IL RIMORCHIO
Luca era sfinito da feste, relazioni di una notte e appuntamenti senza fine, così quando conobbe la solare e intelligente Caterina, capì allistante che era lei quella giusta.
Uscirono una sera: un caffè in una pasticceria di Trastevere, poi a sentire i musicisti per le vie di Roma, parlando dei suoi successi al lavoro e della sua passione per la poesia italiana contemporanea.
Quando scoprirono che entrambi preferivano linsalata russa con le mele, risero: il destino stava dando il suo segnale.
Dovevano fare il passo successivo.
Fu la casa di Caterina il luogo scelto per questa nuova intimità: una cena solo loro.
Luca infilò la camicia migliore, si rase con cura, imparò alcuni versi strani di uno dei poeti preferiti di Caterina, prese un mazzo di fiori e una bottiglia di Chianti.
Mentre saliva le scale era euforico, libero.
Nulla poteva andare storto.
Già si vedeva seduto a tavola, sicuro di sé come un gatto che si avvicina alla ciotola per la quindicesima volta in un giorno.
Tutto era studiato nei dettagli, tranne quella frase che lo colse di sorpresa: «Buonasera, io sono Stefano.
Mamma si sta facendo la doccia, entra pure.»
Luca rimase rigido.
Davanti a lui, uno sguardo maschile-infantile, squadrato e deciso, lo fissava dallalto.
La mano che il ragazzo gli porse avrebbe potuto coprire lintera testa di Luca.
Per un istante pensò di aver sbagliato casa, ma quando Stefano starnutì forte trattenendo il naso proprio come Caterina , ogni dubbio sparì.
Lumore precipitò nel baratro, il vino parve inacidire e i fiori già appassivano.
Varcando lingresso, Luca sgranò gli occhi sulle scarpe di Stefano: avrebbe potuto infilarle sopra le sue eleganti, e gli sarebbero comunque state larghe.
Caterina, dal vivo, a confronto con il figlio, gli arrivava poco più che alla cintura.
Peccato che le donne non sappiano fare lo stesso con loro, pensò Luca amaramente.
Regali un anello, dieci anni dopo hai una fede.
Ottimo investimento. Nel frattempo si lasciò guidare in cucina, dove la tavola era già imbandita e Stefano, senza sedia, cambiava le tende.
«Cinque minuti e sono pronta!» gridò la voce di Caterina dal bagno.
Dopo cinque sessioni di cinque minuti ciascuna, finalmente Caterina uscì elegante dal bagno, avvolta in un abito da sera, il trucco perfetto e il viso raggiante.
Ma appena notò la smorfia di Luca, capì tutto.
Latmosfera romantica si dissolveva di colpo.
In silenzio, si servì la cena, ne mise un po anche a Luca, versò il vino, e senza attendere, iniziò a mangiare.
«Perché non mi avevi detto che hai un figlio?» sussurrò Luca, offeso.
«Ti spaventa il rimorchio?» rispose, amara ma con un sorriso tirato, Caterina.
«Ma questo non è un rimorchio, è un intero treno!»
«Già, grosso vero?
Lha preso tutto da suo padre.
Lui di un paesino delle Dolomiti, ancora più alto del nostro Stefano.
Andava a mani nude dietro ai cinghiali.»
«E…
adesso dovè?» deglutì Luca.
«In tournée.
Con il cinghiale.
Ci ha lasciati per il teatro.
Ogni tanto scrive, ma con una calligrafia così orribile che sembra sia il cinghiale a scriverci.
Che almeno lui, pare abbia più cuore.»
«Quanti anni ha?» chiese Luca, accennando alla cucina.
«Quattordici, ha appena ritirato la carta didentità.»
«Con la forza?»
«Molto divertente.»
Mangiarono in silenzio, senza trovare le parole giuste.
«Un altro po di carne?» domandò Luca, porgendo il piatto.
«Ti piace?»
«Onestamente, non ho mai mangiato meglio.
Cosè?»
«Carne di cervo.
Lha cucinata Stefano.»
«Accidenti, è un talento.»
«Glielha lasciato suo padre.
Insieme ad un vecchio libro di cucina, un set di coltelli, tre canne da pesca, una barca e altra roba inutile che ci ha appioppato.»
«La barca?» domandò Luca, a bocca aperta.
«Eh sì, dorme in cantina.
O almeno, ci capita ogni tanto.
Il ragazzo vive per la pesca.»
In quel momento, Caterina si scusò e uscì a rispondere al telefono.
Probabilmente, sarebbe il caso di prepararsi ad andare, pensò Luca.
Qui non cera più niente da pescare.
Poco dopo, Caterina tornò trafelata.
«Luca, devo chiederti un favore…
È successo un casino al lavoro, puoi stare un paio dore con Stefano?»
«Io?
Con Stefano?
Ma perché?»
«È minorenne, non si sa mai con la gente che gira…»
«Temi che me lo rapiscano?»
