Mio marito mi ha dato un ultimatum e senza esitazione ho scelto il divorzio

Mio marito mi ha dato un ultimatum, e io senza esitazione ho scelto il divorzio

Allora, perché stai zitta? Mi pare di essere stato chiaro. O costruiamo questa casa, o finisce qui. Ho cinquantacinque anni, sono un uomo, voglio vivere in mezzo alla natura, non in questa scatola di cemento! Vittorio sbatté la tazzina sul piattino, il caffè traboccò sulla tovaglia. Mi hai sentito, Rosa?

Rosa alzò lentamente gli occhi dal piatto. Laroma delle polpette appena fritte si mescolava a quello della valeriana, che ancora non aveva bevuto. Forse il profumo era entrato nelle pareti, dopo due settimane di discussioni infinite. Vittorio era seduto di fronte, con la fronte corrucciata. Un tempo quella ruga le sembrava virile, ora la irritava profondamente.

Ti sento, Vittorio rispose Rosa, tamponando la macchia con una salvietta. Vuoi la casa, lo so da mesi. Ma non capisco perché questa casa debba costare il mio appartamento.

Ancora il tuo! sbottò lui. Basta dividere! Siamo una famiglia, o no? Cinque anni insieme! Tutto dovrebbe essere in comune. Ma tu ti aggrappi a quell’appartamento come una cozza. Sta lì vuoto, prende polvere. Saremmo già potuti partire con le fondamenta!

Non sta vuoto, Vittorio. Ci sono degli inquilini. Quei soldi aiutano il mio stipendio. E anche il tuo, visto che compriamo la spesa insieme, Rosa cercava di parlare con calma, anche se dentro traballava.

Sono niente! ribatté lui. Quei mille euro? La casa è un patrimonio! Un investimento! Un nido familiare! Pensa alla vecchiaia. Vuoi sederti su una panchina sotto casa, o uscire sulla veranda la mattina per prendere il caffè, sentire gli uccellini, respirare aria fresca…

Rosa guardò fuori dalla finestra. La città si animava tra le luci del viale. Le piaceva quel rumore. Le piaceva la loro accogliente bicamere, la vicinanza alla metro, la farmacia dallaltra parte della strada, la figlia Lucia e il nipote Matteo che vivevano nel quartiere accanto. Aveva cinquantadue anni, lavorava come responsabile amministrativa in una piccola ditta e non sognava certo di coltivare orti o spalare neve a trenta chilometri dalla civiltà.

Ma Vittorio sognava. E il suo sogno era diventato una fissazione.

Vittorio, hai il terreno. È tuo, te lo ha lasciato tuo padre. Costruisci, se vuoi. Ma con i tuoi soldi, ribadì per lennesima volta Rosa.

Quali miei soldi? sbottò lui. Lo sai, il lavoro va male. Non è periodo, non ci sono clienti, i soldi sono bloccati! Basta vendere il tuo appartamento, è la partenza. Alziamo la struttura, sistemiamo dentro, poi il mio lavoro riprenderà e saldiamo i debiti.

Rosa si alzò in silenzio e iniziò a sparecchiare. Conosceva la storia: poi il lavoro riprende laveva sentita per tutti e cinque gli anni del matrimonio. Vittorio installava porte, ma non era mai stagione: a gennaio tutti in festa, a maggio tutti nelle villette, destate tutti in ferie. Il reddito maggiormente lo portava Rosa. Lappartamento che la nonna le aveva lasciato prima del matrimonio era la sua sicurezza, il suo fondo privato, che conservava per Lucia o per eventualità gravi di salute.

Mi ignori? Vittorio le sbarrò la strada verso il lavandino. Rosa, sono serio. Sono esausto. Mi sento un ospite nelle tue case. Voglio essere il padrone nella mia casa. Se non ti fidi, se ti pesa quellappartamento per il nostro futuro allora vale poco il nostro amore.

Lamore cosa centra? Rosa lo fissò. È una questione di logica. Vendere un immobile centrale, liquido, per investire in una costruzione in mezzo ai campi che può durare anni? Se succede qualcosa, con che finiamo la casa?

Provi sempre a frenare! ribatté. Basta. Ti do tempo fino a lunedì. O chiami lagenzia e metti lappartamento in vendita, o andiamo in Comune e divorziamo. Non vivo con una donna che non crede in me e mi inganna alle spalle.

Afferrò la giacca, sbatté la porta, i bicchieri tremarono nella credenza.

Rosa rimase sola in cucina. Lacqua gocciolava dal rubinetto: goc, goc, goc. Lo chiuse con forza. Le mani tremavano. Ultimatum. O vendi il tuo o me ne vado.

Si sedette, la testa tra le mani. Cinque anni prima, quando aveva conosciuto Vittorio, sembrava un dono del destino: affascinante, allegro, abile. La corteggiava con classe, regalava fiori, portava a fare scampagnate. Dopo il divorzio dal primo marito, che beveva, Vittorio le era sembrato una roccia. Era arrivato da lei con una valigia e una cassetta di attrezzi, e allinizio tutto filava liscio; aveva aggiustato rubinetti, posato parquet, erano andati in vacanza.

