Mi sono presa cura della suocera, ma alla fine ha lasciato l’appartamento a un’altra persona

Portami dellacqua, ho la gola secca! Te lo sto chiedendo da unora e tu rumoreggi con le pentole come se lo facessi apposta, così non riesco a chiamarti!

La voce aspra e rotta, che proveniva dalla stanza in fondo, mi fece sobbalzare e quasi lasciai cadere il mestolo. Trattenni il respiro, contando fino a dieci unabitudine maturata negli ultimi tre anni di vita in quel inferno. In cucina sentivo lodore del brodo di pollo e delle medicine, un miscuglio che pareva essersi impresso nelle pareti e nelle tende. Spensi il gas sotto il brodo, versai un bicchiere dacqua naturale bollita fredda non va bene, calda nemmeno e mi avviai verso la camera di mia suocera.

Giuseppina Mantovani era sdraiata su cuscini altissimi, somigliava a un vecchio uccello scontento. I suoi occhi arguti e acquosi sorvegliavano ogni mio movimento. Sul comodino, tra flaconcini, blister di pastiglie e una pila di cruciverba, stava una busta robusta in carta kraft, che non avevo mai visto prima.

Ecco qua, Giuseppina, beva pure le porgevo il bicchiere, cercando di parlare senza irritazione. Non ho sentito, la cappa era accesa. Il brodo è pronto, ora passo le verdure come ha detto il medico.

Lei fece qualche sorso minuscolo, si contorse come se le avessi dato aceto, poi mise da parte il bicchiere.

Hai sempre una scusa pronta borbottò asciugandosi la bocca col bordo del lenzuolo. Ora la cappa, ora laspirapolvere, ora parli al telefono. La madre del tuo marito deve stare qui a morire di sete.

Non dica così, sono sempre qui vicino risposi con la solita indifferenza agli insulti. Cercai di sistemarle la coperta e vidi di nuovo quella busta strana. Ne usciva il bordo di un foglio con una sigla notarile.

Cosè, nuovi prescrizioni del medico? chiesi indicando il comodino. Controllo, magari devo andare in farmacia.

La mano di Giuseppina scattò sulla busta. Una velocità inaspettata da chi, mezzora prima, non riusciva a sollevare il cucchiaio.

Non toccare! sbottò. Sono affari miei, documenti personali.

Rimasi interdetto. Di solito, anzi, pretendeva che mi occupassi di tutto: referti, bollette, lettere dallINPS. Quella segretezza era nuova.

Ho solo chiesto… stavo per ribattere, ma la porta dingresso sbatté e dal corridoio arrivarono passi pesanti.

Ecco Francesco! il volto della suocera si illuminò in un istante, le si affacciò un sorriso dolciastro. Vieni, figlio mio, salvami da questa carceriera!

Francesco, mio marito, entrò in stanza. Aveva unaria esausta, la giacca sgualcita, la cravatta storta. Da capo vendite, passava ormai tutto il giorno in ufficio, preferendo restare lontano da casa, dove aleggiava la pesante atmosfera ospedaliera e lincessante lamento.

Ciao, mamma. Ciao, Anna bofonchiò, appoggiando un bacio sulla guancia della madre, senza neanche guardarmi. Che succede stavolta? Quale carceriera? Anna ti segue come una bambina.

Sì sì, segue… Giuseppina serrò le labbra. Segue e aspetta che mi tolga di mezzo. Credete che non me ne accorga? Ha gli occhi freddi, vuoti. Nessun affetto, solo dovere.

Senti un nodo salirmi in gola. Tre anni fa, dopo lictus di Giuseppina, si era posto il dilemma: badante o struttura. Non cerano soldi per una brava badante e Francesco aveva subito escluso la casa di riposo «cosa diranno i vicini, abbandoniamo la mamma». Così lasciai a malincuore il mio lavoro in biblioteca, ci portammo suocera dalla sua bilocale al nostro trilocale e decidemmo di affittare la prima per coprire le spese di farmaci e terapisti.

Vado a preparare la tavola dissi piano, uscendo dalla camera.

A cena Francesco smuoveva senza entusiasmo la cotoletta col suo forchettone.

Buona? chiesi, sperando in una goccia di calore.

Sì, va bene non distolse lo sguardo dal cellulare. Senti, Anna, mamma vorrebbe vedere Claudia. Dice che le manca.

