Antonella, ma che fai, sei diventata di colpo muta? Ti sto dicendo che abbiamo già preso i biglietti, il treno arriva sabato mattina alle sei. Mi raccomando, non fare tardi, vieni a prenderci, che siamo carichi di valigie e Stefania ha anche i bambini, lo capisci pure tu, i taxi ora costano un occhio della testa. La tua macchina è grande, ci stiamo tutti la voce di zia Giulia al telefono rimbombava più forte persino del rumore dellacqua che Antonella aveva acceso per riempire la vasca.
Antonella rimase immobile, stringendo il telefono tra la spalla e lorecchio. Era nellingresso della sua nuova casa, tutto profumava ancora di vernice fresca e di pulito. Le chiavi di quellappartamento erano sue solo da un mese. Mutuo per vent’anni, tre anni di sacrifici, togliendosi anche il semplice caffè al bar e rinunciando a vestiti nuovi, sei mesi di lavori durante i quali aveva imparato a stuccare ed a distinguere le qualità di parquet meglio di un qualsiasi capomastro. Quella era la sua fortezza. Il suo rifugio sofferto e luminoso, dove tutto era ordinato, senza un granello di polvere. Sognava di trascorrere il suo primo fine settimana in assoluto silenzio, sola, godendosi la vista dalla finestra panoramica.
Aspetta, zia Giulia riuscì finalmente a dire Antonella, chiudendo lacqua e passando in cucina, dove sul tavolo attendeva una tazza di tisana ormai fredda. Ma che biglietti? Che treno? Di cosa stai parlando? Io non ho invitato nessuno!
Allaltro capo del telefono cadde un silenzio così spesso da sembrare palpabile. Poi zia Giulia inspirò forte, come sempre prima di scatenarsi.
Come sarebbe “non hai invitato”? Antonella, stai bene? Cè il compleanno di zio Michele, settantanni, vive nella tua città, te lo sei dimenticata? Tutta la famiglia si riunisce! Abbiamo pensato: perché buttare soldi in un albergo, quando la nostra nipotina ha il palazzo? Tua mamma ha detto che hai comprato un trilocale e pure ristrutturato. Quindi veniamo: io, zio Paolo, Stefania col marito e i gemelli. In tutto siamo solo sei. Ci sistemiamo, non chiediamo molto: butti dei materassi a terra, porta qualche coperta. Noi non siamo di pretese.
Antonella si accasciò sullo sgabello della cucina, sentendo un martellio alla tempia. Sei persone. Zia Giulia, che russa come un trattore e comanda ovunque si trova. Zio Paolo che non rifiuta mai un bicchiere e dopo fuma sul balcone (che Antonella ha aperto col salone, con una poltrona carissima). Stefania, la cugina, convinta che i suoi gemelli veri uragani di cinque anni abbiano sempre ragione, anche quando disegnano sui muri o saltano sul divano. E il marito Andrea, silenzioso quanto entusiasta di svuotare il frigo.
Zia Giulia disse Antonella, fissando la sua cucina color panna perfettamente ordinata non posso ospitarvi. Ho appena finito i lavori, ci sono ancora scatoloni chiusi, non cè posto letto per tutti. E lavoro, ho una relazione urgente da concludere nel weekend.
Ma che ti inventi! sbottò la zia Che relazione? Sabato e domenica sono giorni di riposo! E se manca qualche mobile, ripeto: ci portiamo noi coperte e lenzuola, dormiamo per terra. Ma dai, non farai mica storie alla famiglia? Ti abbiamo cresciuta! Ma ti ricordi che ti ho regalato una bambola tedesca per i tuoi cinque anni?
La storia della bambola la tirava fuori sempre, tutte le volte che voleva qualcosa. Quella bambola, per inciso, era senza una gamba, presa in saldo. Ma nel racconto di famiglia era diventata un oggetto prezioso.
Zia, capisco tutto. Ma la risposta è no. Casa nuova, non sono pronta per ospiti, e così tanti poi! Zio Michele abita dallaltra parte della città da qui a casa sua ci vuole unora e mezzo. Vi conviene affittare un appartamento vicino a lui. Se volete vi aiuto a trovare qualche soluzione online.
