Ricordo ancora quei giorni lontani della mia infanzia, quando piccolo Alessandro sedeva in un angolo e piangeva con il cuore spezzato. Nemmeno lui capiva cosa avesse fatto di male. Si domandava perché mamma e papà lo avessero abbandonato, portandolo in quel brefotrofio. Eppure Alessandro li aveva sempre amati, aveva sempre cercato di ascoltarli per quanto poteva.
Sua madre naturale lo lasciò ancora in fasce, poco dopo la nascita allospedale di Firenze. In seguito, una coppia, Maria e Giorgio, lo adottarono. Non avevano figli propri, così decisero di prendere con sé quel piccino dal brefotrofio. Ma Giorgio, nonostante le buone intenzioni, non riusciva a volergli bene fino in fondo. Sentiva che Alessandro non fosse davvero figlio suo e non riusciva ad accettarlo nel cuore. Maria invece si innamorò subito del bimbo, lo coccolava e gli dedicava tutte le attenzioni, ma neppure lei riusciva a diventare veramente sua madre.
Gli anni passarono. Alessandro crebbe in quella famiglia, dedicando tutto lamore possibile ai suoi genitori adottivi. Poi, un giorno, Maria scoprì di essere incinta. La gioia era incontenibile, tanto che quando lo disse a Giorgio, parevano toccare il cielo con un dito.
Da quel momento in poi, però, Alessandro non ebbe più le loro attenzioni. Cominciò a dare loro fastidio, ogni suo gesto li irritava. Giorgio divenne anche violento, alzando le mani su di lui. Ale non serviva più, ora che una nuova vita era in arrivo. I due decisero allora di restituirlo al brefotrofio; scrissero la rinuncia e davanti al giudice persero ogni diritto su di lui.
Dopo ludienza, Maria si avvicinò, gli disse che ora avrebbe vissuto in un istituto e, nonostante il pianto disperato e le suppliche del piccolo che la chiamava mamma, lei si girò e se ne andò senza voltarsi indietro. Alessandro aveva solo cinque anni e già conosceva il dolore del tradimento, prima da parte della madre naturale e poi dagli unici genitori che avesse conosciuto.
La giudice che aveva firmato la sentenza, la signora Caterina, rimase lì a osservare in silenzio la scena. Mossa a compassione, si rivolse alla direttrice dellistituto: disse che avrebbe adottato lei il bambino. Il dolore di Alessandro aveva toccato anche il suo cuore. Così, con la prontezza e lefficienza che solo una donna forte come lei poteva avere, Caterina sistemò tutta la burocrazia non servì molto tempo e portò Alessandro via, verso una nuova casa.
Da subito iniziò a chiamarlo teneramente Sandro mio, e il bambino, pian piano, riuscì a dimenticare il passato e si affezionò profondamente a Caterina. Gli anni nuovamente passarono. Alessandro andava benissimo a scuola: diplomato con il massimo dei voti, una medaglia doro alla maturità, si iscrisse poi alla facoltà di medicina a Roma. Si laureò con lode, e ben presto fu chiamato a lavorare in una delle migliori cliniche di Milano.
Un giorno, accadde qualcosa di inaspettato. Tra i pazienti riconobbe subito un uomo: era Giorgio, il suo primo padre adottivo. Giorgio gli raccontò che la moglie era morta di parto, il bambino non era sopravvissuto e lui, disperato, era caduto nellalcol. Fu solo grazie a una donna, Francesca, che cominciò a uscire dal tunnel e infine decise di chiedere aiuto.
Così si erano ritrovati, tanti anni dopo. Alessandro, nonostante fosse ancora giovane, ricordava bene come quelluomo lo aveva trattato. Ma si ricordò anche del giuramento dIppocrate, della pietà e della saggezza che aveva imparato. Così aiutò Giorgio, senza rancore. Il destino aveva già punito a sufficienza Giorgio e Maria; in Italia si dice che ai bambini abbandonati non si deve mai fare del male. Alessandro, con saggezza vera, non volle vendetta. Aveva capito che la vita sa essere molto più amara di qualsiasi vendetta terrena.





