Non osare cantare

Non osare cantare
– Sorridi nel modo sbagliato.

Allinizio, non avevo capito che ce lavesse con me. Guardavo le mie mani, posate sulle ginocchia sopra il vestito blu scuro che di certo non avrei mai scelto. Troppo stretto sulle spalle, troppo lucido. Troppo estraneo.

– Caterina. Ho detto che sorridi nel modo sbagliato. Troppo tesa. La gente lo vede.

Giuliano parlava a bassa voce, senza neppure voltarsi verso di me. Fissava la sala dove già si accomodavano gli invitati al ventennale della sua azienda. Ventanni di attività. Una festa importante. Una serata cruciale. Il mio ruolo era stato definito prima, quasi come un punto del contratto: sedere accanto a lui, sembrare adeguata, non parlare a sproposito, non bere più di un bicchiere, non attaccar bottone con i soci senza il suo permesso.

– Scusa, ho detto.

– Basta scusarsi. Rimedia.

Il ristorante era uno di quei posti dove il denaro si sente nellaria. Non urla, si percepisce e basta. Nella pesantezza delle tovaglie, nella luce ovattata dei lampadari, in come i camerieri si muovono morbidi e silenziosi come nuotatori nellaria. Cero già stata altre volte, e ogni volta provavo la stessa cosa: io lì dentro ero un corpo estraneo. Non come moglie di un uomo di successo, ma come donna viva, con un passato, un nome, qualcosa dentro.

Avevo cinquantacinque anni. Ventotto li avevo passati con Giuliano Ferrante. Ci eravamo conosciuti che io ero allultimo anno di conservatorio. Ero piena di vita, innamorata di Mascagni e Puccini. Lui giovane imprenditore dagli occhi ardenti, la sicurezza di chi pensa che il mondo si possa comprare o modellare a piacimento. Mi guardava come se fossi proprio quel mondo. Poi si era scoperto che voleva solo rimodellare me.

– Giuliano, posso andare da Monica? È laggiù, da sola.

– Monica può aspettare. Non hai niente da fare al tavolo dei DAmico.

– Ma ci conosciamo da ventanni.

– Caterina. Nessuna rabbia nella voce, solo stanchezza. Questa sera è importante. Siediti e sorridi, nientaltro.

Sorrisi. Correttamente. Come previsto.

La sala si riempiva piano piano. Colleghi, clienti, assessori, mogli di politici. Tutti ben vestiti, tutti moderatamente allegri, ognuno a parlare di quello di cui si deve parlare in simili serate. Io ascoltavo brandelli di conversazione e mi accorgevo che non ricordavo più da quanto non parlavo di qualcosa che mi piaceva davvero. La musica. Il mistero di una fuga. Perché il secondo concerto di Rachmaninov quando lo sentivo ancora per radio mi stava dentro come una ferita.

A casa nostra la radio rimaneva quasi sempre spenta. Giuliano non sopportava la musica classica: diceva che lo innervosiva.

Al tavolo accanto una donna in abito rosso rideva forte a una battuta. Una risata vera, roca e calda. Mi accorsi di guardarla con un filo di invidia. Non per il vestito o la bellezza. Solo perché aveva il diritto di ridere così, senza chiedere il permesso.

La cena andava avanti. Discorsi, brindisi, lodi ai ventanni di successi e sogni futuri. Giuliano fece il suo breve discorso da leader che sapeva tenere la sala. Io applaudii e pensai che, forse, anche io una volta ne ero capace. Di tenere la sala, di cantare e togliere il fiato alla gente.

Lultima volta che avevo cantato in pubblico era ventiquattro anni prima. Una serata al conservatorio: Giuliano mi aveva portata e trascinata via in fretta per una telefonata di lavoro.

Quando il conduttore annunciò la gara di talenti dopo il dessert, la sala si riempì di brusio. Un diversivo finale: chi vuole può cimentarsi sul palco. Una battuta, una magia, una canzone. Giuliano smorfiosamente commentò:

– Che volgarità.

Io tacqui. Guardavo il palco. Il microfono, il pianista giovane con le dita lunghe e il sorriso bonario: lo avevo notato dal principio, ondeggiava la testa anche sottovoce.