Caterina tagliò corto: «Ti pago.
Per la serata e la babysitter.
Dopo di che, mai più una chiamata, promesso.»
«E che dovrei fare con lui?»
«Non so Siete uomini, parlate tra uomini.
Io devo scappare.»
Non fece in tempo a rispondere, che Caterina era già sparita dal pianerottolo.
Luca rimase un po in cucina, svuotò la batteria del telefono, finì la carne, il vino.
Caterina non tornava.
Fuori dalla porta di Stefano, udì suoni noti.
Ma non è possibile, pensò avvicinandosi e bussò piano.
«È aperto.»
Luca entrò nella stanza.
Notò subito un grande bersaglio di legno con infilzati coltelli e frecce; il muro, intatto, segno che il ragazzo centrava sempre.
Sullo scrittoio cera un giradischi e da una vecchia cassa si sentiva la voce bassa degli Iron Maiden: la band preferita di Luca.
Stefano era in un angolo, sistemando lattrezzatura da pesca.
La camera era un sogno: coppe sopra larmadio, un sacco da boxe appeso al soffitto, una Xbox nuova davanti alla TV.
«Non ti fa mancare nulla tua madre,» fischiò Luca, un filo di invidia nella voce.
Sognava una stanza così, pure adesso.
«Lavoro destate,» rispose Stefano.
E a Luca venne vergogna: aveva già pensato a Caterina schiava del figlio, quando il ragazzo sapeva già cavarsela.
«Hai mica un caricabatterie?»
«Accanto alla ferrovia.»
«Fe…
ferrovia?» Luca faticava a credere alle sue orecchie.
Girandosi, vide un vero plastico ferroviario, con tanto di stazioni, scambi, vagoncini: perse quasi il respiro.
«Lhai costruito tu?»
«Sì Compro i pezzi quando riesco.
Sto pensando a un secondo livello, con dei ponti nuovi.
È appena arrivato un pacco di binari…
ci sto lavorando.»
Luca sentì una strana foga salire al cuore.
«Posso fare un giro con il treno?» chiese timido.
«Certo, aspetta solo un attimo.» Stefano si alzò e in un passo attraversò la stanza.
***
Caterina rientrò dopo unora.
Era certa che Luca fosse già scappato, invece lo trovò chino a costruire la ferrovia con Stefano, ridendo come un ragazzino.
«Luca, è tardi…
Devi andare,» sussurrò Caterina.
«Ma dai, ancora un attimo, mamma Uh, oops!» saltò su Luca.
«Che ora è?»
«Le dieci e mezza,» sbadigliò Caterina stanca.
«Domani rientro presto in ufficio, mi serve dormire.»
Lo accompagnò alla porta e, baciandolo sulla guancia, gli porse delle banconote da venti euro.
«Dai, non prendo soldi dalle donne,» disse Luca offeso.
«Come vuoi.
Grazie per aver guardato il mio rimorchio.»
Un sorriso breve.
Poi sparì giù per le scale.
***
«Ciao, senti, posso venirti a trovare ancora?» chiese Luca qualche giorno dopo.
«Sai il lavoro sono sempre indaffarata, lultima serata…»
«Posso vedere Stefano?»
«Stefano?»
«Sì, magari serve compagnia»
«Devo sentire lui.»
«Lho già scritto.
Ha detto che va bene.
Ho comprato un gioco nuovo per la sua Xbox, e ti lasciamo lavorare in santa pace.»
«Daccordo, vieni pure oggi.»
Quella sera, Luca arrivò in maglietta nera con la stampa dei suoi Litfiba preferiti, uno zaino pieno di patatine e aranciata, sorriso ingenuo stampato.
Nessun profumo, nessun vino.
Caterina lo accolse in vestaglia, con una maschera di tessuto in faccia e odore di cipolla nellaria.
«Fate i bravi, ho una videoconferenza lunga,» avvertì.
Luca annuì ed entrò da Stefano.
Quella sera Caterina faticò a separarli: dibattevano appassionati di film italiani e inglesi, pianificavano una maratona notte intera, ma lei li fermò, dicendo che avevano entrambi pessimi gusti.
Luca uscì ridendo.
«Ricordati la pastura sabato!» urlò Stefano dalla stanza.
«Pastura?» lo fulminò Caterina.
«Andiamo a pesca di lucci.
Conosco un negozio che ne vende una eccezionale.
Non vado a pesca da una vita.»
«Be, siete proprio amici.
Non hai voglia di uscire con me?»
«Vieni con noi, tagli i panini.»
«Sì, come no.
Andate pure, che il lavoro non accenna a finire, almeno Stefano si diverte.»
***
Passò un mese.
Caterina ormai sommersa dal lavoro, senza neppure la forza di pensare alla vita sentimentale.
Luca e Stefano invece non persero tempo: ampliarono la ferrovia, andarono a prender gamberi, fecero il mosto seguendo la vecchia ricetta di famiglia.