Senti questa! urlò la zia Ci manda i link! Ma ti senti? Ormai vivi in città, ti sei montata la testa? Non vuoi più vedere i parenti? Se non fosse stato per noi…
Zia la interruppe Antonella, sentendo dentro una fredda determinazione non mi monto la testa. Dico solo che non posso accogliervi. Questa è casa mia, ho bisogno dei miei spazi. Vi prego, non prenotate nulla pensando di dormire da me. Non aprirò la porta.
Attaccò prima di sentire limmancabile sfuriata. Le mani tremavano. Sapeva che era solo linizio, ora sarebbe toccato all”artiglieria pesante”.
Infatti, dopo dieci minuti, chiamò la mamma.
Antonella, sei diventata matta? esordì senza preamboli Giulia è qui in lacrime, la pressione alle stelle, si è dovuta prendere una camomilla. Ha detto che le hai dato il benservito?
Mamma, io non ho mandato via nessuno, ho solo detto che non posso ospitare sei persone. Ho appena fatto i lavori, il pavimento in legno è nuovo. E Stefania lo sai che lascia fare tutto ai suoi figli: lultima volta hanno colorato il gatto della nonna con la mercurocromo, hanno fatto cadere la TV. Stefania rideva, si sa, imparano così…. Io non voglio che imparino a mie spese questa volta.
Ma sono parenti! rispose la madre con quella voce da maestra che spiega lovvio a un bambino. Pazienza per due giorni. Metti la tovaglia di plastica, togli i vasi. Ma almeno mantieni i rapporti. Giulia poi va in giro a dire quanto sei fredda Io non so come fare a guardare la gente negli occhi!
Mamma, mi dispiace, ma io non vedo perché devo sacrificare la mia tranquillità ed i miei mobili solo perché zia Giulia vuole risparmiare cento euro di hotel. Stanno venendo a una festa, hanno soldi per il regalo e per il treno, possono trovare i soldi anche per dormire.
Sei unegoista sospirò la madre. Proprio come tuo padre, sempre a pensare alla sua pace. Così finirai sola tra le tue quattro pareti, e nessuno ti porterà neanche un bicchiere dacqua quando avrai bisogno.
Meglio togliermi la sete da sola mormorò Antonella e spense il telefono.
Passò una settimana sulle spine. Le chiamate cessarono. Niente messaggi furenti da Stefania, nessuna telefonata dalla zia. Antonella cominciò a sperare che la ragione avesse prevalso: magari avevano prenotato davvero un appartamentino o, meglio, cambiato idea. Lei era serena, finalmente aveva imparato a dire no.
Sabato iniziò splendidamente. Antonella dormì a lungo, preparò il caffè, indossò la sua vestaglia di seta preferita ed entrò in salotto. Il sole inondava la stanza, riflettendosi nella sua nuova vetreria. Silenzio, pace, armonia. Progettava di leggere, ordinare sushi, ritagliarsi una serata con bagno caldo.
Alle nove sentì squillare il videocitofono, insistente, imposto.
Antonella trasalì, rischiando di rovesciare il caffè sul tappeto. Si avvicinò alla cornetta, già sapendo chi cera. Sul monitor un gruppetto: borse giganti, la faccia rossa della zia Giulia, zio Paolo col berretto e i bimbi che già schiacciavano tutti i pulsanti.
Antonella, su, apri! Sorpresa! urlò la zia nella telecamera, notando il led acceso. Siamo appena arrivati dalla stazione, e scoppiamo di caldo! Facci almeno entrare per bere un po d’acqua!
Antonella si appoggiò al muro. Erano arrivati davvero. Avevano ignorato il suo no, contando sulla sua “debolezza” davanti a loro. Antico metodo familiare: presentarsi davanti alla porta e vedere se hai il coraggio di cacciarli.
Lei prese fiato, contò fino a cinque e rispose.
Buongiorno. Avevo detto di non venire qui.
Ma smettila con questa recita! fece la zia con una mano, come per scacciare una mosca. Sarai anche arrabbiata, capita. Ma noi siamo di famiglia. Dai, apri, i bambini di Stefania devono andare al bagno, non puoi lasciarci fuori!
Nel bar sotto casa il bagno è gratis rispose fredda Antonella Io non apro.
Ma scherzi? e la zia si avvicinò tanto da spiaccicare il naso sulla videocamera. Sei seria? Siamo qui, pieni di borse! Siamo la tua famiglia! Tua madre sa che siamo arrivati! Su apri, o faccio un casino che tutto il palazzo sentirà!
Fate come volete disse Antonella. Vi avevo avvertiti. Vi ho mandato per sms gli indirizzi degli hotel. Arrivederci.