Salirono due uomini: una barzelletta, unarmonica. Applausi tiepidi. Poi il conduttore rilanciò linvito. La sala si fece silenziosa.

Sentii qualcosa cambiare dentro. Non una scossa, ma come una porta che, chiusa da anni, si spinge con un dito ed è già aperta. Posai il tovagliolo, mi alzai.

– Dove vai? chiese Giuliano.

– In bagno.

Non andai in bagno. Raggiunsi il conduttore e gli dissi qualcosa allorecchio. Lui sorpreso, poi un cenno. Mi avvicinai al pianista, parole in un sussurro. Annuisce, occhi brillanti.

Quando il conduttore pronunciò il mio nome, Giuliano ci mise un attimo a capire. Quando lo fece, lo vidi di sfuggita, ma evitai il suo sguardo. Guardavo solo il microfono.

Tre gradini. Salgo e mi fermo. Una sala piena di sconosciuti tra completi scuri e chiffon. Qualcuno già distratto, altri che mi squadrono con benevola attesa. Faccio cenno al pianista.

Attacca i primi accordi, e nella sala cala un silenzio: non era una canzonetta da banchetto, era Rachmaninov. Un Vocalizzo. Niente parole, solo voce, solo musica.

Cominciai a cantare. Nei primi istanti faticai a credere di avere ancora una voce. Non era morta, secca, sparita del tutto. Cera. Diversa, più scura, ma viva. Vera.

Alla terza frase la sala si zittì, di colpo. Le conversazioni morirono, i calici si sospesero. Non lo notavo quasi. Cantavo e pensavo solo al respiro, a tenere la frase, a non pensare a Giuliano, al suo volto, al dopo.

Il dopo non contava. Contava solo quello.

Finita la musica, silenzio. Poi la sala si alzò. Non tutta alla volta, ma sì: si alzò. Applausi veri. La donna in rosso urlava brava. Il pianista mi guardava come chi vede una cosa rara.

Scese dal palco con le gambe molli, il cuore batteva, ma calmo. Tornai al mio tavolo, già vedevo la faccia di Giuliano.

Non applaudiva.

– Siediti, disse.

Mi sedetti.

– Ti rendi conto di cosa hai fatto?

– Ho cantato.

– Non fare la spiritosa. Hai messo la tua figura al centro della mia serata. Senza permesso. Sai che impressione hai dato?

– Che impressione?

– Che a mia moglie mancava lattenzione. Pose il bicchiere piano. Andremo via. Tra dieci minuti.

Tre persone vennero ugualmente da me. La donna in rosso si chiamava Teresa mi strinse la mano: Ma lei, signora, è incredibile, dove ha studiato? Un signore con la barba bianca chiedeva solo: Magnifico. Chi era il suo maestro? Monica, la vecchia amica, mi abbracciò nellatrio, odorava di casa e di ricordi, quasi mi mise le lacrime agli occhi.

– Cate, dove sei stata tutto questo tempo? Mamma mia, cantavi come…

– Monica, andiamo, disse Giuliano spuntando allimprovviso. Mi prese sottobraccio, non forte, ma con dita che strinsero a fondo. Scusateci, Caterina non sta bene, deve riposare.

In macchina tacque. Non una parola, che era peggio di mille frasi. Guardavo la Roma notturna scorrere fuori dal finestrino, le luci, le vetrine. Dentro sentivo uno strano stato: non gioia, non paura, qualcosaltro. Come se di colpo mi fossi ricordata il mio vero nome.

A casa tolse la giacca, lappese, si voltò.

– Senti. Capisco che tu sia annoiata. Capisco che cerchi qualcosaltro. Ma ci sono dei limiti. Hai fatto una cosa fuori luogo davanti a chi conta per me.

– Ho cantato. Mi hanno applaudita.

– Hai fatto la diva a una festa aziendale. Capisci la differenza?

– No, e mi sorpresi della mia voce, ferma. Spiegamelo tu.

Mi guardò a lungo. Poi:

– Hai tutto ciò che serve. Una casa, tranquillità, rispetto. Non capisco cosa ti manchi. E non voglio capirlo.

– Te lo dico io cosa mi manca: mi manco io.

– Cosa vuoi dire?