Claudia era la nipote di Giuseppina, figlia della sua sorella defunta. Donna di quarantanni, appariscente, chiassosa e inutilissima in casa. Veniva una volta ogni sei mesi, portava una torta economica, restava unora raccontando le sue love story fallite e poi svaniva, lasciando il profumo pesante e montagne di piatti sporchi.

Ma per quale motivo? mi stupii. Giuseppina ha la pressione ballerina, le serve tranquillità, invece Claudia è un tornado. La fa agitare di nuovo.

Mamma insiste. Dice che ha da parlarle. Lascia che venga domani, sopporta unoretta.

Il giorno dopo, Claudia arrivò puntuale a mezzogiorno. Entrò senza togliersi le scarpe, camminò sul tappeto appena lavato e annunciò:

Anna cara, salve! Sei ingrassata? Il vestito ti rende più grossa. Dovè zia Giuseppina? Ho portato i dolci!

Nella sua busta cera una confezione di marshmallow, proibitissimi per la suocera.

Indicai solo la porta della stanza. Claudia vi sparì, subito raggiunto da un fitto chiacchiericcio, misto ai sospiri della suocera. Mi rifugiai in cucina, a rovistare tra i grani di farro, mentre quel misterioso documento mi tormentava.

Dopo unora Claudia uscì dalla stanza, radiosa, con quella busta kraft tra le mani. La infilò nella sua enorme borsa.

Bene, tesoro, sono scappata! Affari, business, capisci! La zia dorme, non svegliarla. Brava, pulito qui, ottima assistenza. Ma cambierei le tende, queste sono antiquate.

Svanì rapida come era venuta.

La sera, mentre cambiavo la biancheria del letto a Giuseppina impresa dura, visto il suo peso e la scarsa collaborazione mi azzardai a chiedere:

Giuseppina, che documenti ha passato a Claudia? Servono delle copie? O qualcosa da portare ai servizi sociali?

La suocera socchiuse gli occhi furba. Un lampo di soddisfazione maligna brillò in quelli acquosi.

Anna, è la mia gratitudine. Claudia è la sola anima che mi ami senza interessi. Non per la casa o per leredità, ma solo per affetto. Il sangue è sangue.

Mi si raggelò tutto dentro.

Quale casa? La vostra bilocale viene affittata, i soldi vanno alle vostre cure. Avevamo concordato che alla fine sarebbe rimasta ai nostri figli, i nipoti.

Giuseppina rise, rauca, secca.

Avevate concordato! Facili a spartirsi la pelle dellorso. Io ho deciso diversamente. Oggi è venuto il notaio, mentre eri al supermercato. Ho fatto la donazione. A Claudia.

Rimasi pietrificato col lenzuolo in mano. Il mondo vacillò.

Come… donazione? bisbigliai. A Claudia? Quella che non le ha mai portato un bicchiere dacqua? Che ignora le sue medicine?

Ma almeno non mi rimprovera! sbraitò. Tu ogni giorno cammini col muso, come se ti costasse fatica aiutarmi! Pensi che non lo senta? Aspetti solo che muoia così prendi la casa! E invece, ti resta nulla. Claudia ora è la proprietaria. Articolo 769 Codice civile, cara. Donazione. Non cè retroattività.

Mi sedetti sul bordo della sedia. Le gambe non reggevano. Tre anni. Tre anni di vita annullata. Punture, pannoloni, capricci, notti insonni. Fine della carriera. E tutto solo per sentirsi accusato di essere unestranea egoista?

E Francesco? domandai appena. Lui sa?

Lo saprà a tempo debito. I miei beni li dono a chi voglio. Tu vai, vai a scaldare il brodo, ho fame. E aggiusta il pannolone, mi stringe.

Mi alzai, le orecchie mi ronzavano forte. Uscii senza parlare, presi il cappotto e la borsa e chiusi la porta. Non resistevo più lì dentro. Dovevo respirare.

Vagai per le vie di Milano per due ore, finché non gelai del tutto. Continuava a girarmi in testa solo il pensiero: tradimento. Non tanto della suocera amore non ne aspettavo. Tradimento di mio marito. Un notaio non viene autonomamente. Qualcuno ha aperto la porta, fornito documenti.

Quando tornai, Francesco era già in casa. Stava mangiando il brodo direttamente dalla pentola.