Ma i segnali cerano. E nella quiete di quella cucina li ricordava uno ad uno.

Come la prima volta chiese soldi per far partire il lavoro, poi comprò una canna da pesca e disse che il business poteva aspettare.

Come si lamentava quando Rosa aiutava la figlia: Che ci pensi il marito, noi ne abbiamo più bisogno.

Come rifiutò di iscriverla alla sua casa in campagna per questioni fiscali: È dei miei, non si sa mai.

Ora voleva che vendesse quanto aveva prima del matrimonio.

Rosa prese il telefono e chiamò Lucia.

Mamma, tutto bene? Cosè successo? Lucia era allegra, Matteo rideva in sottofondo, stava facendo il bagnetto.

Lucia Vittorio mi ha dato un ultimatum: o vendo lappartamento della nonna per la sua casa o divorziamo.

Silenzio. Poi Lucia, dura e ferma:

Mamma, non farlo.

Dice che non mi fido di lui, che distruggo la famiglia.

Mamma, usa la testa da amministratrice! Che casa? A chi intestata? Il terreno è suo! La casa, costruita durante il matrimonio, sarebbe in comune, il terreno no! E i soldi della vendita del tuo? Se divorziate dopo, potresti dimostrare che hai investito i tuoi beni? Sarebbe un inferno legale. Ti troveresti senza casa, lui nel suo!

Capisco, Lucia. Ma… dopo cinque anni, mi sono abituata. Ho paura di restare sola.

Meglio sola con una casa che sola senza nulla e coi debiti. Sai come è fatto suo figlio, Marco?

Marco cosa centra?

Vittorio ha chiesto a mio marito dei soldi. Marco gli ha fatto distruggere lauto, serve riparazione urgente, e Vittorio non ha soldi. Mamma, i suoi problemi sono infiniti. Vuole che tu risolva tutto. Fa la casa, poi dirà: Marco non ha casa, che viva sopra. E tu servirai due uomini in mezzo al nulla.

La conversazione lucidò Rosa, ma il malessere rimase.

Il sabato passò in una attesa opprimente. Vittorio non dormì a casa. Tornò solo a pranzo, muto, in camera davanti alla TV. Rosa preparava il brodo. Voleva tentare un compromesso, forse proporre: Costruiamo piano, cominciamo col garage, mettiamo da parte

Poi lo sentì al telefono. La porta semiaperta.

Marco, non preoccuparti. La madre resiste, ma cede. Lei si tiene a me, non ha nessuno, solo io. Entro lunedì la convincerò. Vendiamo la casa, ti giro subito diecimila, saldi con i creditori Il resto va nella casa. Tanto il terreno è mio, quindi anche la casa sarà mia. Lei che si dedichi ai fiori.

Rosa si fermò col mestolo in mano. Il sangue le gelò.

Non ha nessuno, solo io.

La convincerò.

Da dentro si spezzò qualcosa. Quellanello sottile di paura, abitudine e tenerezza si ruppe.

Appoggiò piano il mestolo. Spense i fornelli. Il brodo era crudo, ma non importava.

Rosa prese la valigia grande, quella usata per la vacanza in Grecia tre anni fa. La portò in camera.

Vittorio era sul divano con il cellulare. Vedendo Rosa con la valigia, sorrise arrogante.

Che, vai a cacciare gli inquilini? Era ora. Basta recitare, quando il marito parla sul serio.

Rosa aprì larmadio. Prese le sue camicie, jeans, maglioni.

Che stai facendo? Vittorio era scosso. Perché prendi le mie cose?

Le raccolgo, disse Rosa, buttando i vestiti nella valigia. Volevi risolvere entro lunedì? Decido ora.

Mi cacci? la faccia gli si allungò. Rosa, sei impazzita? Era uno scherzo! Ti ho solo minacciata così, perché ti muovessi!

Io non scherzo, Vittorio. Su, raccogli calze, mutande, attrezzi. Chiamo un taxi per il tuo ostello o dove sei iscritto. Ah, dalla mamma fuori Milano. Ecco, vai lì.

Non puoi! urlò, in faccia il rossore della rabbia. È anche casa mia! Qui ho vissuto cinque anni! Qui ho messo la carta da parati! Ho fissato i battiscopa!

Battiscopa? Rosa sorrise amaramente. Bene. Ti pago il costo dei battiscopa e della colla. Ma le bollette che ho pagato sola, la spesa, la benzina che ho messo io, quelle sono il compenso per lattenzione maschile.

Basta con queste scene isteriche! provò ad abbracciarla, a cambiare tattica, a far valere il suo fascino. Dai, ascolta. Non vuoi vendere? Non lo facciamo. Prendiamo un prestito? Lo intesto io, tu solo come garante…

Rosa si scansò come da uno sconosciuto. Si sentiva disgustata. Si vergognava di aver lasciato passare cinque anni senza vedere chi era davvero.

Ho sentito la tua conversazione con Marco, Vittorio. Madre vecchia, la convinco, le tolgo ogni speranza.