– Lo sai.

Andai in camera e chiusi la porta. Non mi svestii. Fissavo il soffitto, bianco e perfetto, come la nostra vita allesterno. Sentivo i suoi passi, le ante che sbattevano. Poi tutto tacque.

Non dormii per ore. Pensavo. Ricordavo comera stato lasciare la scuola di canto, quindici anni prima. Giuliano diceva che non era dignitoso per la sua signora, che pagavano due spicci, che non avevo bisogno di lavorare. Acconsentii. Pensavo di trovare altro, qualcosa di mio. Ma ogni tentativo veniva bocciato da lui: non adatto, non necessario, non opportuno.

Non mi picchiava, non urlava. Spiegava, semplicemente. Così per ventotto anni avevo smesso perfino di ascoltare la mia voce. Anche nella testa.

Fino a quella sera.

Allalba, mentre lui era in doccia, recuperai la borsa da sopra larmadio. Dentro: documenti, diploma del conservatorio riemerso da un fondo cassetto, alcune foto. Il cellulare. Un po di euro messi da parte negli ultimi tre anni, senza sapere quando sarebbero serviti. Ora lo sapevo.

Mi vestii semplice: jeans, maglione, giacca. Quando Giuliano uscì dal bagno, ero già sulla porta.

– Dove vai?

– Vado via.

Silenzio.

– Ma che dici.

– Lo dico sul serio. Me ne vado.

– Caterina. Si asciugava le mani, lo sguardo di chi esasperato dal capriccio altrui. Sei agitata, rilassati, parliamo più tardi.

– Il discorso è chiuso.

– Non hai soldi. Non hai un lavoro. Dove pensi di andare?

– Lo scoprirò.

– Sei patetica. Hai cinquantacinque anni. Dove…

Aprii la porta e uscii. Sentivo la sua voce ma non le parole. Lascensore scese piano, lo specchio rifletteva il mio volto stropicciato e incerto. Quasi sorrisi.

Andai a piedi. Roma era fredda e di un giallo secco, odore di foglie e caffè da un bar. Ordinai un cappuccino, mi sedetti alla vetrina e presi il cellulare. Chiamai lunica persona che davvero potevo.

– Monica, ho bisogno di te.

– Oddio. Cosa è successo?

– Ho lasciato Giuliano.

Silenzio. Poi:

– Dove sei?

Monica viveva sola in un bilocale in periferia. Figli grandi e via, il marito mancato da anni. Mi aprì senza dire nulla, solo un gesto.

– Vieni. Ho già messo su il tè.

Restammo in cucina fino a tardi. Io raccontavo, lei ascoltava. Solo ogni tanto rimboccava la tazza. Quando mi fermai, Monica disse solo:

– Sei andata via. È la cosa più importante. Per il resto si fa.

– Sicuramente ha già bloccato il conto.

– Già bloccato?

– Sì. Lo aveva minacciato lanno scorso.

– Vedremo il grande Ferrante, Monica serrò le labbra.

Giuliano non tardò a farsi sentire. Prima lui, poi la sua segretaria, poi mia madre che si vedeva subito da che parte era stata convinta a schierarsi. Piangeva al telefono, diceva che Giuliano le aveva raccontato che avevo avuto uno sbalzo d’umore dopo la festa e mi serviva aiuto.

– Mamma, sto bene.

– Caterina, lui ci tiene. Mi ha detto che eri strana ieri sera, che dovresti vedere un medico…

– Mamma, ho solo cantato. Tutto qui.

– Dice che è stato fuori luogo, che lo hai umiliato…

– Sto bene. Sono da Monica. Ti richiamo domani.

I soldi sparivano in fretta. Monica non voleva nulla per lospitalità, ma non si poteva continuare così.

Dopo tre giorni Giuliano mi mandò i miei effetti: non lui, ma due uomini sconosciuti con sacchetti a caso. Roba scompagnata: vestiti estivi in pieno ottobre, scarpe da sera, ninnoli inutili. Nessun maglione caldo o libro utile. Era un messaggio.

Dopo un altro giorno mi chiamò mia madre, raccontando che Giuliano era andato a trovarla a casa. Un tè, la solita litania su quanto io fossi sempre stata fragile e ingrata, e quanto si fosse preoccupato per me, che ci voleva uno specialista. Mia madre ascoltava sempre quelli che parlavano calmi.

