IL RIMORCHIO

DIARIO DI LUCIA
Sono ormai stanca delle uscite casuali, delle storielle di una sera, dei soliti appuntamenti pieni di silenzi imbarazzanti e sguardi vuoti.
Quando ho conosciuto Brunosemplice, spiritoso e brillanteho sentito subito che cera qualcosa di speciale.
Siamo andati insieme in una trattoria sulle vie di Bologna, abbiamo ascoltato i musicisti in Piazza Maggiore, parlato dei miei autori preferiti e dei suoi successi sul lavoro, e quando ci siamo accorti che entrambi amiamo linsalata russa con le mele, ci siamo guardati negli occhi e abbiamo capito: era il momento di andare oltre.
Così quella sera lho invitato a cena a casa mia.
Bruno si è presentato come nessuno mai: camicia stirata, rasatura perfetta, fiori e una bottiglia di Chianti, e persino una poesia imparata a memoria del mio autore preferito, Patrizia Cavalli.
Pelle doca.
Si vedeva che quella serata la sentiva sua, camminava per le scale della mia casa come un re che rientra nel proprio regno.
Aveva il sorriso di chi sa già che tutto andrà secondo i piani, almeno finché, davanti alla porta, non ha sentito: «Ciao, mi chiamo Stefano.
La mamma è sotto la doccia, entra pure».
Bruno è rimasto di sasso.
Davanti a lui, un adolescente dal viso squadrato e le mani grandi come padelle, mi ha superato in altezza ormai da un pezzo.
Allinizio deve aver pensato daver sbagliato scala, ma quando Stefano ha starnutito forte chiudendo il naso con le dita (proprio come faccio io) ha capito che non cerano dubbi sullindirizzo.
Da quel momento ho visto nellaria allungarsi unombra sul suo entusiasmo: i fiori gli appassivano in mano e la bottiglia sembrava meno lucente.
Entrato in casa, si è subito reso conto di chi era veramente Stefano: avrebbe potuto infilarci le sue scarpe da ginnastica sopra alle proprie stringate e ci sarebbe stato comunque largo.
Siamo andati in cucinala tavola già apparecchiata, Stefano in piedi cambiava le tende senza nemmeno una sedia.
«Cinque minuti e scendo!» ho urlato dalla doccia.
Poi, dopo cinque minuti moltiplicati (che, per noi donne, sono canonici), sono finalmente uscita: vestito elegante, trucco leggero, un sorriso per scusare il disagio.
Ma quando ho visto laria contrariata di Bruno, ho capito allistante dovera il nodo.
Ho messo il risotto ai funghi nel suo piatto, senza parlare, ho versato il vino e ho iniziato a mangiare senza aspettarlo.
«Perché non mi avevi detto che avevi un figlio?» ha detto, la voce offesa di chi si sente tradito.
«Ti spaventa il carrello?» ho sorriso amaro.
«Altrochè carrello, qui siamo al rimorchio di un camion!» ha risposto lui, cercando di sdrammatizzare.
«Eh sì, è bello grande, eh?
Lha preso da suo padre.
Quello veniva da un paesino perso sulle colline abruzzesi, altro che!
Era ancora più alto di Stefano.
Andava a pescare a mani nude.»
«E ora dovè?» ha chiesto Bruno, ingoiando la saliva.
«In tournée con lorso.
Ci ha lasciati per fare il domatore con i circhi.
Qualche volta ci scrive, anzi, secondo me è proprio lorso a scrivere: la calligrafia è la sua.»
«Quanti anni ha?» ha chiesto, indicando la parete tutta tappezzata di trofei.
«Quattordici, appena ritirata la carta didentità.»
«Con la forza?»
«Molto spiritoso.»
Abbiamo mangiato in silenzio.
Le parole difficili da trovare.
«Ancora carne?» ha detto Bruno, allungandomi il piatto.
«Ti piace?»
«Ti giuro, non ho mai assaggiato niente di così buono.
Cosè?»
«Cinghiale.
Lha cucinato Stefano.»
«Complimenti, un vero talento!»
«Lha preso dal padre insieme a una vecchia enciclopedia di cucina italica, qualche coltello, le lenze per pescare, una barca e un sacco daltra roba che ha lasciato qui.»
«La barca?» ha domandato Bruno, deglutendo.
«Eh sì, sta giù in cantina.
Diciamo che ci passa, ogni tanto!
Mio figlio è un appassionato.»
Il cellulare mi ha vibrato proprio in quel momento.
