«Non ti sta bene? La porta è quella» – Il coraggio di Giulia, una vita a servizio della famiglia, tr…

Non ti va bene? Potete anche svanire, dichiarò Giordana agli ospiti indesiderati.

Giordana aveva trascorso trentanni come unombra silenziosa. Il marito ordinava lei annuiva. La suocera arrivava allimprovviso lei metteva su il caffè. La cognata si presentava con le valigie lei la sistemava nella stanza in fondo. Solo un paio di notti, prometteva la cognata. Ma restava sempre almeno tre mesi.

Cosa avrebbe dovuto fare? Fare scenate e tutti lavrebbero dipinta come una moglie pessima. Negare avrebbero detto che era senza cuore. Così Giordana aveva imparato a sopportare. E aveva finito persino per non rendersi più conto che la sua vita era diventata soltanto il servizio dei bisogni degli altri.

Il marito, Nicola Venturi, era un uomo semplice. Capocantiere, amava le osterie lunghe, i brindisi sullamicizia e le bestemmie sui superiori. Chiamava Giordana la mia reginella e proprio non riusciva a capire perché lei ogni tanto piangesse la notte. Eh, sei stanca riposati. La famiglia arriva metti a tavola. Tutto qui.

Dopo la sua morte, Giordana si ritrovò sola in un appartamento di tre locali a Torpignattara. Il funerale si fece come si deve: tavola, grappa, discorsi su che uomo meraviglioso fosse stato. I parenti arrivarono, piansero, e se ne andarono. Giordana pensò: Ecco, ora finalmente mi riposo.

Macché.

Passò una settimana e la cognata, Evelina, suonò il citofono:

Giorgi, domani vengo da te. Porto due cose che ti servono.
Ma non mi serve niente, Evelina!
Ma dai! Figurati se vengo a mani vuote.

Arrivò con due sacchi di pasta e una richiesta: far restare per un po suo figlio Mirco, che doveva cominciare luniversità a Roma. Giordana tentò di rifiutare con garbo:

Ma avrà una stanza in studentato, no?
Sì, quando? E nel frattempo? In stazione?

Giordana cedette. Mirco si piazzò nella stanza in fondo. Spargevano calzini nel corridoio, lasciava i piatti nel lavello, ascoltava musica fino a notte. Studiare, comunque, non cominciò. Trovò invece lavoro come pony express e usava lappartamento come magazzino e dormitorio.

Mirco, magari ora cerchi qualcosa di tuo? chiese cauta Giordana dopo un mese.
Zia Giordi, dove vado? Non ho soldi per laffitto.

Due settimane dopo arrivò anche la figlia di Nicola dal matrimonio precedente, Lucia. Portò con sé un risentimento di trentanni e una lunga lista di lamentele:

Mio padre ha lasciato lappartamento a te e io? Sono pur sempre sua figlia!

Giordana taceva spaesata. La casa laveva lasciata il marito; adesso, legalmente, spettava a lei. Ma Lucia la fissava come se le avesse rubato qualcosa.

Ma ti rendi conto di quanto sto male? continuò Lucia. Sola con mio figlio, pago un affitto!

Provò a spiegare che quella casa era lunica che aveva, che non aveva soldi, che nemmeno lei sapeva come sarebbe andata la vita. Ma Lucia non ascoltava. Non era venuta per comprensione, ma per giustizia.

E così cominciò la processione.

I parenti iniziarono ad arrivare spesso. La suocera con il consiglio di vendi e prenditi qualcosa di più piccolo. La cognata di nuovo, questa volta con un altro nipote. Lucia con nuove pretese.

Ogni visita, Giordana preparava qualcosa, faceva il caffè, ascoltava le lamentele.

Finché una sera, la questione venne messa sul tavolo.

Giorgi, ma che te ne fai di tre stanze da sola? disse Evelina, soffiando sul caffè bollente Vendila, prendi un bilocale. Con quello che avanza, aiuti i ragazzi.

Quali ragazzi? chiese confusa Giordana.

Ma Lucia! Mirco! Ne hanno bisogno anche loro.

In quel momento, Giordana li guardò bene Evelina, Lucia, la suocera. E improvvisamente capì: non erano venuti per consolarla. Erano venuti a spartire.

Qualcosa non vi va a genio? domandò piano. Potete anche andarvene.

Silenzio fitto in cucina.

Come hai detto? domandò Evelina, scandendo le parole.

Ho detto: fuori dalla mia casa, ripeté Giordana, più forte.

La fissarono come se si fosse messa a parlare in giapponese. O a bestemmiare.

Come ti permetti? fu la cognata la prima a riprendersi. Siamo famiglia!

Quale famiglia? sussurrò Giordana. Quella che veniva solo per mangiare o guardare la TV?

