La panchina per due
La neve si era già sciolta, ma la terra nei giardini pubblici di Torino era ancora scura e umida, e sui vialetti si vedevano strisce sottili di sabbia lasciate dai mezzi comunali. Giuliana Benedetti camminava piano, stringendo la borsa della spesa, con lo sguardo fisso a terra. Da tempo aveva preso labitudine di riconoscere ogni buca e ogni sassolino. Non era per indole così prudente, ma dopo la frattura al braccio di tre anni prima, il timore di cadere si era insediato nel petto e non voleva più lasciarla.
Viveva da sola, in un piccolo appartamento al piano terra in zona San Salvario. Un tempo quella casa era troppo stretta per tutti: le voci, gli odori, le porte che sbattevano. Ora regnava il silenzio. La TV parlava da sola come un vecchio amico, ma spesso lei si accorgeva di non ascoltare: fissava solo i sottotitoli che scorrevano sullo schermo. La domenica il figlio la chiamava in video: pochi minuti, sempre trafelato, tra un impegno e laltro, ma almeno lo vedeva. Il nipotino agitava la manina, le mostrava una macchinina o un disegno. Giuliana si rallegrava, ma appena chiudeva la chiamata, il silenzio tornava a occupare ogni angolo della casa.
Teneva una routine precisa. Al mattino: ginnastica leggera, le pastiglie, un po di latte caldo e fette biscottate. Poi una breve camminata fino ai giardini di piazza Madama Cristina, come raccomandava la dottoressa di famiglia: “Bisogna far circolare il sangue”. Nel pomeriggio cucina o cruciverba, oppure le notizie alla radio. La sera era tutta per un vecchio telefilm e i ferri da maglia. Nulla di eccezionale, ma quella disciplina la teneva in piedi così diceva sempre alla vicina sul pianerottolo.
Oggi il vento era secco ma sferzante. Giuliana arrivò alla sua panchina preferita, accanto allarea giochi per bambini. Si sedette con cautela sullestremità, posò la borsa della spesa accanto a sé e verificò che fosse ben chiusa. Nei pressi, due bambini piccoli giocavano tra i palloni colorati, le madri impegnate in una lunga chiacchierata. “Mi fermo dieci minuti, poi rientro”, decise tra sé.
Dallaltra parte del giardinetto, verso la fermata del tram, avanzava lentamente Dante Ferraris. Anche lui aveva preso labitudine di contare i passi. Fino alledicola: settantatré. Alla farmacia: centoventi. Alla fermata: novantacinque. Così era più facile, meglio che pensare. Perché a casa non lo aspettava nessuno.
Era stato operaio metalmeccanico alla FIAT, spesso fuori per trasferte, fra battibecchi e scherzi negli spogliatoi. Ora la fabbrica era chiusa da una vita, gli amici dispersi. Alcuni erano emigrati al sud dai figli, altri li trovavi solo nel camposanto di Mirafiori. Il figlio stava a Milano: vedeva il padre una volta lanno, sempre di corsa. La figlia era rimasta in città, ma tra lavoro, due figli e il mutuo aveva ben altro a cui pensare. “Non me la prendo,” si ripeteva Dante, ma succedeva che la sera ascoltasse, nel silenzio, attento a ogni suono della serratura.
Era uscito per comprare il pane, e già che cera sarebbe passato anche in farmacia: meglio una scatola di pasticche per la pressione in più, non si sa mai. Teneva la lista degli acquisti scritta a caratteri grandi, in tasca. Ogni tanto le mani gli tremavano leggendo quei pochi appunti: “Acqua, pane, farmaco”.
Arrivato alla fermata, vide che il tram era appena passato. La piccola folla si stava già dissolvendo. Su una panchina, una donna con un cappotto chiaro e il berretto blu di lana, la borsa appoggiata vicino, guardava i bambini anziché la strada.