Scusandomi, sono andata in camera a rispondere lavoro: una perdita dacqua in ufficio che rischiava di allagare il piano intero.
«Forse è ora di tornare a casa» avrà pensato Bruno.
Il romanticismo era ormai evaporato.
Quando sono tornata, nervosa, ho buttato la borsa sul tavolo: «Senti, Bruno, la situazione è questa Puoi restare un paio dore con Stefano?
Devo correre in studio.»
«Io?
Con lui?
Ma perché?»
«Non è ancora maggiorenne Non si sa mai.
Chi lo sa che gente gira per Bologna!»
«Hai paura che lo rapiscano?»
«Dai, non scherzare: ti pago la serata, ti pago pure da babysitter, e poi non ti disturberò mai più, promesso.»
«E cosa dovrei fare?»
«Boh chiacchierate di roba da maschi, guardate la partita, quello che volete.
Io scappo!»
Prima che potesse dire altro, ero già fuori per strada.
Ho spento il telefono e mi sono buttata da McDonalds a prendere caffè.
La serata, per Bruno, sembrava senza fine: ha ricaricato il telefono mille volte, mangiato tutto il cinghiale rimasto, e infine si è avventurato davanti alla porta della cameretta di Stefano, da cui uscivano rumori strani.
«Non sarà vero» ha pensato bussando.
«E aperto» ha sentito rispondere.
Dentro, una stanza che qualsiasi ragazzo sognerebbe: una grossa pista di treni elettrici (costruita da Stefano), bersagli di legno pieni di dardi e coltelli (ma sulle mura niente buchi: centro sempre!), vinile dei Litfiba che gira nel mangiadischi, attrezzi da pesca sul letto, borsa da boxe appesa al soffitto, una PlayStation immacolata.
Bruno non ha resistito al sogno: «Beato te, tua madre ti vizia!»
Stefano lha gelato: «Lavoro destate.
Compro tutto da solo.» Bruno si è sentito un po uno scroccone.
«Hai una presa per il caricatore?» ha chiesto, indicando il telefono scarico.
«Vicino alla ferrovia» ha detto Stefano, con un gesto.
Bruno non poteva credere: davanti a lui un plastico gigantesco, un mondo in scala da far impallidire.
«Ma lhai montato da solo?»
«Certo.
Sto pian piano ampliando: vorrei aggiungere ponti e un secondo piano.
A breve mi arriva altro materiale.»
Bruno si sentiva di nuovo bambino: «Posso fare un giro col trenino?»
«Sì, aspetta!» ha risposto Stefano, sistemando gli ami nella scatola.
***
Quando sono tornata a casa, ero certa che Bruno fosse già andato via.
Invece li ho trovati a sistemare insieme la ferrovia in miniatura, con la stessa espressione di due ragazzini davanti al loro primo trenino.
Avrei faticato a riconoscere chi fosse ladulto.
«Bruno, è tardi, dovresti andare» ho detto sottovoce.
«Oddio, ma che ore sono?» è saltato su lui, colto di sorpresa.
«Sono le 22:30.
Io domani devo essere in studio allalba.
Devo dormire assolutamente.»
Lho accompagnato alla porta e, per gentilezza, ho allungato venti euro.
«Non prendo soldi dalle donne,» ha detto, quasi offeso.
«Ok, grazie di aver badato al mio rimorchio.»
Mi ha sorriso imbarazzato e se nè andato.
***
«Ciao, vorrei tornare a trovarti» mi ha scritto qualche giorno dopo.
«Ora davvero troppo da fare: il lavoro mi sta ammazzando, non è il momento per nuove relazioni E poi, dopo lultima serata»
«Ma posso venire da Stefano?»
«Da Stefano?» ho chiesto, incredula.
«Sì.
Magari vuole compagnia.
Ho preso una nuova partita per la Play, possiamo giocare insieme mentre tu lavori tranquilla.»
«Fammi parlare con lui»
«Ho già scritto.
È contento.
Porto anche le patatine e la cola.»
Così, quella sera, Bruno si è presentato senza camicia né profumo, ma con una maglietta nera dei Negramaro e uno zaino pieno di snack.
Io, pigiama, fascia ai capelli e doppio strato di crema idratante.
Lho fatto accomodare senza tante arie.
«Silenzio, però.
Ho una riunione su Zoom lunghissima tra poco» ho detto, con la bocca che odorava daglio dallarrosto del pranzo.
Bruno annuì e sparì in cameretta con Stefano.
