Chiave in mano
La pioggia tamburellava monotona sui vetri del mio appartamento a Bologna, sembrava il ticchettio di un vecchio orologio che scandiva lattesa della fine. Seduto sul bordo del mio letto sfondato, mi ritrovavo curvo, quasi a voler diventare invisibile agli occhi del destino.
Le mie mani, che un tempo erano forti e abili al tornio nellofficina metalmeccanica, ora giacevano inutili sulle ginocchia. Le dita si serravano a vuoto, come a voler afferrare qualcosa di impalpabile. Fissavo il muro di fronte; sulle tappezzerie sbiadite vedevo disegnati i tragitti disperati dei miei ultimi mesi: dalla ASL al centro diagnostico privato. Il mio sguardo era spento, come una pellicola anni 60 in bianco e nero, bloccata sempre sullo stesso frame.
Un altro specialista, un altro «sa, ormai con letà». Non riuscivo nemmeno più ad arrabbiarmi. Per essere arrabbiato serve forza io lavevo finita. Era rimasta solo la stanchezza.
Il dolore lombare era più che un sintomo, era diventato il mio paesaggio giornaliero: un rumore bianco di impotenza che annullava tutto il resto.
Seguivo le prescrizioni: pastiglie, pomate forti che puzzavano di canfora, fisio con mani fredde che mi facevano sentire un ingranaggio rotto, abbandonato nella polvere di magazzino.
E intanto, aspettavo. Passivo, quasi con fede, che qualcuno lo Stato, un dottore geniale, un luminare delluniversità mi lanciasse una ciambella di salvataggio, mentre affondavo piano piano nella palude.
Sbircivo lorizzonte della mia vita e vedevo solo il grigio slavato della pioggia. La mia volontà di un tempo, che mi aveva fatto risolvere problemi in officina e in famiglia, ora era ridotta a un solo compito: sopportare e sperare in un miracolo mandato da altri.
La famiglia Cera, una volta. Un battito di ciglia ed era svanita. Prima la mia unica figlia, Teresa brava, sveglia andata a Milano per tentare la fortuna. Non potevo ostacolare la sua scelta, ogni padre vuole il meglio per la propria bambina. «Papà, appena mi sistemo ti aiuto, te lo giuro», mi disse allora al telefono. Non che facesse differenza.
Poi sparì anche mia moglie. Non fra le corsie del Conad, ma per sempre. Rosa fu distrutta dal tumore, senza pietà, tutto troppo tardi. Rimasi non solo con la schiena a pezzi, ma anche con la vergogna di essere vivo, io mezzo immobile e appeso ai farmaci, mentre lei la mia forza, la mia allegra Rosa si era spenta in tre mesi. Lho accudita fino alla fine, finché il respiro non si fece secco e negli occhi non rimase che unombra. Mi disse solo: «Tieni duro, Gianni» stringendomi la mano. Ed io mi sono spezzato per sempre.
Teresa mi chiamava, insisteva per farmi trasferire nella sua stanza in affitto. Ma a che servivo io laggiù, tra i suoi vestiti e la sua nuova vita? Non volevo essere un peso. E il ritorno, sapevo bene, non era previsto.
A farmi visita restava solo Gina, la sorella minore di Rosa; una volta la settimana, puntuale come un orologio modenese, mi portava una minestra in termos, un pacco di pasta, polpette e una scatola nuova di antidolorifici.
«Come va, Giovanni?» mi chiedeva togliendosi il cappotto. Io accennavo: «Bene dai». Restavamo in silenzio mentre lei metteva in ordine la mia tana, quasi che il riordino delle cose potesse mettere a posto pure la mia vita. Poi andava via, lasciando un vago profumo dintruso e la sensazione di essere un dovere per lei.
Ero grato, ma infinitamente solo. Non era solo una solitudine fisica; era una cella costruita con la mia stessa impotenza, il dolore e un silenzioso rancore verso la sorte.
Una sera di pioggia più prepotente del solito, il mio sguardo, vagando sul tappeto consumato, si posò su una chiave rimasta a terra. Forse caduta dalla tasca tornando dallASL.
Una semplice chiave, niente di speciale. Eppure la fissai come fosse la prima cosa mai vista davvero. Stava lì, aspettava.
Dun tratto ricordai il nonno. Vivo, preciso, come la luce accesa in una soffitta buia. Il nonno Giuseppe, con la manica della giacca infilata nella cintura perché aveva perso un braccio in fabbrica, si sedeva su uno sgabello e, con una sola mano e una forchetta storta, riusciva a legarsi le scarpe. Senza fretta, concentrato, e quando ci riusciva mugugnava un piccolo brontolio soddisfatto.