Esitò. Stare lì in piedi lo infastidiva; la schiena faceva male. La panchina era libera per metà, ma Dante aveva sempre avuto qualche timore a sedersi accanto a donne sconosciute. In Italia, si pensa sempre a cosa diranno. Ma il vento gli gelava le ossa, così prese coraggio.
Permesso, posso sedermi? chiese, chinandosi leggermente.
Lei volse lo sguardo. Occhi chiari, fieri ma gentili, con piccole rughe ai lati.
Prego, si accomodi, disse, spostando leggermente la borsa.
Dante si sedette con attenzione, posò le mani sulle ginocchia. Unauto passò, lasciando una nuvola di gas.
Ormai i tram passano quando vogliono, borbottò lui dopo una pausa. Giri la testa e sono spariti.
Eh sì, annuì lei. Ieri mezzora ad aspettare. Per fortuna almeno non pioveva.
Studiò meglio quel volto: non le era familiare, ma a San Salvario la gente andava e veniva.
Lei abita qui vicino? chiese Dante con cautela.
Proprio lì, davanti alla panetteria, rispose, indicando i palazzi oltre la strada. Primo piano, scala B. E lei?
Io oltre il giardino, in quello stanzone di nove piani, fece lui. Siamo praticamente vicini.
Si fece silenzio. Giuliana pensava che i discorsi alle fermate erano la regola: due chiacchiere, poi ognuno alla sua vita. Ma luomo sembrava stanco, un po perso, nonostante si sforzasse di mostrarsi eretto.
In farmacia? chiese lei, indicando il sacchetto con il logo.
Esatto. Ancora medicine per la pressione, Dante sollevò la busta. Cerco di star dietro alle indicazioni della dottoressa. E lei, spesa?
Due cose al supermercato, rispose. È un pretesto per non chiudermi in casa tutto il giorno.
Appena pronunciò “casa”, sentì un dolore acuto nel petto. Quella parola, ormai, sapeva troppo di vuoto.
Il tram allorizzonte fece muovere la fila alla fermata. Dante si alzò un istante dopo.
Io mi chiamo Dante, si presentò dun tratto. Dante Ferraris.
Giuliana Benedetti, rispose lei, alzandosi a sua volta. Piacere.
Salirono insieme, ma la folla li spinse ognuno da una parte. Giuliana si aggrappò al corrimano, sentiva la vettura sussultare. Tra i passeggeri, scorse Dante, che la salutò con un cenno a cui rispose discreta.
Dopo qualche giorno si rividero, questa volta proprio al parchetto. Giuliana era sulla sua solita panchina; vide avvicinarsi Dante poggiato a un bastone. Non lo aveva con sé laltra volta: probabilmente voleva sentirsi più sicuro.
Che piacere rivederla, con la mia compagna di fermata, sorrise lui, Posso?
Mi fa piacere, disse lei, e provava una sottile gioia.
Si sedette, poggiando il bastone tra sé e langolo della panchina.
Qui si sta bene, osservò guardandosi attorno. I bimbi, le chiacchiere. Diverso che in casa, dove i muri schiacciano.
Vive da solo? chiese lei, ormai certa di poterlo fare.
Solo, annuì lui. Mia moglie se nè andata sette anni fa. I figli sono presi dalla loro vita. E lei?
Anchio sola, ammise Giuliana. Mio marito ci ha lasciate giovani. Il figlio vive lontano. Mi chiamano, ma…
Alzò le spalle. Lui lo capì subito.
È importante comunque telefonare, disse. Ma quando scende la sera, il telefono resta zitto.
Queste parole la riscaldarono. Discutettero ancora: sui prezzi, sulla nuova dottoressa al consultorio, sulla pioggia. Ma il giorno dopo, e quello dopo ancora, senza dirsi nulla, finirono per scegliere lo stesso orario per la passeggiata.