Quella sera ho dovuto quasi separarli di forza: discutevano animati su Tornatore e Scola, programmando una maratona di film italiani durata sei ore.
Mi sono arresa: «Sabato non volgio sentirmi dire che manca lesca per la pesca!»
«Quale esca?» ho domandato a Bruno.
«Andiamo a lucci!
Ho promesso a Stefano che conosco un negozio dove vendono lesca miglior dItalia.
Non vado a pesca da secoli.»
«Ammazza che amici che siete diventati!
E con me non vuoi uscire mai?»
«Puoi venire, ci prepari i panini!»
«Figurati preferisco dormire.
Fate come volete.» Gli ho dato uno scappellotto sulla spalla e li ho accompagnati alla porta.
«Almeno così Stefano ha qualcosa da fare.»
***
È passato un mese.
Ho seppellito ogni buon proposito sentimentale sotto una montagna di clienti, pratiche e condoni edilizi.
Intanto, però, Bruno e Stefano sono diventati una squadra: hanno ampliato la ferrovia, pescato gamberi nei canali del Po, messo su la birra con la ricetta segreta dei nonni di Stefano e imparato ad orientarsi nei boschi dei colli.
Stefano adesso si sente abbastanza a suo agio da chiedermi consiglio sulle ragazze; Bruno, da parte sua, gli ha spiegato i trucchi base per conquistare la compagna di banco.
Poi, una sera, bussano forte alla porta, tanto che sembra venga giù il lampadario.
Apro, ed entra una ventata di odore di carne dorso.
Sulla soglia cè mio ex marito, padre di Stefano: gigante, in impermeabile da pescatore.
«Ho capito tutto» dice, inginocchiandosie anche così è un metro sopra la mia testa«io e Ugo (il suo orso, ovviamente) siamo stanchi del palcoscenico, vogliamo la vita tranquilla, torniamo in Abruzzo.
Ho messo via soldi, tu smetti di lavorare.
Andiamo a caccia e a pesca ogni giorno.»
«Ah!
Bravo.
Dieci anni per svegliarti!
E lorso che fine ha fatto?»
«Mi ha mollato: ha firmato un contratto col cinema.» Dice con la voce triste.
«Dunque sei semplicemente rimasto da solo» replico, braccia incrociate.
Non riesce neanche a ribattere che dalla camera esce Bruno, con una delle mie maglie indosso.
«Lucia, mi sono cambiato perché ho sporcato la mia con la vernice del trenino»
Mi giro alzando gli occhi al cielo: «In questa casa qualcuno finirà la frase una volta o no?»
«E questo chi è?» romba lex marito, minaccioso.
«Ehm lui è»
In quel momento Stefano esce a razzo e immobilizza il padre in una presa da lotta, schiacciandolo contro il muro: «È il rimorchio, papà!»
«Stefano!
Ma sono io, tuo padre!
Ma quale rimorchio?»
«Un rimorchio vero, che ci aiuta a portar via tutto quello che ci hai lasciato!»
«Ma io non vi ho lasciato niente» replica, poi si ferma: ha capito.
Io e Bruno restiamo lì, appiccicati allangolo della cucina, a guardare la scenetta tra giganti.
«Va bene, va bene, basta» molla la presa Stefano dopo che il padre ha chiesto pietà.
«Hai proprio preso da me.
Sei pronto per la caccia al cinghiale,» sorride, massaggiandosi il braccio.
«Almeno domani, posso portare mio figlio in montagna?
Forse potremmo recuperare qualcosa sono sempre suo padre.»
Rimango con lo sguardo incerto, alternando Bruno e mio ex.
«Sì, capisco» sussurra Bruno, pronto ad uscire.
«Scusate.»
***
Al mattino, Stefano e suo padre sono già andati.
Quando Stefano rientra, è solo.
«Tuo padre?»
«Partito» dice Stefano, mentre si toglie le scarpe.
«Come partito?
Così, senza salutare?»
«Non proprio: se nè andato col cinghiale.
Lha caricato sul rimorchio e via, cerca fortuna altrove.»
Mi batto una mano sulla fronte: «Che scema che sono!
Devo chiamare Bruno.»
«Non serve.
Mi ha già lasciato a casa lui, dopo avermi seguito di nascosto per assicurarsi che stessi bene.
Ha detto che ormai si è agganciato a noi e non potrà mai più sganciarsi.»
Io sorrido.
In fondo, è bello sapere che un rimorchio così non lo mollerà mai più nessuno.

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