Dove sei stata? mi domandò infastidito. Mamma grida, il pannolone è bagnato, e tu sparisci. Devo pulirla io? Sono un uomo, mi disgusta!

Lo guardai. Per la prima volta dopo ventanni di matrimonio, lo vedevo chiaramente, senza illusioni. Non era il compagno, la protezione, ma un uomo infantile egoista, accomodato.

Francesco dissi piano tua madre ha donato la casa a Claudia. Notarizzata. Tu lo sapevi?

Francesco si strozzò col brodo, tossendo tutto rosso.

Cosè questa storia? Stai vaneggiando?

No, lei stessa lo ha detto. Claudia stamattina ha preso i documenti. Il notaio è venuto mentre ero fuori. Chi lha fatto entrare? Hai il doppione delle chiavi, sei passato a pranzo?

Francesco abbassò gli occhi. Sbriciolava il pane sul tavolo, nervoso.

Eh… sono passato. Mamma mi ha chiesto. Pensavo dovesse cambiare la delega della pensione o qualcosa. Ho fatto entrare il notaio, era un tipo serio. Non sono stato attento, Anna! Dovevo andare di corsa al lavoro!

Non sei stato attento? la voce mi tremava tua madre ha tolto leredità ai nostri figli, ha consegnato la casa a unestranea, e tu non sei stato attento? Chi pagherà ora le sue medicine? Laffitto finirà, Claudia prenderà o venderà la casa. Con che soldi, Francesco? Con il tuo stipendio? O magari vorresti che tornassi a lavorare per mantenere una donna che mi ha disprezzata?

Non fare scenate! Francesco sbatté il pugno sul tavolo Mamma è malata, sarà confusa! Faremo causa, le faremo riconoscere lincapacità, se necessario!

Incapacità? sorrisi amaramente Eppure tu dicevi che la sua mente era lucida quando ti elogiava. Il notaio ha chiesto sicuramente il certificato medico. Claudia ha pianificato tutto.

Da dentro giungeva la voce esigente:

Ehi, cè qualcuno? Sono tutta bagnata! Anna! Vieni a pulirmi!

Francesco fece una smorfia.

Dai Anna, vai. Poi pensiamo a tutto. Non può restare così.

In quel momento, qualcosa dentro di me si ruppe. Quel filo che sosteneva la mia pazienza, senso del dovere, sacrificio. Guardai le mie mani rosse, indurite dalla pulizia. Pensai al sogno del mare, andato perduto per che facciamo di mamma.

No dissi.

Cosa vuol dire no? chiese Francesco,

Non vado. Non la pulisco più. Non cucino più brodini. Non sopporto più insulti. Ora la casa è di Claudia secondo il Codice civile, la donazione è irrevocabile. Se Claudia ha preso lattivo, prenda anche il passivo. Chiamala. Che venga lei.

Sei impazzita? Francesco si alzò Claudia non risponde a questora! E poi non è capace! Anna, è mia madre!

Appunto. Tua madre. Non mia. La casa lha regalata alla nipote. Io sono unestranea. Carceriera, come dice lei.

Mi avviai verso la camera, non da Giuseppina, ma nella nostra stanza. Afferrai la valigia dallarmadio.

Cosa stai facendo? Francesco, pallido, terrorizzato, bloccava la porta.

Vado via. Andrò da mia madre. È piccola la sua monolocale, almeno si respira.

Anna, smettila! Ha solo esagerato! Risolviamo! Non lasciarci! Come faccio da solo con lei? Devo lavorare!

Prendi una badante. Ah, non ci sono soldi… la casa è persa. Allora te la cavi da solo: sera, notte, weekend. Benvenuto nel mio mondo, Francesco.

Buttavo i vestiti a caso: maglioni, lingerie, libri. Mi scendevano le lacrime, ma volevo solo uscire in fretta.

Anna, non ti lascio andare! mi afferrò il braccio Sei mia moglie! Devi restare nel bene e nel male!

Nel male ci sono stata, Francesco. Tre anni. Di bene non se ne vede. Ah, una cosa chiusi la valigia e mi ritto Chiedo il divorzio.

Per la casa?! Sei così venale?!

Non per la casa, idiota! urlai Perché mi hai fatto diventare una schiava! Perché hai aperto la porta al notaio, tradendomi! Perché ora non chiedi scusa, ma pensi a chi cambierà il pannolone!

Portai la valigia nellingresso. Giuseppina urlava dalla stanza:

Francesco! Mi ha abbandonata! Vuole uccidermi! Dammi da bere!

