La lettera che non arrivò
Era ormai tanto tempo fa. Mi ricordo ancora mia nonna, la nonna Lucia, che sedeva a lungo davanti alla finestra, osservando la strada sotto la luce fioca del lampione traballante davanti al vecchio palazzo di Torino. Linverno calava presto sul cortile; le ombre si allungavano tra le impronte rade di qualche cane randagio e passanti infreddoliti. Lì, sotto la finestra, ogni tanto passava il portiere con la pala, la neve raschiata si accumulava contro il muro, e poi intorno tornava il silenzio.
Sul davanzale stavano gli occhiali dalla montatura sottile e il telefono un po vecchio, con la pellicola screpolata sullo schermo. Ogni tanto vibrava rapido per qualche messaggio nel gruppo di famiglia, unimmagine, un vocale, ma quel giorno era rimasto muto. In casa cera silenzio, e il ticchettio dellorologio a muro scandiva il tempo più rumoroso del necessario.
Lucia si alzò, andò in cucina e accese la vecchia lampadina una luce pallida che scendeva a cerchio sul tavolo. Cera una ciotola coperta da un piatto: dentro, dei ravioli ormai freddi, preparati nel pomeriggio, caso mai fosse passato qualcuno. Ma nessuno si era fatto vedere.
Si sedette al tavolo, prese un raviolo, ne morse un angolo e lo lasciò subito. Limpasto, dopo una giornata, era gommoso. Si poteva mangiare, ma non portava gioia. Si versò una tazza di tè dal bollitore smaltato, ascoltando lacqua riempire il bicchiere, e quasi senza volerlo sospirò ad alta voce. Un sospiro pesante, come se dal petto fosse uscito qualcosa a posarsi lì vicino.
A che mi lamento, pensò. Tutti vivi, grazie al cielo. Ho un tetto sopra la testa. Eppure
Eppure i pensieri tornavano alle parole ascoltate di recente. La voce della figlia, Elena, tesa come una corda:
Mamma, non riesco più a vivere così con lui. Ha ricominciato
E quella del genero, Antonio, con una punta dironia:
Si lamenta ancora con te? Dille che la vita non gira come vuole lei.
E poi il nipote, Matteo, che liquidava tutto con un sì buttato al telefono quando lei gli domandava come stesse. E quei sì facevano più male di ogni altra cosa. Una volta lui le raccontava tutto della scuola, degli amici. Ora era cresciuto, certo. Ma questo
Non litigavano mai apertamente davanti a lei, non sbattevano porte. Ma tra le parole cresceva un muro invisibile, punture sottili, silenzi carichi di cose non dette e piccole offese che nessuno ammetteva. Lucia si sentiva tra due rive, ora dalla parte della figlia, ora da quella del genero, sempre attenta a non dire la cosa sbagliata. A volte pensava che era colpa sua, daver sbagliato qualcosa nelleducazione, daver suggerito o taciuto nel modo sbagliato.
Fece un sorso di tè, si scottò e si ricordò, allimprovviso, di quando Matteo era piccolo e insieme avevano scritto la lettera a Babbo Natale. Lui, con la grafia storta dei bambini: Portami per favore le costruzioni, e fa che mamma e papà non litigano più. Allora lei sorrideva, lo carezzava dicendo che Babbo Natale avrebbe sentito ogni parola.
Ora, a ripensarci, le veniva un po di vergogna, come se avesse, senza volerlo, ingannato il bambino. I genitori di lui non avevano mai smesso di discutere. Avevano solo imparato a farlo a bassa voce.
Lucia spostò la tazza, pulì il tavolo con cura inutile, poi andò nello studio. Accese la lampada da tavolo. Il fascio di luce cadeva sul vecchio scrittoio che ormai usava di rado: ormai si scriveva solo sul cellulare, messaggi, faccine, vocali. Eppure, la penna era lì, in un bicchiere pieno di matite, accanto a un quaderno a quadretti.
Stette lì un attimo, a fissare penna e quaderno. Poi le venne un pensiero: E se…
Sembrava unidea da bambina, sciocca, ma le scaldò il cuore. Scrivere una lettera. Una vera, di carta. Non per chiedere regali, solo per domandare. Non agli altri, pieni anchessi di rancori e piccole colpe, ma a qualcuno che per definizione non deve niente a nessuno.
Si fece quasi ridere addosso da sola. Una vecchia che scrive a un personaggio delle fiabe. Eppure la mano cercava già la penna.
Sedette, si sistemò gli occhiali, prese la penna. Le prime pagine del quaderno erano piene di vecchi appunti: girò un foglio. Ebbe un attimo di esitazione, poi scrisse: Caro Babbo Natale,
La mano tremava. Si sentiva sciocca, quasi spiata da occhi invisibili. Si guardò intorno: la stanza era vuota, il letto perfettamente rifatto, larmadio chiuso.
Pazienza, sussurrò tra sé, e continuò:
Lo so che sei per i bambini, e io sono ormai vecchia. Non chiederò il cappotto, la televisione o altre cose materiali. Ho già quel che mi spetta. Vorrei solo una cosa: fa che nella nostra famiglia torni la pace.
Che mia figlia e mio genero non litighino più, che Matteo non rimanga in silenzio come uno straniero. Che possiamo sederci insieme alla stessa tavola senza avere paura di dire la parola sbagliata. So che non è colpa tua, ma magari puoi fare qualcosa, anche poco. Forse non avrei il diritto di chiedere, ma lo faccio comunque. Se puoi, fa che ci ascoltiamo di nuovo.