Stefano insegnò a Luca a orientarsi nel bosco; Luca avviò Stefano ai primi rudimenti di flirt, aiutandolo a invitare una ragazza della scuola.
Tutto scorreva calmo, finché una sera la porta non tremò dal colpo di chi bussava.
Caterina aprì e fu investita da un odore selvatico di cinghiale.
Sulla soglia cera il suo ex marito, padre di Stefano.
«Ho capito tutto,» disse inginocchiandosi.
Anche a terra era più alto di lei.
«Io e Attilio siamo stanchi, vogliamo una vita di famiglia.
Ho risparmiato, vengo a prendervi, torniamo al paese.
Tu lasci il lavoro, io e Stefano a pesca e caccia.»
«Ma dai!
Dopo dieci anni una folgorazione?
E Attilio, il tuo cinghiale, torna anche lui alla famiglia?»
«No Ha firmato un contratto in tv alle mie spalle.
Quello str…» borbottò luomo.
«Eh, ti hanno fatto fuori…»
«Non importa!
Adesso…»
Non finì, perché dalla stanza salì Luca, con la maglietta di Caterina.
«Cate, ho preso la tua maglia, quella mia si è sporcata mentre dipingevamo la st…»
«Ma qui nessuno finisce mai una frase?» sorrise disperata Caterina.
«E questo chi è?» chiese lex marito, pronto a colpire Luca con un pugno largo come il cappello di un carabiniere.
«Lui è» balbettò Caterina, spaesata.
Ma Stefano scattò fuori, prese il padre con una mossa secca e gli torse il braccio contro il muro.
«È lui il rimorchio!» disse fra i denti Stefano.
«Ste, figlio mio!
Ma quale rimorchio?» ansimava il padre, divincolandosi.
«Quello che ci aiuta a tirare il carico che ci hai lasciato addosso.»
«Ma io non vi ho lasciato nulla…»
Luca e Caterina si strinsero in angolo, spettatori di quella lotta titanica.
«Ok, basta», mugolò il padre e Stefano lo lasciò.
«Sei in gamba.
Tutto suo padre.
Pronto per la caccia al cinghiale.
Domani posso portartici?
Ci manca così tanto.»
Caterina non sapeva cosa rispondere, oscillava tra l’ex marito e Luca.
«Capisco,» annuì Luca, già sulla porta.
«Scusami.»
***
Il giorno dopo Stefano uscì allalba con il padre; tornò la sera, solo.
«Dovè tuo padre?» chiese Caterina, agitata.
«È andato via,» rispose lui togliendosi le scarpe.
«Così?
Semplice?»
«Non proprio.
È andato con il cinghiale.
Lo ha caricato nel rimorchio ed è partito per addestrarlo.
Mi ha lasciato in città e addio.»
«Sono unidiota,» sospirò Caterina, prendendo il telefono.
«Devo chiamare Luca.»
«No, ho appena salutato lui.
Mi ha riaccompagnato casa.
Promesso che passa domani.»
«Ma avevi dimenticato il telefono…
Come ha fatto a trovarti?»
«Ha detto che ci ha seguiti.
Voleva solo essere sicuro che tutto andasse bene a me e a te.»
«Ti ha davvero detto così?»
«Sì.
E ha aggiunto che ormai si è agganciato a noi e che sarà difficile, se non impossibile, staccarsi.»Quella sera Caterina non riuscì a dormire.
Ogni ombra, ogni piccolo rumore dalla cucina le pareva un segnale del passato che tornava a bussare.
Ma era diverso, adesso: cera chi voleva restare, chi sapeva aspettare.
Alle prime luci dellalba qualcuno suonò il campanello.
Caterina, senza pettinarsi, con la vestaglia storta e lo sguardo assonnato, aprì la porta.
Luca era davanti a lei: un sacchetto di bomboloni caldi, lo zaino sulle spalle e il solito sorriso incerto.
«Non sapevo se volevi ancora il rimorchio,» sussurrò lui.
Caterina scosse il capo, poi sorrise.
Dietro di lei Stefano spuntò dal corridoio: pigiamone a righe e la tazza di latte in mano.
Guardò Luca, poi la madre, e accennò un cenno con la testa, come a dire questa volta, vedi tu.
Caterina prese Luca per una mano, spalancò la porta più che poteva e disse soltanto: «Senza rimorchio non ci si muove.
E poi abbiamo ancora i ponti da costruire.»
Stefano ridacchiò, si mise tra loro due, e insieme si avviarono verso la cucina.
Sul tavolo, accanto ai bomboloni, la mappa del prossimo plastico ferroviario: quella sottile, fragile linea che, senza saperlo, li avrebbe tenuti uniti molto più di una promessa.
Fuori Roma si svegliava, ignara che una piccola locomotiva, quella mattina, stesse per partire portando con sé i sogni nuovi di una famiglia appena inventata.