Francesco correva tra me e la madre.

Anna, ti prego… almeno resta stanotte!

Lascio le chiavi sul tavolino dissi fredda Addio.

Uscii dal portone e chiesi lascensore. Quando si chiuse la porta della cabina, mi appoggiai alla parete e piansi. Ma era un pianto di sollievo.

La prima settimana da mia madre fu confusa. Dormivo dodici ore, mangiavo, passeggiavo nel parco. Telefonino spento, nuovo numero solo per parenti stretti. Ma le notizie arrivavano.

Da una conoscente seppi che Francesco cercava Claudia. Lei inizialmente non rispondeva, poi comunicò che il regalo è regalo, e nessun obbligo di assistenza nel contratto. Diceva che voleva vendere la casa, servivano soldi per il suo business, diede ai coinquilini due mesi di preavviso. E soprattutto suggeriva di mettere Giuseppina in una struttura pubblica, visto che il figlio non riusciva.

Francesco ottenne un permesso dal lavoro. Poi la malattia. Poi chiamò i figli, che studiavano fuori Milano. Cercò di far leva sul loro senso di colpa per prendersi cura della nonna. I ragazzi chiamarono me.

Mamma, papà dice che sei una traditrice disse il figlio Matteo Ma noi sappiamo che hai fatto tanto. Noi non torniamo. Abbiamo la sessione. E poi… la nonna ha scelto Claudia.

Ne fui orgoglioso. Avevano capito.

Dopo un mese, tornai in biblioteca. Lo stipendio era basso, ma la pace e lodore dei libri curavano lanima. Presentai la richiesta di divorzio. Francesco non si presentò alle udienze.

Una sera, tornando a casa, trovai Francesco davanti allingresso. Sembrava invecchiato di dieci anni. Non rasato, camicia sporca, odorava di alcol e di vecchiaia quel sentore acre che ho sentito troppe volte.

Anna… si fece avanti Ti prego, aiutami. Non ce la faccio. Urla tutto il giorno. Claudia ha già venduto la casa, pensa! A dei broker, per quattro soldi. I soldi dellaffitto sono finiti. Non ho come prendere una badante. Mi hanno licenziato…

Lo guardavo senza provare nulla, solo una vaga repulsione.

Non è un mio problema, Francesco.

Tu sei capace! Tu sai come si fa. Torna, ti perdono tutto. Possiamo vendere anche questa casa, comprarne una più piccola, assumere qualcuno.

Mi perdoni? ripetei Non hai confuso i ruoli? Dovrei essere io a perdonare. Ma non voglio.

Anna, piange. Ricorda di te, dice che la minestra fatta da Anna era la migliore.

Doveva pensarci prima. Quando chiamava il notaio.

Ma Claudia ci ha fregati! È una truffatrice!

Claudia ha solo fatto ciò che le hanno permesso. Giuseppina voleva comprare laffetto coi metri quadri. Laffare è fatto. Merce ceduta. Nessuna lamentela.

Sei diventata crudele sussurrò Francesco.

Sono diventata libera lo corressi Vai via, Francesco. E non tornare. Tra una settimana cè il tribunale. Spero ci separino in fretta.

Lo aggirai ed entrai nel portone.

Anna! mi urlò E se la metto in una RSA? Qui cè fila, serve la pratica, io non so! Aiutami con i documenti!

Mi fermai. Mi voltai.

Usa internet, Francesco. Sei un capo, no? O lo eri. Troverai il modo. Io ho già fatto il mio turno.

Chiusi la porta.

Salendo in casa, mi avvicinai alla finestra. Francesco era ancora là sotto, piccolo, misero, schiacciato da un peso che aveva sempre rimandato a me. Ho tirato le tende.

Il bollitore fischiava. Mia madre sfornava focacce col cavolo.

Chi era, Anna? chiese affacciandosi dalla cucina.

Persona sbagliata, mamma. Solo indirizzo sbagliato.

Mi sedetti, presi una focaccia calda e la morsicai. Era buonissima. Per la prima volta da tre anni sentivo il sapore. La vita proseguiva ed era finalmente solo mia. E Giuseppina ebbe ciò che meritava la nipote ricca e il figlio che finalmente, anche se tardi, cominciava a crescere. La giustizia, certe volte, si serve fredda, ma sazia comunque.

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