Chiuse la comunicazione e disattivò il citofono.
Dopo poco partirono i campanelli alla porta. Era chiaro: qualche vicino aveva lasciato passare la comitiva nellandrone. Antonella gelò. Adesso erano proprio dietro la sua porta blindata.
Continuarono a suonare e a bussare con forza.
Antonella! Apri! Hai perso ogni ritegno! urlava Stefania. Ho i bambini stanchi! Ma che ti passa per la testa?
Su apri, indegna! brontolò zio Paolo. Ti abbiamo portato salumi, pomodori!
Antonella abbracciò se stessa, in piedi in corridoio. Provava paura, vergogna e rabbia tutte insieme. Quasi desiderava aprire, solo per far cessare quel teatrino, quel chiasso. “E se lo sentono i vicini?”, passò per un attimo nella sua mente. Poi guardò il suo pavimento lucido. Immaginò sei persone entrare con le scarpe sporche, le borse graffiare i muri, lodore di fumo e colonie economiche ovunque. E sentì che casa sua sarebbe stata profanata.
No.
Si avvicinò alla porta e disse forte e chiaro:
Chiamo i carabinieri. Se non andate via, vi denuncio per molestie e tentativo di effrazione.
Dietro la porta calò il silenzio.
Farai morire tua madre! ululò la zia Altro che carabinieri! Chiama pure chi vuoi, mi hai spezzato il cuore!
Conta fino a tre replicò Antonella, prendendo il cellulare. Uno.
È pazza, lasciamo perdere mormorò Stefania, adesso meno sicura. Guarda che chiama davvero, ci facciamo solo fare una figuraccia.
Due.
Va’ al diavolo! urlò zio Paolo, assestando un calcio alla porta. Tieniti pure la casa! Che ti venga il latte alle ginocchia chiusa qui dentro!
Tre.
Rumore di borse, qualcuno che piangeva, qualche sberla e la voce della zia:
Andiamocene, qui non vedranno più la mia ombra! Lo racconterò a tutti chi sei, a tutti!
I passi si allontanarono sulle scale (per lascensore non ebbero pazienza o era occupato). Antonella rimase lì, in ascolto della calma che tornava. Solo allora si accorse che tremava tutta.
Si lasciò scivolare fino a sedersi per terra, sul gres caldo, il volto tra le mani. Pianse, ma non per loro. Era la tensione che sfiatava. Ce laveva fatta. Aveva difeso i propri confini.
Il telefono, lasciato in salotto, squillava a ripetizione. Sapeva chi erano. Vide chiamate perse da mamma, zia Giulia, numeri sconosciuti (altri parenti messi in campo per la “guerra”).
Spense completamente il cellulare.
Si servì un bicchiere dacqua; dalla finestra vide la comitiva agitarsi giù, davanti al portone: caricavano le valigie su un taxi gesticolando furenti verso le sue finestre.
Le tornò in mente un episodio di cinque anni prima. Lei, studentessa appena arrivata a Bologna per uno stage. Niente posto in casa dello studente, soldi per laffitto zero. Aveva chiesto rifugio proprio a zia Giulia, che allora le rispose: “Ah, tesoro, abbiamo operai in casa, tutto sporco, non staresti comoda. E Stefania quel periodo ha il fidanzato, sarebbe in imbarazzo… Cerca qualcosaltro”. Lei dormì in stazione tre notti, stretta nello zaino, finché non trovò una stanza da una vecchietta in cambio di qualche ora di aiuto.
Allora però, la parentela non era servita, no. Ma adesso con una “reggia” nuova di zecca ecco rispuntare il “legame di sangue”.
Stavolta no disse Antonella a voce alta. Non nella mia casa.
Accese la musica, preparò un altro caffè, si sedette sulla sua poltrona. La giornata era rovinata, ma almeno la casa era ancora sua.
La sera, riaccendendo il telefono, fu sommersa dai messaggi.
“Non sei più mia nipote, né figlia!” scriveva zia Giulia.
“Come hai potuto farlo a mamma, che ci rimane male!” firmava Stefania.
“Mi vergogno di averti partorita” ecco quello della mamma, il più doloroso.
Antonella fissò a lungo quelle parole. Voleva scrivere una spiegazione, ricordare il suo passato in stazione, lindifferenza della zia, il diritto alla propria vita. Ma capì che sarebbe stato inutile; per loro lei era solo una risorsa ribellatasi.
