Oggi ho 33 anni, ma ancora provo imbarazzo quando ricordo ciò che ho fatto a 18, quasi 19 anni.

Oggi ho trentatré anni, ma ancora porto dentro di me la vergogna per quello che ho fatto quando avevo diciotto, quasi diciannove anni.
Frequentavo luniversità e la mia vita era comoda.
Non eravamo ricchi, ma non ci mancava nulla.
Mia madre, Matilde, insegnava matematica al liceo, mio padre, Paolo, era dentista.
In casa nostra cerano regole, pasti caldi e sicurezza.
Una volta alla settimana veniva la signora Teresa ad aiutarci con le pulizie.
Lunico mio dovere era quello di tenere in ordine la stanza e studiare.
Sin da bambina mi era stato insegnato che il mio compito era prendere bei voti e non dare pensieri.
Alluniversità stavo insieme da più di un anno con un ragazzo.
Si chiamava Lorenzo, era un tipo silenzioso, gentile, cresciuto in una famiglia simile alla mia, studioso, rispettoso.
I miei lo adoravano.
Andavamo al cinema, prendevamo un gelato in Piazza Vittorio, passeggiavamo ai Giardini Margherita.
Tutto stabile, tranquillo, senza scosse.
Non sapevo allora che la stabilità è un privilegio.
Una sera, a una festa di una collega di corso, ho incontrato laltro.
Fabrizio.
Era arrivato in moto, vestito in modo strano, capelli arruffati.
Parlava a voce alta, si faceva sentire per tutta la stanza, rideva con una forza quasi sfrontata.
Non studiava, lavorava in unofficina come meccanico.
Da quella sera ha iniziato a cercarmi.
Mi scriveva messaggi, mi aspettava fuori dalluniversità, mi ripeteva che “sono troppo bella per stare con i ragazzi noiosi”.
Ho iniziato a vederlo di nascosto.
Ho mentito a Lorenzo, ai miei genitori, agli amici.
Tutto con Fabrizio era adrenalina: giri folli in moto per le strade di Bologna, birre prese destate sotto i portici, musica alta, fughe improvvise.
Mi sentivo viva, diversa, ribelle.
Solo pochi mesi dopo mi ha proposto di andare a vivere insieme.
Non sono riuscita a chiudere con Lorenzo perché non trovavo il coraggio, però ho accettato lo stesso di andarmene.
Una sera ho raccolto i miei vestiti, quando i miei non cerano.
Ho lasciato un biglietto e sono scappata.
Sono andata da Fabrizio, che viveva coi suoi in un piccolo appartamento a Casalecchio.
Ed è lì che è iniziata la realtà.
La casa era piccola, piena di cose, afosa destate e fredda dinverno.
Al mattino non mi alzavo più per andare in facoltà, ma per preparare la colazione a tutti, spazzare, lavare i pavimenti, pulire i bagni, lavare i panni a mano.
Non sapevo cucinare altro che risotto e fettine panate.
Sua madre, Assunta, mi guardava con disapprovazione se il pranzo era troppo semplice.
Suo padre brontolava di tutto.
Piangevo in bagno, mi sentivo inutile.
Ho dovuto lasciare luniversità perché non avevo soldi per il bus né tempo per studiare.
Poi Fabrizio è cambiato.
In officina beveva birra ogni giorno per il caldo, e nei fine settimana spariva con gli amici.
Rientrava tardi, ubriaco, urlava contro di me, diceva che la casa faceva schifo, che non sapevo cosa voleva dire essere una vera donna.
Mi accusava di essere viziata, inutile, che i miei genitori mi avevano cresciuta incapace.
Mi sembrava di soffocare.
Non avevo denaro, istruzione, né un posto dove tornare.
I giorni passavano e io pensavo alla mia vecchia vita.
Alla mia stanza ordinata, al mio letto comodo, ai quaderni delluniversità, a mia madre che mi chiedeva se avevo mangiato, a mio padre che mi accompagnava in macchina alle lezioni.
Pensavo anche a Lorenzo a quanto era stato gentile, paziente, premuroso.
Mi chiedevo come avessi potuto buttare via tutto.
Un giorno ho deciso.
Non ho detto niente a nessuno.
Mi hanno mandato a comprare qualcosa nel supermercato più economico, a mezzora a piedi.
Sapevano che tornavo sempre tardi.
Uscita con la sporta vuota, ho camminato due isolati e invece di andare al negozio, ho preso un autobus per tornare dai miei genitori.
Tremavo tutto il viaggio, il cuore in gola per la paura della loro reazione.
Quando sono arrivata sotto casa, mia madre ha aperto la porta.
Per qualche secondo è rimasta paralizzata.
Poi ha iniziato a piangere.
Anchio piangevo.
Erano passati quasi dieci mesi senza notizie.
Mio padre è uscito dallo studio: mi ha stretto forte, senza parlare.
Quella notte ho dormito nel mio letto pulito, protetto, senza grida, senza paura.
Non sono più riuscita a recuperare Lorenzo.
Aveva già voltato pagina.
Però ho ritrovato i miei genitori.
Sono rientrata alluniversità.
Ho ricominciato a studiare.
Ho capito una cosa che mi è costato ammettere: non ero infelice, prima.
La mia vita non era noiosa.
Era stabile.
Sono stata io a non saper riconoscere il bene che avevo, finché non ho conosciuto il sapore amaro del dolore.

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