Semion arriva in un piccolo paese italiano per far visita alla zia, la sorella maggiore della mamma, che la madre gli aveva chiesto di accudire prima di morire.

Simone arrivò in un piccolo paese delle colline toscane per far visita a sua zia, la sorella maggiore della madre. Sua madre glielo aveva raccomandato prima di morire, chiedendogli di prendersi cura della zia quanto poteva.

Zia Livia era minuta e fragile, ormai piegata dagli anni. Simone le aveva proposto molte volte di trasferirsi con lui a Firenze. Prometteva una stanza tutta per lei, un cortile dove passeggiare, compagnia di altre signore del vicinato. Ma la zia non voleva abbandonare la sua vecchia casa di pietra, il giardino pieno di rose e gelsomini, i ricordi di una vita intera.

Così, ogni tre mesi, Simone prendeva qualche giorno di ferie cinque senza stipendio, dato che era responsabile del suo reparto e poteva permetterselo e veniva da lei. Due giorni li perdeva in viaggio, tre li dedicava ad aiutare la zia con le faccende domestiche, le riparazioni, la spesa. Per fortuna, il direttore della ditta era un suo caro amico e non faceva storie quando spariva per qualche giorno.

Quella primavera, però, il lavoro era troppo, così riuscì ad arrivare solo a fine aprile, invece che a marzo. Da come trovò la zia Livia, capì che stava davvero crollando: aveva superato un inverno difficile. La vicina, zia Marisa, lo avvicinò non appena lo vide.

Due volte abbiamo chiamato lambulanza, Simone, disse preoccupata.

Perché non mi avete avvisato? si rabbuiò Simone. Ogni volta che chiamavo, mi dicevate che stava bene.

Mi ha giurato di non dirti nulla. Avvisa soltanto se muoio, mi diceva.

Quella sera stessa, Simone andò in paese a comprare zucchero e sale, come ordinato dalla zia. Fece scorte anche di pasta, tonno, latte condensato le cose che sapeva che le sarebbero servite. Appena tornato davanti al cancello, vide un cucciolo di pastore maremmano, avrà avuto cinque mesi, la testa grande, il muso lungo e simpatico. Sedeva tremando dal freddo.

Zia Livia, di chi è questo cagnolino?

Si è presentato da solo un mese fa. Ho trovato il cancello aperto e lui era lì, affamato e infreddolito. Ormai si è rimesso in forze, così almeno fa compagnia.

Simone gli accarezzò la testa; il cucciolo, fidandosi subito, gli poggiò il muso sulle ginocchia. Simone da bambino aveva sempre sognato un cane, ma i genitori non avevano mai voluto. Ora, in città, con il lavoro e la moglie, era fuori discussione. Lunica volta che Ilaria aveva preso un gatto, era scappato dopo tre anni. Loro non avevano figli Ilaria non poteva averne e avevano imparato a vivere uno per laltro, viaggiando quando ne avevano voglia.

Come si chiama?

Lho chiamato Tito. Era il nome del mio vecchio gatto.

Simone rise:

Ma un cane con il nome da gatto?

Che importa? Tanto risponde.

Durante i giorni da zia Livia, il piccolo Tito non lo lasciava mai solo. Quando fu il momento di ripartire, Simone pregò la zia di non nascondere più la verità se stava male, di chiamarlo per ogni necessità, anche per le medicine.

Ormai ti faccio solo penare, ogni tre mesi con questa fatica. Non durerà ancora a lungo.

Non parlare così, zia Livia. Più starai con me, più sarò felice. Non mi pesi per niente.

Simone, posso chiederti una cosa sola? Se dovesse succedere qualcosa, non lasciare Tito. È una creatura che sente e soffre.

Non lo lascerei mai, proverò a trovargli una buona famiglia.

No, portalo con te. Secondo me, non è venuto qui per caso.

Tito, sentendo il discorso, si strinse ancora di più alle gambe di Simone e lo guardò negli occhi.

Daccordo, zia. Se dovesse capitare, lo porterò con me.

Un mese dopo, zia Livia se ne andò davvero. Simone la accompagnò al cimitero insieme ai vicini, aspettò i nove giorni di lutto. Portò poi Tito sulla tomba, come se anche lui dovesse salutare unultima volta.