Vittorio impallidì. Nei suoi occhi la paura: capì che aveva esagerato, non cera più ritorno.

Spiavi!

Ero in casa mia, la porta era aperta. Prepara le cose. Hai unora, poi cambio i lucchetti.

Lora seguente fu un turbinio. Vittorio alternava urla, minacce di cause e divisioni dei beni, suppliche inginocchiato, dichiarando che era uno stupido. Sembrava ora un bulldog irato, ora un cane bastonato. Rosa lo guardava con occhi secchi, senza pietà, solo vergogna di sé per aver tollerato tanto.

Conosceva la legge. Lappartamento in cui vivevano era stato comprato dieci anni prima del matrimonio. Laltro era uneredità. La macchina era sua, acquistata col suo stipendio. Vittorio possedeva solo quel terreno nel nulla e una vecchia Panda, meno costosa della sua pelliccia. Non cera niente da dividere, salvo cucchiai e forchette.

Quando la porta si chiuse dopo Vittorio, Rosa non pianse. Girò due volte la chiave, mise la catenella. Andò in cucina, gettò il brodo nel water, spalancò la finestra per far uscire il profumo di lui e della valeriana.

Lunedì chiese il divorzio al Comune. Le diedero un mese di tempo, ma lei scrisse subito che per lei era impossibile.

Vittorio non si arrese: la attendeva fuori dal lavoro coi fiori, recitava il pentimento; poi inviavamo messaggi offensivi, pretendendo compenso per gli anni spesi; poi telefonava Marco, minacciando, papà reclamerà metà.

Rosa cambiò numero. Ingaggiò un bravo avvocato. Come Lucia aveva previsto, non cera nulla da spartire i lavori non danno diritto a quote e Vittorio non aveva ricevute, tutto era pagato da lei.

Passarono sei mesi.

Rosa era sul balcone. Era una sera destate. Sotto, i bambini giocavano. Rosa sorseggiava tè da una tazza nuova. In casa regnava la pace. Nessuno chiedeva cena, nessuno cambiava il suo film con una partita, nessuno le diceva come doveva spendere.

Non aveva venduto lappartamento della nonna. Anzi, aveva fatto rinnovare i locali (assumendo una squadra, non affidandosi alluomo abile) e lo dava in affitto a prezzo più alto. Quei soldi li metteva da parte per viaggiare. Aveva sempre sognato il Lago di Garda, ma Vittorio diceva: A che serve un viaggio? Meglio installare una recinzione in campagna.

Ora la recinzione non ci sarebbe. Ma Rosa sarebbe andata al Garda.

Il campanello la colse mentre contemplava la sera. Era Lucia con Matteo.

Ciao, nonna! il piccolo le corse incontro, avvinghiandole le gambe. Abbiamo comprato una torta!

Mamma, come stai? Lucia la osservò. Sei raggiante. Vestito nuovo?

Nuovo, sorrise Rosa. E ho cambiato taglio. Sai, Lucia ho riflettuto. Quanto è stato positivo quellultimatum. Senza quello, forse avrei trascinato tutto ancora, continuando a dare la mia vita. Invece, la ferita si è aperta e ha guarito in fretta.

Stavano bevendo tè nella stessa cucina dove, sei mesi prima, era esploso il famoso o vendi o divorziamo. Ora profumava di vaniglia e torta.

Ah, disse Lucia gustando una fetta. Ho visto Vittorio al centro commerciale. Non era per niente brillante. Tutto stropicciato. Era con una donna, che lo sgridava perché aveva spinto il carrello nel posto sbagliato.

Rosa scrollò le spalle.

Spero che lei non abbia un appartamento in più, che lui possa vendere.

Mamma, non ti pesa? Essere sola, voglio dire?

Sola? Rosa guardò la sua cucina, la figlia, il nipote che impiastricciava la torta. Non sono sola, Lucia. Sono con me stessa. E con voi. Essere sola è meglio che essere una risorsa per i sogni di altri. Magari vecchia, come diceva lui, ma non ingenua.

La sera, quando se ne andarono, Rosa si sedette al computer. Doveva controllare i conti per lavoro. Prima però aprì il sito dove aveva già prenotato il viaggio sul Garda. Guardava le foto dellacqua azzurra, delle montagne e del cielo infinito.

La vita non era finita a cinquantadue anni. Era appena iniziata. In questa nuova vita non cera spazio per ultimatum, manipolazioni o parenti avidi. Solo libertà e rispetto di sé.

Ricordò la faccia di Vittorio quando lo mandò via. Il suo stupore: era certo che Rosa sarebbe rimasta. Molte donne resistono, per paura di perdere lo status, della solitudine, del giudizio o del vuoto. Anche Rosa aveva paura. Ma la paura di smarrire sé stessa era più forte.

Chiuse il computer e si preparò per la notte. Domani sarebbe un nuovo giorno. Un giorno solo per lei.

Nella vita ho imparato che nessun prezzo è troppo alto per la serenità. Meglio la solitudine dignitosa, che la compagnia di chi non ti rispetta.

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