Partirono così le loro abitudini a due: alla fermata, poi al giardinetto, poi fuori dal supermercato o allingresso dellASL. Giuliana si accorgeva che calibrava i suoi orari in funzione di Dante. Non lo avrebbe mai ammesso apertamente: a volte anticipava la colazione, a volte metteva su il caffè con calma. Così capitava di beccarsi sempre lì.
Camminavano insieme fino alla ASL, discussioni accese sulle visite da prenotare, sulle code digitali che Giuliana proprio non riusciva a capire.
Bisogna usare lo SPID, spiegava ogni volta la signorina dall’altra parte del banco. Si fa tutto online.
Quale online, sbuffava Giuliana nel corridoio. Ho il telefonino a tasti, per grazia di Dio…
Dante sorrideva.
La aiuto io con il tablet, propose un giorno. Me lhanno dato i nipoti, cè pure lapp. Impariamo insieme.
Allinizio Giuliana fece resistenza, poi accettò. Si sedettero sulla panchina fuori: lui armeggiava con lo schermo, sbagliava tasto, borbottava. Lei rideva, con la leggerezza di chi si sente ascoltato.
Ecco, vede? trionfò lui finalmente. Si sceglie lorario ma bisogna ricordarsi la password.
La scrivo nel quaderno, tranquillo, fece lei.
Unaltra volta toccava a lei aiutarlo con le bollette. Dante estraeva interi pacchi di scartoffie dalla cassetta della posta, li ammucchiava con aria stanca.
Una volta era semplice, diceva. Contavi le lire e pagavi dovera la fila. Ora ci sono codici ovunque, bancomat e bar. Non ci si capisce nulla.
Ordinati, Giuliana metteva tutte le fatture in fila. Questa è la luce, questa lacqua. Nessuna confusione.
Seduti in cucina, Chico, il suo vecchio gatto grigio, li osservava dallangolo. Lei offriva la marmellata fatta in casa, lui portava dolcetti. Dalla finestra, le risate dei bambini che pedalavano in cortile. E Giuliana seguiva con piacere ogni gesto metodico di Dante.
Non deve pagare per me, borbottò una volta lui, quando lei propose di aiutarlo con i pagamenti online. Ce la faccio da solo.
Non pago certo per lei! replicò lei. Lei mi dà i soldi, io solo ci metto un po dorganizzazione. Non faccia il bambino.
Dante arrossì, ma cedette. Sentiva un miscuglio di gratitudine e disagio: non sopportava esser di peso, neppure poco.
A volte litigavano. Succedeva parlando dei figli, tornando dalla spesa.
Mio figlio mi dice sempre: Papà, vendi la casa e vieni a Milano. Ma come faccio, raccontava lui, a star lì sul divano? Qui almeno ho le mie cose.
Anche mio figlio insiste, sospirava Giuliana. Mi vuole a Firenze, dice che mi prepara la stanza ma io resto. Qui cè la tomba di mio marito, gli amici
Lontano sei di nessuno, esclamò Dante. Torni solo e ti ritrovi a badare ai bambini. Qui hai la tua libertà.
E qui, invece, a chi servo? domandò pacata.
Dante tacque di colpo, punto nellorgoglio. Gli sembrò che lei alludesse anche a lui. Unirritazione gli salì dentro.
Scusi, borbottò. Credevo insomma, eravamo
La parola “amici” gli morì in bocca. A quelletà sembrava troppo.
Non intendevo lei, disse piano Giuliana, notando come lui si fosse chiuso. Parlo in generale. A volte penso che magari, andando via, qui si spezza tutto. Mi fa paura.
Annui, ma arrivarono al portone in silenzio. Si lasciarono con freddezza; la notte, nel letto, Dante non chiuse quasi occhio, dilaniato dallidea di aver rovinato tutto.
Passarono alcuni giorni senza vedersi. Il tempo peggiorò: tornò la pioggia. Giuliana usciva lo stesso, camminando per pochi minuti, ma di Dante nessuna traccia. Si diceva che forse era impegnato, magari malato, ma lansia le rimaneva dentro.
