Ho paura di perderti

Ecco dove abito, sorrise Leonardo, facendo un gesto ad Agnese affinché entrasse in casa.
Accomodati pure, arrivo subito.
Agnese varcò la soglia incerta, lo sguardo nervoso che correva sulle pareti dellingresso.
Non si sfilò subito le scarpe, come se fosse pronta a scappare da un momento allaltro.
Qualcosa la inquietava…
Quando lui rientrò nel corridoio, vide negli occhi di Agnese un terrore vero, le sue mani tremavano e senza dire una parola, la ragazza fuggì di corsa dallappartamento.
Agnese, dove corri?!
Leonardo seguì incredulo la porta dingresso sbattuta.
Poi uno sguardo a Marta, che lo osservava silenziosa accanto a lui.
Non avrebbe mai immaginato che una serata così perfetta sarebbe finita in quel modo.
È scappata senza nemmeno dire una parola?
domandò incredulo Vittorio quando Leonardo raccontò tutto al suo migliore amico.
Sì, non ha detto nulla.
Sembrava avesse visto un fantasma!
rispose Leonardo, prendendo in mano la tazza di birra e rimettendola sul tavolo.
Non ci capisco niente Che lha spaventata così tanto?
Possibilità ce ne sono tante, replicò Vittorio.
Hai provato a chiederle direttamente?
Ci avrei provato, se solo avesse risposto alle chiamate.
Da ieri sera non mi risponde.
Sei andato sotto casa sua?
No.
Ho solo accompagnato Agnese allandrone, di quale appartamento sia non lo so.
Ma è una situazione strana, davvero…
Già È tutto così assurdo.
Era iniziata così bene, e finita così scioccamente.
Magari non è finita!
Perché fasciarti la testa prima del tempo?
Sembra proprio che abbia cambiato idea.
Non mi viene in mente altro.
Lunedì la vedrai in ufficio, chiedile tutto faccia a faccia.
Poi deciderai cosa fare.
Conobbi Agnese su un tram affollato che correva tra le vie di Firenze.
Nessuno cedeva posto alla giovane ragazza; solo io glielo cedetti.
Le stetti vicino per il resto del viaggio, col sorriso stampato sul volto.
Aveva qualcosa di speciale, che mi colpì subito.
Mi sarebbe piaciuto conoscerla, ma dovevo correre in studio; e poi non ero certo il tipo da approcciarsi davanti a tutti.
E che le avrei detto?
«Ciao, sono Leonardo, ecco il mio numero: chiamami stasera dopo il lavoro»?
Una banalità.
Così, quando scesi alla mia fermata, non indugiai: mi diressi subito verso lufficio.
Eppure, camminando, avevo come limpressione che lei mi seguisse.
Ma non girai a controllare: sapevo che era solo unillusione del desiderio.
«Vorresti che fosse vero», pensai.
Oh, sì, lo desideravo.
Ma la vita non è un romanzo: non si incontra una ragazza su un tram e da lì nasce un amore eterno.
Eppure, seduto davanti al computer, i suoi occhi continuavano a infestare i miei pensieri, la sua voce, una dolce ossessione.
Cercando tra le cartelle di Excel, rivedevo i suoi occhi.
Aprendo le e-mail, rivedevo il suo sorriso.
Un incantesimo.
Quando il direttore, il signor Giovanni Stefani, la presentò a tutti in ufficio col fatidico: «Fatele un buon benvenuto», per un attimo credetti fosse frutto della mia fantasia.
«Forse dovrei farmi vedere da qualcuno»
Scoprii subito che quella ragazza era più che reale e che avremmo lavorato fianco a fianco.
A quel punto credetti al destino.
Agnese, si presentò lei con un dolce sorriso, portando la mano.
Con gli altri colleghi aveva già parlato.
Io ero rimasto lultimo.
Leonardo.
Piacere, balbettai, confuso e frastornato.
Non riuscii a dirle altro, ma dentro di me sentivo qualcosa crescere, qualcosa che mi riempiva di vita.
Quando passavo del tempo con lei, la sensazione era la stessa ogni volta: una voglia di fare qualunque follia per conquistarla, come prendere una stella dal cielo, o una perla dallAdriatico.