Arrivò il momento di tornare in città. Simone aveva preso museruola e guinzaglio, raggiunsero insieme la stazione della piccola cittadina toscana dove prendeva il treno per Firenze.

Comprai un biglietto apposito per animali e salì con Tito nella cuccetta. Appena entrati, Tito drizzò il pelo e ringhiò contro luomo seduto al finestrino.

Ma che razza di animali portate in treno! esclamò quello, sbarrando gli occhi. Siete matti, viaggiare con i lupi!

Ma quale lupo ribatté Simone è solo il mio cane, Tito!

Tito? Io sono un cacciatore, quello non è un cane, è un vero lupo! Io conosco bene queste bestie.

Tito sibilò ancora, ringhiando.

Toglimi quel mostro di dosso, o lo sistemo io.

Calmati, nessuno ti toccherà. Fai meglio a startene zitto se vuoi arrivare intero.

Preferisco stare nel corridoio!

Simone e Tito rimasero da soli nel compartimento. Simone guardò il cane con curiosità:

Tito, che dici… sei davvero un lupo? Il cane gli avvolse il muso sulle ginocchia, scodinzolando. Va bene, anche se così fosse, sei comunque straordinario.

Poco dopo, la capotreno bussò e infilò la testa dentro.

Abbiamo una lamentela: cè chi dice che lei viaggi con un lupo. È vero?

Ma va, questa è una razza particolare di pastore maremmano, usata per il soccorso, rispose Simone.

I documenti?

Sì, un attimo… Simone fingeva di cercarli. Poi, con finta disperazione: Accidenti, li ho lasciati alla biglietteria! Capisce, senza i documenti non ci avrebbero nemmeno venduto il biglietto… spiegò complice alla capotreno.

Ma certo, acconsentì con una strizzatina docchio.

I documenti non cerano, ma la figlia della vicina di zia Marisa lavorava proprio allemissione dei biglietti ed era stata complice della loro disavventura. La mattina dopo arrivarono finalmente a Firenze. Lo stesso giorno, Simone portò Tito alla clinica veterinaria vicino casa. La dottoressa lo osservò e chiese:

Venite dal circo, per caso?

No, perché? rispose Simone, confuso.

Ha un lupo come animale da compagnia.

In realtà la zia è morta e mi ha lasciato lui… diciamo che lho adottato.

La veterinaria si avvicinò, osservò meglio Tito e concluse sicura:

Questo è un incrocio: sore madre era una lupa, ma il padre un pastore tedesco. Sono animali molto fedeli, tranquilli, raramente aggressivi. Non abbia timore. Lo registriamo e facciamo i vaccini.

La moglie, Ilaria, si affezionò subito a Tito: lo lavava, gli preparava da mangiare, lo portava fuori. Passarono dieci mesi. Durante le feste di Natale, quella sera tardi, Ilaria decise di uscire con Tito per sgranchirsi: si era annoiata in casa per giorni.

Andarono al parco vicino, dieci minuti a piedi. Camminavano sul vialetto, quando Tito tese le orecchie e scattò nelloscurità.

Ilaria lo chiamò, gridò, ma lui non tornava. Passarono cinque, sette lunghi minuti: stava già per telefonare a Simone quando lo vide tornare, zoppicando, portando fra i denti un fagottino.

Corse incontro a Tito: era un neonato, vivo. Ilaria, pur essendo medico, chiamò subito il 112. Ambulanza e polizia arrivarono in fretta. Non poté seguire subito la bimba, dovendo riportare Tito a casa, ma poco dopo tornò in ospedale con Simone. La neonata era una femmina, sana, avrà avuto un mese.

Con lei cera un biglietto: si chiamava Valeria e la mamma chiedeva soltanto che fosse affidata a una famiglia buona. Ilaria chiese di vederla: appena la vide, il cuore le si sciolse. Scambiò uno sguardo con Simone, che annuì sorridendo. Subito dissero al medico di turno che lei era un medico e che desideravano adottare Valeria, senza farla passare per altre case famiglia.

Due mesi dopo, Valeria viveva con loro. Era stata trovata proprio grazie a Tito, il randagio che la zia Livia aveva accolto e che, forse, destinato a portare gioia ancora una volta nella loro famiglia.

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