– Caterina, forse dovresti tornare, parlate…

– Mamma, mi ha bloccato i soldi e dice che sono pazza. Capisci che significa?

Silenzio.

– È un uomo, Caterina. Sono tutti così, quando si offendono.

Chiusi la chiamata e fissai a lungo il finestrone. Poi presi il mio diploma e lo misi sul tavolo. Copertina blu notte, lettere dorate. Caterina Brambilla. Diploma in canto lirico. Non lo aprivo da almeno quindici anni.

Lindomani chiamai il conservatorio. Chiesi del maestro Lorenzo Vismara, il mio vecchio professore. Pensavo non ci fosse più. Invece cera ancora. Mi diedero il numero.

– Maestro Vismara? Sono Caterina Brambilla. Si ricorda di me?

Lunga pausa.

– La Brambilla? Del quarto anno?

– Sì.

– Certo che mi ricordo. Che fine ha fatto, Caterina? Sono anni che non la sento.

– Sono sparita. È vero. Maestro, ho bisogno del suo aiuto.

Ci incontrammo dopo due giorni, in una delle aule al terzo piano. Era esattamente come lo ricordavo: minuto, occhi vividi, le mani unite sulle ginocchia. Mi guardò, poi:

– Invecchiata.

– Anche lei.

– Normale. Sorrise. Canti.

– Adesso?

– Cosa aspettiamo?

Cantai. Allinizio ero esitante, i polmoni trattenuti, la voce che si incrinava sugli acuti. Lui ascoltava. Quando terminai, disse solo:

– La voce cè. La tecnica è scaduta. Il respiro non va. Ma la voce cè. È questo che conta. Il resto si recupera.

– In quanto tempo?

– Dipende da te. Se fai sul serio, in due-tre mesi puoi tornare a qualcosa di concreto. Pausa. Perché hai smesso?

– Mi sono sposata.

– Tuo marito ti ha proibito di cantare?

– Non realmente. È successo. Piano piano.

Vismara mi fissò.

– Piano piano, ripeté. Capito. Allora, Brambilla. Si ricomincia.

Lavorammo ogni giorno. Ero al Conservatorio alle nove e via fino alle due, a volte di più. La voce tornava a giorni alterni: a volte facile, altre sembrava di ricominciare sempre da capo. Vismara era severo: La voce non ha età. Solo la tecnica e la volontà contano. Tutto il resto sono scuse.

Monica mi trovò un piccolo impiego: un laboratorio corale per anziani al centro sociale del quartiere. Pagavano poco, ma erano soldi miei. Facevo lezione tre volte a settimana e mi piaceva: donne dai sessanta ai settantanni che cantavano per puro piacere. Stare con loro era medicina.

Giuliano, intanto, continuava: si diceva in giro che lavessi lasciato per un insegnante, che ero instabile, che aveva sopportato tutto per troppo tempo. Ogni versione cambiava secondo lascoltatore, ma la sostanza era sempre la stessa: lui vittima, io pazza. Alcuni ci credevano, altri tacevano. Mia madre si faceva sentire di rado, sempre con cautela.

– Pensi al futuro? Alla casa?

– Ci penso, mamma.

– Dice che vuole parlare, se torni.

– Non torno.

– Cate, ci deve pur essere una via di mezzo. Divorzio, divisione dei beni

– Mamma, ha bloccato i miei soldi e sparge menzogne. Con certi uomini non si tratta, si chiude.

Mia madre sospirava e cambiava discorso. Non potevo esserle arrabbiata: era cresciuta in altri anni, altri valori. Impossibile biasimarla.

Dopo un mese, a lezione, Vismara mi disse una cosa importante mentre riponeva le partiture:

– Tra due mesi cè un concerto benefico qui in città. Cerchiamo solisti. Potrei proporre il tuo nome.

Mi fermai.

– Maestro, non salgo su un palco da ventiquattro anni.

– Lo so.

– Il pubblico sarà tosto?

– Il concerto va in onda su Rai regionale. Beneficenza per lospedale pediatrico. Sì, pubblico vero.