«Guarda Gianni», diceva, e negli occhi aveva quel fuoco di chi inganna il destino, «Lattrezzo giusto ce lhai sempre sotto mano. Basta riconoscerlo tra ciò che sembra solo ferraglia.»
Da bambino pensavo fosse solo un modo per tirarsi su. Ma lui era un eroe: agli eroi riesce tutto. Io invece mi sentivo solo un uomo qualunque, e la mia battaglia con schiena e solitudine non lasciava spazio a magie con le posate.
Ora, guardando quella chiave, la scena riemergeva come un rimprovero. Il nonno non aspettava che qualcuno lo soccorresse. Si arrangiava. Non sconfisse il dolore sconfisse limpotenza.
E io? Continuavo solo a sperare negli altri. Questa verità mi fece male più di ogni fitta.
Quella chiave, pezzo di metallo carico di memoria, mi sembrò un ordine silenzioso. Mi alzai con il gemito noto, di cui mi vergognavo davanti anche a un vano vuoto.
Feci due passi strascicati e la presi. Provai ad allungarmi, e il solito lampo di dolore mi avvertì subito. Restai lì, i denti stretti finché la scossa non diminuì. Ma invece di arrendermi e risedermi, andai verso la parete.
Quasi senza pensare, mi misi di spalle al muro. Appoggiai la parte non seghettata della chiave dove la schiena mi tormentava di più e, con delicatezza, vi premii sopra con tutto il peso possibile.
Non era un automassaggio, né una cura da manuale. Era soltanto opporre forza al dolore stesso, realtà contro realtà.
Spostai la chiave un po più su, poi giù, e di nuovo via con cautela. Ad ogni movimento ascoltavo il mio corpo. Non era una terapia: era una trattativa. La chiave divenne il mio mediatore.
Assurdo, forse. Cosa può fare una chiave? Eppure la sera dopo, e quella dopo ancora, ci riprovai. Individuai i punti dove la pressione portava un tepore inaspettato, come se i muscoli lasciassero slacciare un millimetro la morsa.
Poi iniziai ad usare anche lo stipite della porta per fare una lieve trazione. E lacqua bastava ricordarsi di bere, senza aspettare che qualcuno lo dicesse.
Avevo smesso di aspettare a braccia conserte. Usavo quello che avevo: la chiave, la porta, il pavimento e la mia testardaggine. Tenevo un quaderno, non per i dolori, ma per le piccole vittorie della chiave. Oggi ho resistito cinque minuti in più ai fornelli.
Sul davanzale sistemai tre barattoli di latta dei pelati, pieni di terra presa dal cortile. Ci piantai bulbi di cipolla. Non era un orto vero, ma erano tre isole di vita di cui mi sentivo finalmente responsabile.
Un mese dopo, il medico, guardando la lastra, alzò il sopracciglio:
«Ci sono novità. Ha fatto esercizi?»
«Sì,» risposi secco. «Con quello che avevo a casa.»
Non gli parlai della chiave. Tanto non avrebbe capito. Ma io sapevo che laiuto non era arrivato su un cavallo bianco, era sempre stato lì, sul tappeto, mentre io fissavo il soffitto aspettando che altri accendessero la luce.
Un mercoledì, Gina arrivò con la zuppa e si fermò sulla soglia. Sul davanzale, nei barattoli, spuntavano foglie verdi. In stanza non cera più solo il tanfo dei medicinali, ma un profumo di terra bagnata.
«Ma cosè questo?» riuscì solo a dire, vedendomi dritto in piedi accanto alla finestra.
Stavo giusto annaffiando le piantine con una tazza. Mi voltai e sorrisi:
«Un orto», dissi piano. E dopo una pausa: «Ne vuoi per la zuppa? Appena colta, tutta nostra».
Quella sera restò più a lungo. Bevve il tè con me e, invece di parlare solo di salute, le raccontai della scala del palazzo: ora ne faccio uno scalino in più ogni giorno.
La salvezza non arrivò con il medico dei miracoli. Si nascose in una chiave, una porta, un barattolo e nella scala di ogni giorno.
Non mi tolse né dolore né assenze né età. Ma mi lasciò gli strumenti: non per vincere la guerra, ma per combattere le piccole battaglie quotidiane.
Quando smetti di aspettare la scala dorata dal cielo e guardi quella di cemento sotto i tuoi piedi, scopri che salire, anche lentamente, anche appoggiandosi, è già vivere. Passo dopo passo, sempre verso lalto.
Sul davanzale, nei tre barattoli, cresceva un bel verde di cipolle. Ed era lorto più bello del mondo.
Ho capito che la chiave della mia salvezza non era altrove, ma già tra le mie mani. Sta tutto nellavere il coraggio di provarci, anche solo un po per volta.