Mamma! Senti cosa dice questa! gridò Evelina verso la suocera. Lo dicevo io che ci aveva la puzza sotto il naso!

La suocera taceva. Guardava altrove, sospirava. Bastava quel sospiro: la solita ingrata, la solita Giordana storta.

Signora Vittoria, si rivolse a lei Giordana mi avete insegnato tutto, come vivere, cosa cucinare. Quando piangevo di notte, sapete cosa dicevate? Pazienza. Tutte le donne sopportano. Ricordate?

La vecchia si serrò le labbra.

Ho sopportato. Adesso basta. Finito. Come lolio doliva: cera, ora non cè più.

La cognata prese la borsa.

Lo dico subito a Mirco che razza di donna sei!

Ditelo pure. Ma portatevelo via domani. O butto tutto in strada.

Se ne andarono. Sbatterono la porta che tremò anche il lampadario. Giordana rimase dritta in cucina. Le mani tremavano, il cuore galoppava. Si versò un bicchiere dacqua, bevve tutto dun fiato.

E pensò: Dio mio, cosa ho fatto?.

Poi: Ma cosa, in fondo, ho fatto? Ho mandato via degli scrocconi da casa mia?

Non riuscì a dormire, quella notte. Si girava e rigirava, fissava il soffitto. Pensieri che giravano in testa come i calzini in una lavatrice di ventanni fa sempre gli stessi. E se avessero avuto ragione loro? E se fosse stata davvero egoista? Forse doveva continuare a sopportare?

Ma la mattina arrivò la chiarezza. Luminosa come la prima neve. Sopportare è accettare qualcosa per poco. Lei aveva sopportato trentanni. Non era più sopportazione: era resa.

Mirco traslocò in due giorni. Evelina arrivò cupa, senza guardare in faccia Giordana. Il nipote mugugnava vecchiaccia isterica. Giordana per la prima volta non spiegò, non implorò, non pianse.

Passò una settimana e Lucia telefonò:

Io e la mamma abbiamo pensato, cominciò cauta.

Che mamma? la interruppe Giordana. La tua è morta nel 92. Vittoria è la mia, ex suocera.

Silenzio nellapparecchio. Lucia non se laspettava.

Va bene, dai, proseguì svelta. Insomma, non vogliamo litigare. Papà ti voleva bene.

Sì, ammise Giordana. A modo suo. Ma la casa è intestata a me. Tutto regolare. E io non devo nulla a nessuno.

Ma per equità

Equità? rise Giordana. Lucia, sarebbe equo se tu mi avessi mai fatto gli auguri di compleanno, o chiamato senza voler soldi. Quella sì che era equità.

Sei diventata cattiva, sussurrò Lucia. La solitudine ti indurisce.

No. Semplicemente ho smesso di fingere.

Le settimane scorrevano pigre e gommose. Giordana andava in ospedale faceva la donna delle pulizie e tornava a casa. Cenava sola. La vicina, la signora Clelia, capitava a trovarla con una scatola di biscotti:

Come stai, Giorgi? Non sei triste?

No.

Nessun parente che si fa vedere?

Nessuno, sorrideva lei.

Meglio così, sorprendentemente Clelia annuiva. Tutta la vita ti ho vista: quando ti svegliavi?

Giordana sorrise. Per la prima volta sinceramente.

Eppure il vuoto peggiore non era quello dei parenti arrabbiati, ma il silenzio tutto intorno. La sera nessuno a cui dire buonasera, nessuno a cui preparare il tè. Realizzò che per una vita aveva vissuto per gli altri.

E adesso? Adesso doveva imparare a vivere per sé. Una cosa che impauriva più di tutti i rimproveri della cognata.

Un mese dopo, si presentarono di nuovo. Tutti insieme. Evelina in testa, Mirco e Lucia dietro, la suocera in fondo. Sembrava latterraggio degli alieni.

Aprì la porta e loro erano lì in fila, sulla soglia, come una delegazione.

Allora, Giorgi? attaccò Evelina. Ci hai pensato?

Pensato a cosa? sospirò Giordana.

Alla casa. Vuoi venderla, sì o no?

Giordana li fissò lentamente uno ad uno. Erano convinti che dopo un mese di solitudine lei si fosse spezzata. Che li avrebbe richiamati implorando di tornare.

Prego, accomodatevi, disse. Ormai siete qui.

Entrarono. La suocera subito a curiosare nel frigo. Lucia a scrollare il cellulare. Evelina seduta di fronte, le mani incrociate.

Dai, Giordi, lo sai anche tu. Una persona sola non ce la fa qui. Bollette, riparazioni, spese. E poi, che te ne fai di tanti metri?

Mi piacciono, rispose calma Giordana.

