Ah, ragazza mia, è inutile che tu gli dia confidenza, non ti sposerà.
A Varinia erano appena compiuti sedici anni quando perse la madre. Il padre, sette anni fa, era partito per cercare lavoro a Milano, ma da allora era svanito nel nulla. Nessuna notizia, nessuna lira.
Quasi tutto il paese si raccolse al funerale, ognuno aiutava come poteva. Zia Maria, madrina di Varinia, spesso andava da lei, le ricordava cosa doveva fare. Finita la scuola, trovarono per lei un lavoro a fianco, agli uffici postali del paese vicino.
Varinia era forte, di lei si diceva sana come una mela. Il viso rotondo, paffuto, il naso a patata, ma gli occhi grigi, lucenti come acqua limpida. Una treccia dorata arrivava fino in vita.
Il ragazzo più bello del paese era Nicolò. Due anni prima era tornato dal servizio militare, da quel momento non aveva pace dalle ragazze, neppure dalle cittadine che arrivavano destate: tutte lo guardavano.
Non avrebbe dovuto guidare lautobus del paese, ma recitare in qualche film romano. Non aveva ancora sistemato la testa, non aveva fretta di scegliere moglie.
Un giorno zia Maria andò da lui e gli chiese di aiutare Varinia col recinto che stava crollando. Senza un uomo, in paese, vivere è dura. Con lorto Varinia se la cavava, ma la casa era unaltra storia.
Senza troppi discorsi, Nicolò accettò. Arrivò, guardò e cominciò subito a comandare: porta qui, vai lì, dammi questo, passa quellaltro. Varinia accondiscendeva, il viso sempre più rosso, la treccia vibrava sulla schiena. Quando lui si stancava, lei gli preparava il minestrone ricco e gli serviva tè forte, osservandolo mordere il pane nero con i suoi denti forti e bianchi.
Tre giorni lavorò Nicolò al recinto, e il quarto passò da Varinia solo per salutarla. Lei gli cucinò la cena, tra una parola e laltra, lui rimase a dormire da lei. Da quel momento, iniziò a frequentarla. Usciva allalba perché nessuno li vedesse, ma nulla sfuggiva al paese.
Ah, ragazza, è tempo perso con lui, non si sposa. E se pure lo facesse, ti farà penare. Quando arriva lestate, le donne di città lo circonderanno, che farai? Morirai di gelosia. Non è questo il ragazzo che fa per te, diceva zia Maria.
Ma la gioventù innamorata ascolta mai la saggezza della vecchiaia?
Quando Varinia capì di essere incinta, allinizio pensò a uninfluenza o a unindigestione: debolezza, nausea. Poi un lampo: portava il figlio di Nicolò.
Per un attimo pensò di rinunciare: troppo giovane per crescere un bambino. Ma poi si disse che sarebbe stato meglio così. Non sarebbe stata sola.
Sua madre laveva cresciuta, ce lavrebbe fatta. Il padre non aveva mai dato grandi prove, sempre con il bicchiere in mano. La gente avrebbe chiacchierato, poi si sarebbe calmata.
Quando in primavera mise via il cappotto, tutto il paese vide la pancia. Scuotevano la testa, come si fosse abbattuta una disgrazia. Nicolò venne a sapere e chiese che intenzioni avesse.
Che voglio fare? Mettere al mondo il bambino. Non preoccuparti, crescerò mio figlio da sola. Viviti la vita, disse Varinia, affaccendandosi vicino al camino, le guance arrossate dal fuoco, gli occhi brillanti.
Nicolò rimase a guardarla. Ma se ne andò. Lei aveva deciso. Una lezione che scivola come acqua sulloca. Arrivò lestate, le ragazze di città affollarono il paese, e lui non pensava più a Varinia.
Lei lavorava silenziosa nellorto, zia Maria veniva a darle una mano, perché chinarsi con una pancia così era difficile. Portava lacqua dal pozzo, il ventre grosso, le vecchie che le promettevano un campione.
Quel che Dio vorrà, scherzava Varinia.
A metà settembre, si svegliò di colpo con un dolore acuto, come se la pancia si fosse spaccata. Poi il dolore si placò, ma tornò subito. Corse da zia Maria, che capì tutto vedendo la sua espressione.
Ci siamo? Siediti, arrivo subito. E corse fuori.
Andò da Nicolò, la cui camioncino era parcheggiato davanti casa; i villeggianti già rientrati in città. Lui, proprio quella sera, si era sbronzato.
Zia Maria lo scosse. Nicolò guardò sconvolto, non capiva dove andare. Quando realizzò, urlò:
Sono dieci chilometri fino allospedale! Se andiamo a chiamare il medico, facciamo in tempo che lei partorisce! La porto subito! Prepara Varinia!
Col camioncino? La scuoterai tutta, magari il bambino nascerà in viaggio! strillò la donna.
Allora vieni con noi, per sicurezza, tagliò corto lui.
Percorsero due chilometri di strada dissestata, cercando di evitare le buche. Zia Maria seduta nel cassone su un sacco. Non appena arrivarono allasfalto, accelerarono.
