatti sono accorsi a salutare, fiutando le borse tra il divertito e lappetito.
“Ma forza, venite dentro che fa freddo, signore,” ho detto al mio gentile autista. “Le va un tè caldo?”
“Grazie, ma è tardi. Devo tornare, ma date da mangiare a loro che hanno fame,” ha risposto lui sorridendo.
Il giorno dopo, quasi a mezzogiorno, ho sentito colpi nel cortile. Ho indossato la giacca e sono uscita. Era il signore della sera prima, con le maniche rimboccate, che fissava delle nuove cerniere al cancello.
“Buongiorno,” mi ha salutato. “Mi chiamo Marco. Ieri sera il cancello lho rotto io, così oggi sono tornato a rimediare. E lei?”
“Caterina…”
Tutti i miei animali gli saltavano attorno in festa. Si è abbassato per accarezzarli uno ad uno.
“Caterina, vai dentro che fuori ghiaccia. Tra poco finisco e sarò felice di bere un tè. Ah, nel baule ho portato anche una torta e qualche leccornia per questa bella famiglia…”

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