Il quarto giorno, rientrando dalla spesa, sorprese un foglio nella sua cassetta della posta. Lettere larghe, tremolanti: “Per Giuliana Benedetti. Sono in ospedale. Dante F.” Nessun indirizzo, solo quello.
Le mani le tremarono. Entrò, posò la borsa, rimase a fissare il biglietto. Mille pensieri: cosera successo? Infarto? Chi aveva chiamato? Perché nessuno laveva avvertita?
Rammentò che una volta Dante aveva menzionato il reparto di cardiologia del “Mauriziano”. Prese il telefono, cercò il numero che aveva annotato per la segreteria. Dopo mille passaggi, una voce stanca le diede nome e numero della stanza.
Odiava gli ospedali: quellodore di disinfettante le dava la nausea. Ma il mattino dopo, appena aprirono, era già lì, con una busta di mele e due pacchetti di biscotti. Pregava che non gli facessero male.
Trovò Dante nella stanza a tre letti. Sdraiato sul fianco, addosso solo la coperta verde e la sua dignità. Stava leggendo la Gazzetta dello Sport, ma smise appena la vide. Nei suoi occhi stanchi, un sollievo palpabile.
Giuliana! Le porse la mano, emozionato. Come ha fatto a trovarmi?
Seguendo gli indizi, rispose, posando la busta sul comodino. Cosè successo?
Il cuore, sospirò. Una notte terribile. Lambulanza mi ha portato qui. Ma ora sto meglio.
Lei lo fissò a lungo: aveva il volto più pallido del solito, occhiaie profonde. Ma luccicava la solita scintilla di tenacia.
I figli lo sanno?
È venuta Silvia, fece Dante. Mi ha portato la minestra. Al maschio non ho detto nulla: non voglio allarmarlo.
Disse tutto con voce calma, ma tirata.
Silvia mi ha chiesto di lei. “Chi è quella signora che porta i biglietti?”. Ho detto una vicina che mi aiuta con le bollette.
A Giuliana questa frase quasi fece male. “Vicino che aiuta con le bollette”: troppo distaccato. Si sedette.
Beh, in fondo è vero disse stando attenta a non mostrare emozione. Faccio solo qualche favore.
Dante si sentì stupido per come aveva sminuito tutto.
Non volevo sminuire, si affrettò. Silvia si preoccupa, pensa che siamo matti a una certa età, sa? Se le dici che hai unamica, parte con le prediche
Beh, non abbiamo ventanni, rise lei. Ma siamo esseri umani lo stesso.
Fu silenzio. Il compagno di stanza fingeva di dormire.
Io, sai, stanotte pensavo che non mi fa paura la morte, quanto il pensiero di stare qui e nessuno che si accorge, sussurrò Dante. I figli lontani, le cure loro Poi mi è venuta in mente lei. E mi sono sentito meno solo.
Giuliana sentì il groppo alla gola. Distolse lo sguardo dal suo, fissando i fiori nel bicchiere di plastica sul davanzale.
Anche io ho paura, ammise. Ma fingo di non averne, davanti a mio figlio, ai vicini. Quando invece resto sola la sera conto le pasticche. Fa ridere?
Non fa ridere, disse lui. Lo faccio anchio.
Si guardarono: nello sguardo era come una confessione e una pace.
Entrò nella stanza una donna sui quarantanni, borsa e sciarpa. Aveva gli occhi di Dante, il taglio del viso.
Papà, ho portato la zuppa. E questa signora chi è?
Lei è Giuliana Benedetti, rispose Dante. Una buona amica. Mi aiuta con la spesa, le pratiche.
Piacere, signora, salutò garbata lei. Grazie, so che papà è una testa dura, vuole fare tutto da solo.
Facciamo quattro passi insieme, ogni tanto, disse Giuliana gentilmente.
La figlia annuì, ma il viso restò perplesso. Restò a sistemare il cibo, il letto, a far domande al padre. Giuliana comprese di essere di troppo, si accomiatò presto.