Quella sera stessa, nel parco sotto casa dove spesso portavo Marta a passeggiare, ne parlai con Vittorio.
Descrissi Agnese a parole tanto entusiastiche che Vittorio capì subito.
Sei innamorato, amico mio!
Dici?
Sicuro!
Con Tiziana fu lo stesso: la vidi e capii che volevo stare con lei per tutta la vita…
Già!
È quellidea: per sempre.
Sento questo solo con lei.
Allora devi farti avanti.
Invitala fuori.
Al cinema o a cena.
Dici la invito?
Se non ci provi, non lo scoprirai mai.
Se perdi tempo, magari ci prova qualcun altro.
E se avesse già qualcuno?
Arrivo io con il mio invito e faccio una figuraccia
Se è impegnata, avrete solo rapporti di lavoro.
Ma devi tentare.
Male che vada, non perdi nulla.
O chissà…
Ci provai.
Dopo il lavoro, la trovai alla fermata, sorrisi, arrossii.
Poi trovai il coraggio:
Non vorrei sembrarti invadente Ma ti andrebbe di uscire insieme?
Un caffè, magari o il cinema.
Agnese sorrise e accettò.
Bevemmo un espresso in un bar in centro, poi passeggiammo fino a tardi per le strade illuminate di Firenze, infine la riaccompagnai a casa.
Andò tutto addirittura meglio di come lavessi immaginato.
Tornai a casa, e portai a spasso Marta per unora, recuperando la passeggiata saltata.
Quella notte, sdraiato a letto col cuore accelerato, sognai: la vedevo mia sposa, una vita insieme, dei figli, e noi tre a scappare nei weekend verso il Chianti, o magari il Lago Trasimeno
E mi sembrava che quei sogni fossero davvero a portata di mano.
Trascorsero tre mesi.
I migliori che ricordi.
In quel periodo successe di tutto: cene nei migliori ristoranti di Firenze, film romantici sotto le stelle dellArena estiva, persino baci sotto la pioggia calda di giugno, senza curarsi dei passanti.
Agnese era splendida.
Buona, gentile, spiritosa, piena di grazia e con una timidezza delicata che adoravo.
Ringraziavo il destino ogni giorno per averla incontrata.
Solo che
Lunico problema era che ogni sera, dopo la passeggiata con Agnese, dovevo comunque portare fuori Marta.
Vivevo solo, e nessuno tranne me poteva occuparsene.
Non era sempre semplice.
Più volte proposi ad Agnese di portarci anche Marta, ma lei reagiva in modo strano.
Diventava silenziosa, distoglieva lo sguardo, e rifiutava.
Meglio noi due, diceva Agnese.
Magari ci va di fermarci in una trattoria o vedere un film il cane non può entrare.
Sì, hai ragione, annuivo.
Poi, una sera, presi coraggio e le chiesi di andare a convivere.
Agnese disse di sì, ma al trasferirsi a casa mia sembrava sempre trovare una scusa per rimandare.
Agnese, capisco che il matrimonio sarà il prossimo anno, ma potremmo già vivere insieme Mi sentirei più tranquillo con te accanto.
È che ho promesso alla padrona di casa che sarei rimasta fino a fine anno.
Non voglio metterla nei guai.
Posso pagare io quei due mesi.
Dai, oggi vieni a casa mia, così ti faccio vedere lappartamento e ti presento Marta.
Vedrai che ti piacerà.
Agnese parve un po turbata, ma accettò.
Mi amava, e così decise che avrebbe provato provato a vincere la sua paura.
Ecco dove abito, le dissi sorridente, aprendole la porta.
Vieni pure dentro, arrivo.
Agnese entrò, ancora incerta, non si tolse subito le scarpe, e si mise a scrutare le pareti come se avvertisse un presagio.
Poi, rientrando nel corridoio, notai uno sguardo terrorizzato nei suoi occhi, le mani che tremavano e senza una parola scappò, lasciando la porta spalancata.
Agnese, ma dove vai?!
Rimasi con la bocca aperta davanti alla porta, Marta accanto a me esterrefatta.
Non avrei mai pensato a un finale così per la nostra serata.