Scrisse solo un messaggio alla madre: “Mamma, ti voglio bene. Ma sono adulta e a casa mia decido io. Se vuoi venire a trovarmi da sola, avvisandomi per tempo, sarò felice di ospitarti. Ma non accetterò ricatti emotivi. Cinque anni fa zia Giulia mi lasciò in mezzo a una città sconosciuta. Ho solo restituito il favore.”
Nessuna risposta.
Passò una settimana. Antonella continuava con la sua vita perfetta. Certi vicini la osservavano con curiosità in ascensore, ma nessuno diceva nulla. Forse lo show della zia aveva lasciato il segno, ma non quello voluto. Una donna col cagnolino, invece, le strizzò locchio: “Buona nuova casa! Porta tosta la tua, complimenti.”
Dopo un mese chiamò la mamma. Voce piatta, senza scenate. Chiese come andava al lavoro, se pagava le rate del mutuo puntualmente. Di zia Giulia, neanche un cenno. Neanche Antonella ne parlò.
I rapporti con la famiglia si congelarono. Più nessun invito alle ricorrenze, cancellata pure dal gruppo WhatsApp dei parenti. La vita però non ne fu più povera. Anzi, evitare regali inutili ai cuginetti, domande indiscrete su stipendio e relazioni, fu una liberazione.
Mezzo anno dopo, a Natale, bussarono. Antonella guardò dallo spioncino: era Stefania, sola, col viso provato e umido di lacrime.
Aprì.
Ciao fece Stefania, piano Posso entrare?
Antonella esitò, poi fece spazio sulla soglia.
Vieni pure. Togliti le scarpe lì sul tappeto.
Stefania raggiunse la cucina, si sedette quasi di sbieco sulla sedia.
Ho lasciato Andrea confessò subito, scoppiando a piangere. Beveva troppo, ha provato a menarmi. I bambini li ho portati da mamma, io non sapevo dove andare. Mamma mi rimprovera sempre, dice che è colpa mia. Zia Giulia urla: “Bisogna sopportare, i bambini hanno bisogno del padre”. Ma io non ce la faccio più.
Alzò gli occhi lucidi su Antonella.
Mi lasci dormire qualche notte qui? Giuro, massimo una settimana. Cerco lavoro, trovo una stanza, me ne vado. Starò buona, dormo anche per terra.
Antonella la osservava. Ripensò alla faccia di Stefania mezza furiosa nel videocitofono mesi prima: “Non hai vergogna!”. Ora però davanti a lei cera solo una donna disfatta, sola. E capì la differenza: una volta fu uninvasione arrogante, adesso era solo una richiesta daiuto.
Non dormirai per terra sospirò Antonella. Il divano in salotto si apre.
Stefania non ci credeva.
Mi fai restare… dopo tutto quello che abbiamo combinato?
Sì, ma a una condizione. Antonella versò del tè per entrambe. Primo: niente bambini. La casa non è a prova di piccoli. Secondo: massimo una settimana, nel frattempo ti aiuto col trovare una stanza. Terzo: nessuna critica sulla mia vita né pettegolezzi, soprattutto con zia Giulia. Se scopro qualcosa, fuori subito.
Grazie sussurrò Stefania Antonella, grazie davvero. Sono stata stupida. Ti abbiamo invidiata, la libertà, la casa… Noi arrancavamo, tu sei riuscita a stare bene.
Linvidia fa male commentò Antonella. Rovina tutto. Gioia, ti preparo il letto.
Stefania rimase da lei cinque giorni. Silenziosa, ordinata, attenta. Dopo trovò una stanza in condivisione e si trasferì.
Quellepisodio cambiò qualcosa. Stefania, vedendo uno stile di vita più sereno, cominciò a cambiare: chiese il divorzio, trovò lavoro, mantenne meno rapporti tossici con madre e zia. Con Antonella iniziarono talvolta a sentirsi, ad uscire insieme.
Zia Giulia non perdonò mai. Ma Antonella ne fu indifferente. Seduta sul suo divano preferito, con un libro e un bicchiere di vino, guardava le luci di Milano dalla finestra e rifletteva: “Casa mia è il mio castello” non è solo un modo di dire. È un modo di difendersi dalla vita. E, a volte, per compagnia serve solo chi rispetta il tuo ponte levatoio. Anche se chi bussa ha il tuo stesso cognome.