Ritorno comunque, disse sulla soglia.
Quando vuole, rispose lui. Se le va.
Mi va, mormorò.
A casa Giuliana rifletté a lungo: forse buona amica era già tanto. A quelletà non servivano grandi etichette. La sola cosa che contava era che, quando aveva avuto paura, lui avesse pensato a lei.
Passarono due settimane in ospedale. Giuliana andava un giorno sì e uno no: frutta, calzini, qualche rivista. Alle volte tacevano insieme, ascoltando i rumori dei carrelli in corridoio. Altre ricordavano la gioventù: lui lofficina, lei la scuola e le gite in campagna.
Pian piano anche Silvia si abituò. Un giorno, nellascensore, gli disse:
Grazie di occuparsi di papà. Non sempre posso esserci. Però, la prego, non si carichi tutto. Se cè qualcosa di grave, chiami me.
Non è mio compito prendere tutto sulle spalle, rispose calma Giuliana. Ho la mia vita anche io. Ma, se posso aiutare, lo faccio volentieri.
Dante fu dimesso a fine aprile. Il medico raccomandò passeggiate e niente nervi. Silvia lo riaccompagnò a casa, gli sistemò la spesa. Il giorno dopo, col bastone in mano, Dante raggiunse il parco.
Giuliana lo aspettava già sulla panchina.
Come va adesso? si informò guardandolo.
Sono vivo, rise lui. E non è poco.
Rimasero seduti, la vita che scorreva intorno. Poi lui sussurrò:
Ho pensato molto in questi giorni: non voglio essere un peso per lei. Mi fa piacere che passava, ma temevo che le togliesse del tempo
Ma quale tempo, sorrideva lei. La TV, le fila alla ASL. Non esageri.
Ci tengo, insisté lui. Non voglio che si senta obbligata. Sono abituato a sbrigarmi da me.
Giuliana gli rivolse uno sguardo limpido.
E perché mai penserei di essere un peso? Anchio ho la stessa paura. Per questo mi arrangio. Ma sa cosa ho capito? Si può stare chiusi in casa a temere di dare fastidio oppure accordarsi. Non promettersi assurdità, solo stare vicini, quando si può.
Dante rimuginò.
In che senso?
Tipo: non mi chiama di notte se vuole solo fare due chiacchiere. Non sono la Croce Rossa! Ma per la ASL, se ha paura, mi chiami. Le bollette, venga pure. Se ha voglia di spesa, vada da solo. Non sono una fattorina.
Lui ridacchiò.
Severissima.
Realista, lo corresse lei. E anche io chiedo lo stesso. Se sto male, la chiamo. Ma non pretendo che lasci la famiglia. Lei rispetta il mio figlio, io rispetto i suoi.
Lui annuì. Quelle regole, così semplici, liberatorie, lo fecero sentire meglio.
Va bene. Si collabora, senza fare i medici e gli infermieri.
Così devessere.
Da allora, la loro amicizia fu più serena. Continuarono a passeggiare al parco, ASL, tè e brioche ogni tanto. Ma sapevano entrambi dove passava il confine.
Quando Giuliana ebbe il rubinetto della cucina rotto, telefonò a Dante.
Mi può dare unocchiata? Ho paura che mi allaghi tutta casa.
Unocchiata sì, rispose. Ma se cè da cambiare tutto, si chiama il tecnico. Non sono più quello di un tempo.
Venuto a vedere, chiamarono insieme il fabbro. Aspettando seduti in cucina, sorseggiarono il tè e parlarono dei vecchi tempi: “Una volta con un cacciavite facevo miracoli”, si lamentava lui. Lei pensava che linvecchiare, in fondo, era anche saper chiedere aiuto senza vergogna.
A volte andavano insieme al mercato di Porta Palazzo. Vi era confusione, voci, i commercianti che urlavano prezzi in euro. Dante si divertiva a contrattare patate, Giuliana sceglieva pollo e pomodori. Tornando a casa, si lamentavano dei prezzi ma ognuno sapeva che senza quell’uscita la giornata sarebbe stata vuota.