La chiamai e richiamai.
Nessuna risposta.
Parlai con Vittorio: avevo bisogno di sfogarmi, di sentire un consiglio.
Dopo la conversazione con lamico decisi: sarebbe stato meglio aspettare lunedì; sicuramente Agnese non avrebbe potuto mancare al lavoro
Il lunedì mi trovò a fissare lorologio e le finestre appannate dei tram che arrivavano alla fermata.
Ma tra la folla che scendeva, non cera traccia di lei.
Era strano.
Di solito arrivava mezzora prima dellorario.
«E se le fosse successo qualcosa?!», pensai.
Ero tentato di chiedere un permesso al direttore per cercarla, quando la vidi arrivare a piedi sul marciapiede, capelli sciolti, occhi gonfi di lacrime.
Agnese, aspettami!
Si fermò bruscamente, si voltò.
Alla vista di me, abbassò la testa tristemente.
Agnese, cosa succede?
Perché sei scappata?
Perché non rispondi?
Non so più cosa pensare.
Leo, perdonami
Che è successo?
Manca poco allinizio della giornata Parliamo stasera, ti prego?
Hai cambiato idea su di me?
Non vuoi più vivere insieme?
la presi per mano, deciso a non lasciarla Son due giorni che non dormo Devi dirmelo adesso.
Perché sei scappata?
Scusami, Leo, ma non possiamo vivere insieme sussurrò Agnese prima di scoppiare in lacrime.
Ma perché?
Ho fatto qualcosa che ti ha ferita?
No
Allora cosè?
Agnese si asciugò le lacrime e mi guardò dritta negli occhi:
Ho paura
Di cosa, amore?
Dei cani
Come?
Ma la mia Marta?!
Ti ho spiegato che è docilissima, non farebbe male a una mosca!
Ma avevo già intuito: «Allora era davvero la mia Marta».
Non è solo di Marta, ho paura di tutti i cani.
Quando avevo sei anni, un bulldog mi aggredì al parco.
Non me lhai mai raccontato
No, perché non riesco nemmeno a ricordarlo senza sentirmi male.
Ero alla giostra, la mamma era entrata a fare la spesa.
Il padrone del cane era ubriaco, lo lasciò andare su di me per scacciarmi dalla panchina.
Mi hanno salvata per caso.
Da allora, ho una fobia.
Non ce la faccio.
Ma per strada incroci tanti cani
Sì, ma lì scappo, cambio marciapiede, mi avvicino alla gente Ma vivere sotto lo stesso tetto con un cane grande come Marta non potrei.
Perdonami.
Non sei tu, sono io.
Ma è assurdo
Ci ho provato, davvero.
Volevo vincere la paura, per questo sono venuta a casa tua Ma appena ho visto Marta, mi si è gelato il sangue.
E se ti dessi tempo?
Credimi ci proverò, ma non posso promettere nulla.
Tornai da Vittorio per raccontargli tutto, il cuore in subbuglio.
Non so cosa fare.
La amo, mi ama, ma non possiamo vivere insieme.
È normale?
Spero tu non pensi di rinunciare a Marta!
mi disse serio.
Mai!
Lamo tanto quanto Agnese.
Allora devi lottare per la vostra felicità.
Ma come?
Leo, la paura dei cani non è unallergia.
Ci puoi lavorare sopra.
Dille di andare da qualcuno, da uno psicologo.
Cè già andata
Niente da fare?
Dice che ci riproverà, ma non promette nulla.
Limportante è che vuole provarci.
Pensa a quanti avrebbero imposto: «O me o il cane».
Lei vuole trovare una soluzione.
Devi aiutarla.
Chi, se non tu?
Lo so Ma come?
Niente incontri a casa, per ora.
Prova delle passeggiate insieme, magari in un posto tranquillo, tipo il bosco.
Solo voi tre.
Dici che funzionerà?
nei miei occhi per la prima volta la speranza.
Perché no?
Vedrai che piano piano Agnese capirà che Marta non fa paura, anzi.
Vale la pena tentare.
Un sabato mattina, quando Agnese uscì dal portone e vide me col fuoristrada, sgranò gli occhi.
Da dove salta fuori la macchina?