Ma sei sola! incalzò Lucia, Ho trovato delle occasioni: vendi e con i soldi fai felici tutti. A te rimane qualcosa, a Mirco il resto, a me che ho un figlio pure

Giordana la fissò in silenzio: il volto sicuro, le mani curate, la borsa costosa.

Cioè disse a voce bassa io dovrei andare a vivere a Tor Sapienza per lasciarvi i vostri milioni?

È giusto! protestò Lucia. Papà ha lavorato tutta la vita per questa casa!

No, sussurrò Giordana. Questa casa glielha data lo Stato, nellottantaquattro, come incentivo. E le riparazioni? Tutte mie, con i miei risparmi.

Non fare storie, Giordi, interruppe Evelina. Qui si vuole solo il bene di tutti. Siamo famiglia.

Qui, qualcosa dentro Giordana scattò. Come se qualcuno spegnesse la luce.

Famiglia? domandò. E quando tre anni fa mi hanno operata, dovera la famiglia? Sei venuta, Evelina?

La cognata si agitò.

Avevo i miei impegni.

E lei, signora Vittoria? si rivolse alla suocera. Ha fatto almeno una telefonata?

La suocera rivolse lo sguardo altrove.

E tu, Lucia? Lo sapevi che ero allospedale?

Nessuno me lha detto, sussurrò Lucia.

Infatti. Perché non vi interessava. Ora come allora non vi interessa neanche ora. Siete qui solo per la casa.

Ma cosa urli? sibilò Evelina.

Non urlo, la interruppe Giordana. È solo che basta. Capito? Finito tutto.

Si alzò. Andò alla porta dingresso. La aprì.

Via. Adesso. Non tornate.

Sei impazzita?! gridò Lucia. Non sei nessuno nella nostra famiglia!

Esatto, annuì Giordana. Grazie al cielo.

Evelina scattò in piedi.

Se solo Nicola sapesse!

Se lo sapesse rispose mi avrebbe fatto cedere. Come sempre. Ma ora decidono io.

Te ne pentirai! minacciò Lucia. Quando sarai vecchia, starai sola!

Giordana sorrise, stanca.

Lucia, io ho cinquantotto anni. Ho vissuto trentanni credendo che se fossi stata buona, mi avrebbero voluto bene. Che se cedevo sempre, mi avrebbero rispettato. Ma era il contrario: più cedevo, più volevano da me. Ora basta. Non verrò mai a implorare.

Se ne andarono. Evelina rossa in viso, la suocera incupita, Lucia che sbatteva la porta.

Giordana rimase nellingresso. Le mani tremavano, il sangue le pulsava nelle orecchie. Si sedette in cucina e scoppiò a piangere.

Non per compassione di sé. Ma per sollievo.

Una settimana dopo, chiamò la signora Clelia:

Ho sentito che hai mandato tutti a quel paese!

Non proprio. Ho solo detto la verità.

Hai fatto bene. Senti, ho una nipote, Martina. Trentanni, lasciata dal marito. È sola, non sa che fare. Vi faccio conoscere?

Si conobbero. Martina era timida, gentile. Lavorava come ragioniera, stava in una camera di pensione. Veniva spesso da Giordana, chiacchieravano davanti a un caffè.

Se vuoi, puoi venire a stare qui propose Giordana un giorno. Ho una stanza libera. Paghi le bollette e basta.

Martina si trasferì un mese dopo. Era strano quanto fosse facile convivere con una sconosciuta, se questa rispettava i tuoi spazi, non criticava né insegnava nulla a nessuno.

Giordana si iscrisse in biblioteca proprio quella di quartiere dove tanti anni fa aveva lavorato. Adesso ci andava da lettrice. Prendeva libri che non aveva mai avuto tempo di leggere.

Qualche volta pensava ai parenti. Chissà come se la passavano? Evelina, Mirco, Lucia con la figlia, la suocera?

Ma non sentiva il bisogno di chiamare. Proprio per niente.

Dopo sei mesi, la signora Clelia la informò:

Sai? Tua cognata è finita dal figlio, in uno studentato ai Castelli. Dice che in campagna si annoiava.

Buon per lei, rispose Giordana.

E Lucia? Si è sposata con un imprenditore, ora cammina in sandali e borsa griffata.

Felice per lei.

Clelia la scrutò con curiosità:

Non ti dà fastidio?

Per cosa?

Beh, che se la cavino senza di te.

Giordana sorrise:

Clelia, se la sono sempre cavata senza di me. Solo che io non lo volevo vedere.

La sera, Giordana si sedeva alla finestra. Fuori le luci dorate, gente che tornava a casa. Martina cucinava qualcosa e canticchiava piano.

Giordana pensava: ecco, questa è la felicità. Non nellapprovazione dei parenti, ma nel poter dire no e non morirne di colpa.

E a voi, è mai successo di dovervi difendere dai parenti invadenti?

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