Ci pensai due giorni. Poi dissi sì. Lui parve aspettarselo.

Sei settimane di preparazione serrata: arie dopera, romanze, e alla fine su insistenza di Vismara ancora Rachmaninov, ma più difficile. La stanchezza era feroce, a volte dormivo vestita sul divano da Monica. Ma non era la stanchezza conosciuta durante il matrimonio: grigia, stagnante. Era viva.

Monica mi seguiva come una madre, mi rimpinzava, mi brontolava per la dieta, io la prendevo in giro. In quei mesi fummo più vicine che nei ventanni precedenti: la povertà di orpelli avvicina.

A tre settimane dal concerto, i problemi ricominciarono. Il coordinatore giovane e nervoso mi disse che si erano sollevate questioni sulla mia presenza. Allusi. Io chiesi:

– Ha chiamato Ferrante?

Silenzio.

– Non posso rispondere.

– Ho capito.

Telefonai a Vismara. Lui: Resti tranquilla. Parlo io con chi di dovere.

Risolse tutto, non so come. Rimasi in programma. Però, la guerra non era finita: una settimana prima del concerto, Monica mi chiamò durante le prove.

– Cate, sono venuti due tipi. Dicono che sono amici di Giuliano. Chiedevano se vivi ancora qui.

– Hai risposto?

– Che non ti conosco. Ma sono rimasti fuori. Attenta.

Sentii un gelo nello stomaco. Non paura vera, ma la netta sensazione che lui non si sarebbe mai arreso. Ero roba sua, una ribellione allordine costituito.

Lo dissi a Vismara. Lui pulì gli occhiali.

– Quindi cercherà di rovinare il concerto.

– Di sicuro.

– Teme, lei?

Ci pensai sul serio.

– No. Ho smesso di avere paura.

– Bene. Sospirò. Ci sarà Vittorio Savini.

– Chi è?

– Produttore noto. Sta seguendo tutto. Vuole sentirla. Lo inviterò. Canti bene, Brambilla.

Lo fissai.

– Lei ha organizzato tutto di proposito?

– Insegno da quarantanni disse ho avuto tre studentesse con vera voce. Una se nè andata in America, una è morta presto, la terza si è persa sposandosi. Pensavo spesso a quella terza. Sono felice sia tornata.

Il giorno del concerto piovigginava. Arrivai con largo anticipo, girai sul palco, sentii la sala vuota. Ottocento posti. Adoravo la tensione della sala vuota, la scena che aspetta.

Unora prima, lorganizzatore venne:

– Signora Brambilla, fuori ci sono due uomini. Dicono di essere mandati da suo marito. Richiedono la sua presenza fuori.

– Non è più mio marito.

– Dicono di avere un certificato medico, che lei debba essere ricoverata.

Restai zitta qualche istante.

– Possono dire ciò che vogliono. Io canto. Se vogliono mi ascoltino.

Il responsabile titubò. Lo guardai dritta:

– È la mia serata. Nessuno può togliermela. Chiaro?

– Chiarissimo.

– Mi chiami Vismara.

Risolse anche con loro. Poco prima dellinizio vidi nel foyer un uomo alto in cappotto elegante accanto a Vismara: doveva essere Savini.

Ero terza in programma. Sala piena. Telecamera di lato. Un vestito scuro, scelto da me. Feci un passo sul palco.

E cantai.

Il primo brano fluì, il secondo mi mise in crisi ma tenni botta. Con il terzo non pensai più a nulla: solo musica. Quello era il mio posto. Quella ero io.

Sullultimo vocalizzo, silenzio teso. Quello vero, dove la gente ascolta davvero. Cantavo e mi sembrava di uscire dopo mesi allaperto e pensare che il cielo era ancora azzurro. Era lì che mi aveva aspettata.

Stavo finendo lultima frase quando dalla porta laterale sbucò Giuliano.

Lo vidi di striscio. Veloce, verso il palco, parlava a una guardia, agitava le mani, rosso in faccia. Dietro di lui un altro.

Cantai fino allultimo suono. Fino in fondo. Senza perdermi.

Il pubblico si alzò.