Varinia stringeva i denti accanto, le mani sulla pancia, cercando di non lamentarsi. Nicolò era finalmente sobrio. Guardava di sbieco la ragazza, le mascelle serrate e le nocche bianche sul volante. Pensava ai suoi errori.
Arrivarono in tempo. Lasciarono Varinia in ospedale e ripartirono. Zia Maria tutto il viaggio sgridava Nicolò:
Perché hai rovinato la vita a questa ragazza? Sola, senza nessuno, ancora una bambina, e tu le hai dato pure un bambino da crescere. Come farà?
Nemmeno arrivò la macchina al paese che Varinia era già madre di un maschietto sano e forte. La mattina dopo, glielo portarono per allattarlo. Non sapeva nemmeno come tenerlo, come attaccarlo al seno.
Guardava con occhi spaventati quel viso rugoso e rosso del piccolo, serrava le labbra e seguiva le istruzioni.
Ma dentro, il cuore tremava per la gioia. Osservava, soffiava sulla fronte dove crescevano i primi capelli, felice e impacciata.
Verranno a prenderti? chiese il dottore anziano, severo, prima di dimetterla.
Varinia scrollò le spalle e scosse la testa:
Non penso.
Il medico sospirò e se ne andò. Linfermiera avvolse il bambino nella coperta dellospedale, ordinandole di riportarla. Le disse:
Federico ti porterà col furgone. Non puoi prendere lautobus col neonato, disse, severa.
Varinia la ringraziò. Camminava per il corridoio con la testa bassa, il viso rosso dallimbarazzo.
Viaggiava Varinia in macchina, il piccolo stretto al petto, piena di ansia per il futuro.
Lassegno di maternità era misero, roba da non comprarci nemmeno un gatto. Si sentiva addolorata per sé e per quel figlio innocente. Guardò la sua faccia rugosa, che dormiva, e si sciolse damore, scacciando i pensieri scuri.
Allimprovviso lauto si fermò. Varinia guardò preoccupata Federico, uomo piccolo, sui cinquantanni.
Che succede?
Ha piovuto per due giorni. Guarda le pozzanghere, impossibile passare. Resto bloccato. Serve un camion o un trattore.
Scusa. Non manca molto, due chilometri. Ce la fai? indicò la strada, dove una pozza si allungava come un lago senza fine.
Il bambino dormiva sulle braccia. Seduta era già stanca. Un vero ometto. Ma come camminare su quella strada così?
Varinia, cauta, scese, sistemò meglio il piccolo e si incamminò lungo il bordo della pozzanghera. I piedi affondavano nel fango fino alla caviglia, rischiava di scivolare.
Le vecchie scarpe fradicie guazzavano. Avrebbe dovuto mettere gli stivali di gomma. Una scarpa venne risucchiata dal fango. Provò a staccarla, ma con il neonato era impossibile. Proseguì con una sola scarpa.
Quando arrivò al paese ormai era quasi buio, i piedi insensibili dal freddo. Non aveva più forza nemmeno di stupirsi per la luce accesa nella casa.
Salì la scalinata asciutta, i piedi ghiacciati, ma sudava dalla fatica. Aprì la porta e si bloccò.
Accanto al muro cerano la culla, il passeggino, bellissimi vestitini per il piccolo disposti con cura; al tavolo Nicolò con la testa sulle braccia, dormiva.
Forse sentì qualcosa, forse fu lo sguardo, ma sollevò la testa. Varinia, rossa, spettinata, con il bambino in braccio, reggeva a malapena la porta. La gonna zuppa dacqua, le gambe sporche di fango benché negli stivaletti.
Quando vide il piede scalzo, corse da lei, prese il piccolo e lo mise nella culla. Si affrettò al camino, a prendere una pentola dacqua calda.
La fece sedere, la aiutò a spogliarsi, le lavò i piedi. Lei dietro la stufa si cambiò, e in tavola erano già pronte una zuppiera con patate lessate e una brocca di latte.
Il bambino si mise a piangere. Varinia lo prese, si sedette a tavola e lo allattò senza vergogna.
Come lo hai chiamato? chiese Nicolò con la voce roca.
Sergio. Non ti dispiace? sollevò su di lui gli occhi chiari.
In quegli occhi tanto dolore e tanto amore che il cuore di Nicolò tremò.
È un bel nome. Domani andiamo in Comune, registriamo il bambino e ci sposiamo.
Non è necessario iniziò Varinia, guardando il piccolo.
Un figlio ha bisogno di un padre. Basta, ho fatto il ragazzino. Non so che marito sarò, ma mio figlio non lo lascio.
Varinia annuì, senza alzare gli occhi.
Dopo due anni, nacque anche una bambina; la chiamarono Nadia, come la mamma di Varinia.
Non conta quali errori tu commetta allinizio della vita, conta poterli sempre correggere
Così vanno le cose. E voi che ne pensate? Scrivete nei commenti, lasciate un mi piace.