Me lha prestata un amico.
E vuoi che saliamo tutti e tre?
la voce subito tesa.
Marta sta nel bagagliaio, cè uno spazio apposito.
Tu stai davanti con me, tranquilla.
Va bene
Agnese accettò, ma fu chiaro che avrebbe voluto tornare indietro al primo problema.
Unora dopo eravamo in una radura tra i boschi del Mugello.
Aiutai Agnese a scendere, liberai Marta, che subito si lanciò a correre, ma solo dopo averle ricordato di non avvicinarsi troppo.
Che pace qui, dissi, cercando di distrarla dai pensieri ansiosi.
Sì, davvero bello.
Ci infilammo gli stivali di gomma la pioggia aveva bagnato tutto e iniziammo a passeggiare.
Durante la camminata, lanciai la palla a Marta, così non invadeva troppo la visuale di Agnese.
Come va?
Non so Non saprei dire.
rispose, gli occhi fissi su Marta, che scappava tra i cespugli.
Amore, ogni cane è diverso.
Quello era stato educato male; Marta è buona perché cresciuta in modo sano.
Non devi aver paura di tutti.
Lo so
Vedrai che, dopo qualche passeggiata così, cambierai idea.
Le lanciai la pallina; Marta la rincorse felice.
Wof!
abbaiò forte.
Agnese si strinse contro di me, visibilmente impaurita.
Ce lha con me?
chiese debolmente.
No, risi stringendola esulta, perché ha trovato la pallina.
È la sua passione.
Marta tornò col giocattolo, si allontanò di qualche metro, pronta per la prossima corsa.
Vuoi provare anche tu?
le chiesi sorridendo.
Buttare la pallina?
Ho paura.
Chiudi gli occhi, tanto io sto qui.
Solo una volta.
Agnese prese la pallina, strinse forte, chiuse gli occhi e la lanciò lontano.
Brava!
dissi ridendo.
Marta, riportala!
Marta partì, allegra.
Si sentì solo poco dopo il suo abbaio più forte.
Vedi?
È bravissima.
Capisce tutto affermai fiero.
Leo, forse potremmo tornare a casa chiese Agnese.
Sì, torniamo.
Marta, vieni!
Ma Marta non tornava: continuava ad abbaiare più in là.
Vado a vedere, tu resta qui?
No, vengo anchio!
Attraversando i cespugli, vedemmo Marta che si agitava di fronte a una pozzanghera larga, la pallina galleggiava sulla superficie.
Ecco, ora ho capito risi.
Che cè?
chiese Agnese preoccupata.
Marta teme lacqua, quindi non riesce a recuperare la pallina da sola.
Tocca a me entrare.
Meno male che abbiamo gli stivali!
Teme lacqua?
Non pensavo che i cani avessero paura di qualcosa Li vedevo così coraggiosi.
Anche loro hanno le proprie paure.
Trovai Marta, sei anni fa, in un fiume.
Da allora rifugge ogni pozza.
Cammina pure sotto la pioggia, ma lacqua stagnante la evita.
Aspettami qui.
Non sarà un pantano?
Sento odore strano e là cresce il muschio domandò Agnese, agitata.
No, solo una pozzanghera.
Piove da giorni.
La palude è da tuttaltra parte.
Mi rivolsi a Marta:
Non urlare, piccola, ora la ti recupero il gioco, resisti.
Entrai deciso ma subito sentii i piedi sprofondare nel fango, più del previsto.
Marta abbaiava più forte, stavolta con un tono ansioso.
Tutto bene, Leo?
Sì, laggiù è solo molto fangoso Sto tornando.
Raccolsi la pallina, ma mi accorsi che lacqua mi arrivava quasi alla vita.
Mi voltai in fretta verso riva, ma camminare era arduo, i piedi sprofondavano.
Feci qualche passo, poi mi bloccai: non riuscivo più a muovermi.
Che fai fermo lì?
Esci!
gridò Agnese preoccupata.
Non riesco.
È una specie di torbiera, hai ragione.
Mi tira giù
Marta, disperata, abbaiava da riva incapace di aiutarmi.
Il panico bloccò Agnese.
Aiuto, Agnese!