Giuliano si fermò a metà navata. Vicino a lui Savini: alto, elegante. Diceva qualcosa molto pacato. Giuliano rispondeva, la faccia mutava. Qualcosa si spezzò. In silenzio. Una sconfitta senza pathos. Un uomo che si accorge di non contare nulla lì dentro.

Poi Giuliano si voltò e uscì.

Dietro il palco Savini venne da me. Mi strinse la mano.

– Mi avevano parlato di lei. Adesso lho ascoltata. Dobbiamo parlare.

– Di cosa?

– Contratto. Tournée. Prima in Italia, poi allestero. Ho sale che cercano questa voce. Sorrise. E nessuno più la disturberà. Glielo prometto.

Vismara in disparte annuiva. Un cenno solo: abbastanza.

Con mia madre mi chiarì solo dopo. Andai da lei, ci sedemmo in cucina. Mi guardò a lungo, poi:

– Ti ho vista in TV. Al concerto.

– Davvero?

– Monica mi ha detto: Metti su Rai3. Lho fatto. Piegava il bordo della tovaglia. Non sapevo cantassi così.

– Eri a tutte le recite in conservatorio.

– Era tanto fa. E allora ero solo mamma e avevo paura per te. Stavolta ti ho osservata in TV, come spettatrice. Incrociò il mio sguardo. Caterina, scusami.

– Di cosa?

– Per aver dato più retta a lui che a te. Lui sapeva parlare. Tu tacevi. Credevo che, se stavi zitta, stavi bene. Mi sbagliavo.

Le presi la mano.

– Mamma, non è colpa tua. Va bene così.

– Non sei arrabbiata?

– No.

Piangeva piano, senza rumore. La tenni per mano, pensando che perdonare non è fingere che non sia successo niente. È portarsi dietro solo ciò che serve. Il resto lasciarlo.

Passò un anno.

Dietro le quinte di una sala storica, a Vienna, ascoltavo le voci della platea. I suoni erano diversi eppure uguali ovunque: fruscio di abiti, mormorii, qualcuno tossisce. La sala piccola, antica, con i soffitti a stucco. Fuori nevicava.

Ora la mia vita era questa: appartamento in affitto a Vienna, piccolo ma tutto mio. Contratto con Savini, canto e guadagno. Una valigia con cui giro lEuropa. Vismara ogni settimana mi chiamava in video. Mamma veniva a trovarmi ogni tanto, sempre stupita da tutto.

Di Giuliano sentivo a malapena notizie. Pareva che gli affari fossero andati male, qualche socio lo aveva abbandonato. Sei mesi dopo risposò: una donna giovane, sconosciuta ai più. Lo seppi distrattamente, provai solo un senso di stanco distacco. Alcune persone non cambiano: trovano solo la prossima.

Mi dispiaceva per lei. Ma ormai non era più affar mio.

La mia storia era altrove. Fatica, traversate in treno, discussioni coi direttori dorchestra, momenti goffi con lingue straniere, silenzi nelle stanze dalbergo. E poi altro: le mattine in città sconosciute, i miei applausi, il diritto di scegliermi un abito, di chiamare chi voglio, di chiudere la porta e sapere che nessuno mi giudica da dietro.

Ogni tanto pensavo agli anni persi. Non con rabbia, ma con onestà. Ventotto anni. Sono tanti. Avrei potuto cantare sempre. Essere unaltra o la stessa, ma prima.

Ma pensare a ciò che sarebbe potuto essere è un esercizio inutile. Lho capito.

Io esisto, ora. La voce cè. Il palcoscenico cè.

Un assistente fa capolino:

– Signora Brambilla, tre minuti.

– Arrivo.

Sistemo il vestito, lo stesso vestito semplice e scuro che ho scelto io. Faccio qualche esercizio di respiro. Chiudo gli occhi.

Mi viene in mente il volto di Giuliano quella sera, nellalbergo. Sorridi nel modo sbagliato. Io che rispondo scusa. Io che oggi sento la mia voce.

Sorrido ora. Non come allora. Sorrido e basta. Perché voglio.

Esco in scena.

La sala tace.

E io canto.

Alla fine di tutto, ho capito una cosa: la dignità vera nasce quando smetti di cercare il permesso degli altri per respirare, per sorridere, per cantare chi sei davanti al mondo.

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