Mi ricordo ancora come se fosse ieri, anche se sono passati tanti anni. Era il 1975 quando la nostra famiglia lasciò la campagna per trasferirsi in città. Comprammo una casa nella periferia di Firenze, in una zona tranquilla dove si incrociavano stradine sterrate e il profumo di pane fresco si mescolava allaria del mattino. Allora era normale che la gente si aiutasse a vicenda così erano anche i miei genitori, sempre pronti a dare una mano.
Quando i vecchi proprietari della casa ci chiesero il favore di poter restare ancora qualche settimana, in attesa di risolvere delle questioni burocratiche, mamma e papà non ci pensarono troppo e acconsentirono. Portarono con sé anche il loro cane, un mastino enorme e cattivo che non riconosceva nessuno di noi. Quel cane lo ricordo ancora con un misto di terrore e divertimento, si chiamava Nerone.
Passò una settimana, poi la seconda e la terza. I vecchi proprietari ormai si comportavano come se fossero ancora loro i padroni di casa: dormivano fino a tardi, non uscivano mai e, soprattutto, parevano non aver alcuna intenzione di andarsene. La più autoritaria era la mamma del vecchio proprietario, una certa signora Eufemia, donna tosta che non si lasciava impressionare da niente.
I miei genitori, ogni tanto, ricordavano cortesemente laccordo, ma i domani traslochiamo si ripetevano senza fine.
Ogni giorno lasciavano libero Nerone nel cortile. Non solo sporcava dovunque, ma i miei fratelli avevano il terrore di uscire a giocare. Quel cane si lanciava contro chiunque provasse ad avvicinarsi. Papà e mamma chiedevano in continuazione di tenerlo legato, ma appena papà usciva per andare allofficina e Alina e Caterina andavano a scuola, il mastino tornava subito libero.
E fu proprio Nerone, a modo suo, ad aiutarci a liberarci di quei coinquilini indesiderati.
Quel pomeriggio, Caterina tornò prima da scuola. Dissimulando la fretta, senza pensare a Nerone, aprì il cancello: il bestione nero le saltò addosso e se non fosse stata per il cappotto pesante che indossava, sarebbe finita molto peggio. Cappotto strappato, qualche graffio, paura tanta. Il cane fu finalmente legato a una catena, ma la colpa ricadde su mia sorella che tornava sempre troppo presto.
La sera successe il finimondo. Papà tornò di corsa, e ancora col cappotto addosso, espulse con decisione la signora Eufemia in strada. La figlia e il genero seguirono, cercando di raccattare alla meno peggio le loro cose, che finirono di qua e di là, persino dentro le pozzanghere.
Provano perfino a lasciare libero Nerone contro papà, ma il cane, vedendo la scena, si accucciò nella cuccia e si mise a scodinzolare: non aveva alcuna voglia di difendere più nessuno.
Unora dopo, tutti i loro oggetti erano fuori dal cancello, che venne chiuso a doppia mandata. I vecchi proprietari si allontanarono, portandosi Nerone e le loro poche cose, sotto la pioggia e con leco dei nostri sospiri di sollievo che si perdevano nellaria umida della sera fiorentina.