Trova un ramo lungo!
Mani tremanti, cercò il telefono per chiamare qualcuno, ma la linea non prendeva.
«Non ora» pensò disperata.
Ma la paura di attraversare la riva, vedere Marta lì vicina, la paralizzava quasi come da bambina.
Quando Marta la guardò implorando aiuto, Agnese per un attimo indietreggiò.
Tornarono i vecchi ricordi; più di ogni altra cosa avrebbe voluto scappare via.
«Ma Leo?
Lo lascio?» Lamore per lui la frenò.
Agnese, aiuto…!
urlai ansimando.
Tremante, nonostante la paura, Agnese prese coraggio.
Scrutando tra i cespugli trovò un ramo robusto e lungo.
Lo tese verso di me.
Afferrai il ramo con tutta la forza che avevo.
Agnese tirò con tutte le sue energie, cercando di liberarmi.
Non ce lavrebbe fatta da sola.
Ma Marta si fece avanti e, capendo tutto, la aiutò a tirare.
Eravamo tutti e tre vicini, e la paura di Agnese sparì.
Salvare chi amava era più importante del proprio terrore.
Così, grazie alla forza di Agnese e di Marta, riuscii a uscire dal fango.
Sporchi, esausti, crollammo a terra a respirare, ma il peggio era passato.
Ragazze mie Non so come avrei fatto senza di voi!
esclamai abbracciando prima Agnese, poi Marta.
Mi avete riportato indietro!
Che paura ho avuto
Non dirmi che ora hai unaltra fobia, la presi in giro con un sorriso.
Sì, caro mio: la paura di perderti.
Questa è più forte di tutte le altre.
Agnese si voltò, abbracciò Marta forte.
Grazie, Marta!
Grazie di avermi aiutata!
Quella sera, dopo una buona cena calda e un bagno confortevole, eravamo tutti e tre accoccolati sul divano a guardare vecchi film con protagonisti i cani.
Agnese non voleva vedere altro, e a me e a Marta andava benissimo così.
E quella sera ognuno di noi capì che il maggiore dei nostri timori, quello di perdersi, era ormai condiviso da tutti e treQuella notte Agnese non riuscì a dormire, ma non per la paura.
Restò sveglia a pensare al coraggio che aveva trovato, al legame strano e bellissimo che si era creato tra lei, Leonardo e Marta.
Si accorse che qualcosa era cambiato; la paura era diventata semplice rispetto alla forza che aveva scoperto in sé.
Il mattino seguente, mentre il sole baciava dolcemente le colline fuori dalla finestra, Agnese si alzò in punta di piedi.
Vide Marta sonnecchiare ai piedi di Leonardo, la testa pelosa poggiata sulla zampa di lui, il respiro quieto.
Rimase a guardarli a lungo, pensando a quanto fosse assurda la vita: anni a scappare, e ora, nellunico posto dove avrebbe voluto restare, sarebbe rimasta solo a patto di smettere di fuggire.
Prese coraggio, si sedette sul tappeto accanto a Marta.
Marta, ti va di essere mia amica?
sussurrò piano, quasi temendo che il cane non capisse.
Ma Marta, come se avesse aspettato proprio quel momento, sollevò la testa.
Si avvicinò placida, leccò la mano di Agnese e si accovacciò vicinissima a lei, in un abbraccio silenzioso.
Leonardo si destò a quel gesto.
Li trovò così, una accanto allaltra, il passato spezzato in mille pezzetti minuscoli, il futuro pronto a ricomporsi.
Agnese lo guardò e sorrise, per la prima volta senza ombre.
Possiamo provarci, Leo voglio davvero vivere qui, con te.
Con voi.
Leonardo sentì il cuore scoppiare di gioia.
La accarezzò lieve sui capelli, e Marta si accoccolò, ormai padrona del suo nuovo posto tra loro.
Fu così che impararono a camminare insieme, inseguiti a volte dalle paure di ieri ma sempre più avanti verso domanitre cuori, uno solo.
E da quel giorno, ogni volta che la vita sembrava una trappola di fango, bastava guardarsi negli occhi e ricordarsi di quella radura: dove si era vinto tutto, insieme.

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