Figli e nipoti reagivano a modo loro.
Una sera, il figlio di Giuliana la chiamò e, con aria circospetta, domandò:
Mamma, citi spesso Dante Ferraris. Chi è?
Un vicino. Passeggiamo, mi dà una mano col tablet, io con le bollette.
Va bene, ma stai attenta ai soldi e alle carte. Oggi fidarsi è bene
Lei rise piano.
Non sono una ragazzina, rispose. So badare a me.
Anche Silvia fungeva da “controllore”.
Papà, attento. La vicina non deve diventare la tua badante. O chissà, magari ha altro per la testa
Cè un patto, replicava Dante. Niente favori in più del dovuto.
Un patto? rideva Silvia
Da vecchi, scherzava lui.
Arrivò lestate. Nel giardino le foglie erano ormai verdi e folte, le panchine affollate. Tra mamme, ragazzi col telefono, e altri nonni come loro, Giuliana e Dante avevano il loro feudo: la “loro” panchina. Sempre lo stesso posto, come un piccolo presidio dordine nel caos.
Una sera, il sole ancora alto, vedevano dei ragazzini inseguire un pallone. Laria odorava di erba e polvere. Dante sistemò il suo bastone accanto alla panchina.
Lo sa cosa ho capito? disse, senza distogliere gli occhi dai bambini. Pensavo che la vecchiaia fosse la fine. Del lavoro, dellamicizia, di tutto. Restano solo le pillole e la TV. Invece a volte qualcosa inizia. Non come da giovani, ma in un altro modo.
Parla di noi? abbozzò lei un sorriso.
Anche, annuì lui. Non so come chiamarla. Amicizia, compagnia qualcosa che rende meno pesante tutto.
Guardò le mani, segnate dalle vene come le sue.
Anchio, disse lei. Fino a poco fa, andando a dormire, pensavo: se domani non mi sveglio, nessuno se ne accorge. Adesso invece so che almeno una persona si chiederà perché non mi vede più sulla panchina.
Lui rise sommesso.
Non mi limiterei a chiedermelo, disse. Scomoderei tutto il condominio.
Così bisogna fare, rispose lei.
Rimasero ancora qualche minuto, poi si alzarono. Camminarono lenti, ognuno da un lato del viottolo. Allangolo si fermarono.
Domani viene anche lei allASL? chiese lui.
Sì, devo fare prelievi. Mi accompagna?
Fino alla porta. Poi vi lascio i vostri aghi, io prendo il caffè, scherzò.
Sorrisero. Si salutarono e ciascuno rientrò nel proprio ingresso. Giuliana salì piano, aprì la porta sulla solitudine familiare. Posò la borsa, andò in cucina, accese il bollitore. Aspettando lacqua, guardò fuori: in fondo al giardino, Dante stava armeggiando col portone. Si voltò, come percependo il suo sguardo: le fece ciao con la mano, lei rispose.
Il bollitore fischiò. Giuliana preparò il tè, si tagliò una fetta di pane fresco. Seduta, vide la sciarpa ai ferri sulla sedia di fronte: vi appoggiò la mano. Avvertì qualcosa di nuovo, nella quiete della casa. Non era più un silenzio vuoto. Da qualche parte, dallaltra parte del cortile, dietro altre mura, cera una persona che domani laccompagnava in ASL, aspettava il suo buongiorno, e magari avrebbe borbottato contro i medici.
La riflessione che la vecchiaia non sarebbe scomparsa la accompagnava ancora: le articolazioni duolevano, le pastiglie restavano da prendere, la spesa aumentava. Ma ora cera uno spazio piccolo, una sponda su cui appoggiarsi. Non un miracolo, non la salvezza. Solo una panchina nella vita, dove posare le borse e riprendere fiato. Anche solo per qualche minuto. In due.