Con rispetto, nonna Lucia.
Rilesse le sue parole. Le sembravano ingenuamente storte, come un disegno infantile. Non cancellò nulla. Si sentì più leggera, come se avesse affidato a qualcuno i suoi pensieri invece che lasciarli evaporare nel nulla.
La carta frusciava tra le dita. Piegò la lettera a metà, poi ancora. Rimase un poco seduta, chiedendosi che fare. Gettarla dalla finestra? Imbucarla? Le veniva da sorridere.
Si alzò, andò a prendere la borsa per il giorno dopo: doveva passare dal supermercato e poi in posta a pagare le bollette. La infilerò lì, nella cassetta per le lettere di Babbo Natale, decise. Ormai si vedono anche qui. Così la vergogna era meno pungente. Non sarebbe stata lunica.
Mise la lettera in una tasca piccola, vicino alla carta didentità e alle bollette, e spense la luce. In casa, il ticchettio dellorologio. Si coricò, si girò nel letto a lungo, ascoltando il silenzio, e infine si addormentò.
La mattina seguente uscì prima del solito, con la neve che scricchiolava sotto le scarpe. La vicina, donna Giuseppina, scendeva con il suo cagnolino, domandando della salute. Si scambiarono qualche parola e Lucia proseguì tenendo stretta la tracolla.
Lufficio postale era affollato. La coda lungo lo sportello dei pagamenti. Lucia estrasse bollette e lettera dalla tasca. Cercò invano la cassetta per le lettere a Babbo Natale: solo quelle normali, e poi una vetrinetta con francobolli e biglietti augurali.
Ci rimase male. Poteva buttar via tutto, ma non se la sentiva. Rimise la lettera nella borsa, pagò le bollette ed uscì.
Davanti alla posta un piccolo chiosco di giocattoli e decorazioni, con una scatola di cartone: Lettere per Babbo Natale. Ma era vuota, e la commessa stava già togliendo il nastro adesivo.
Finito tutto, spiegò vedendo gli occhi di Lucia. Lultimo giorno era ieri. Ora è tardi.
Lucia annuì, pur senza fretta. Ringraziò, senza motivo preciso, e tornò verso casa. La lettera restò in borsa, un piccolo nodo caldo di cui era allo stesso tempo difficile e impossibile liberarsi.
Arrivata a casa, posò la borsa su uno sgabello. Il telefono vibrò in tasca. Era un messaggio di Elena.
Mamma, ciao. Passiamo da te nel weekend, va bene? Matteo ha bisogno di una cosa per la scuola e dice che hai dei libri vecchi.
Sentì un groppo dentro sciogliersi. Arriveranno, quindi. Non tutto è perduto. Rispose: Certo, vi aspetto.
Poi si mise a sistemare la spesa. Mise sul fuoco il brodo. La lettera rimase nella borsa, dimenticata sullo sgabello.
Sabato sera il portone vibrò per i passi, la porta suonò. Lucia guardò dallo spioncino: sua figlia col sacchetto degli acquisti, il genero con una scatola, Matteo collo zaino storto su una spalla. Era cresciuto fino quasi allarchitrave della porta, magro, con i capelli che spuntavano dalla cuffia.
Ciao, nonna, disse lui entrando per primo e chiniandosi goffamente per baciarle la guancia.
Venite, venite, si agitò lei. Toglietevi le scarpe, vi ho messo le pantofole.
Lingresso si riempì subito di voci e odori: di strada, di neve, di dolce nel sacchetto di Elena. Antonio si lamentava, come sempre, dello sporco nel pianerottolo, Matteo si toglieva le scarpe in silenzio.
Mamma, non stiamo molto, disse Elena, poggiando i sacchetti. Domani dobbiamo andare anche dai suoi genitori, ti ricordi?
Sì, sì, annuì Lucia. Andate in cucina, ho preparato il brodo.
In cucina si sedettero in modo un po sconnesso. Antonio vicino alla finestra, Elena al suo fianco, Matteo di fronte a Lucia. Mangiarono il brodo in silenzio, solo i cucchiai che urtavano i piatti. Poi la conversazione si avviò da sola lavoro, traffico, prezzi che salgono. Le parole scivolavano lisce, ma sotto si percepiva qualcosa di teso, come una corrente sotto la superficie dellacqua.
Matteo, dovevi chiedere una cosa per scuola, ricordò Elena quando i piatti furono vuoti.
Ah, sì, come se si svegliasse. Nonna, hai dei libri di storia, sulla guerra? Linsegnante ci ha detto che possiamo portare delle letture extra.
Certo! si illuminò Lucia. Ho una collezione intera sopra la mensola. Vieni che te li faccio vedere.
Andarono in camera. Lucia accese la lampada, si allungò alla mensola alta dove teneva i volumi dalle copertine logore.
Guarda Questo parla dellassedio di Torino, questo della Resistenza, qui sono memorie cosa cerchi?
Non so Matteo prese un libro, sfogliò. Qualcosa di interessante.
La osservava in silenzio, e Lucia in quel momento riconobbe in lui quel bambino che chiedeva sempre, curioso e instancabile. Ora taceva, ma negli occhi aveva ancora quella luce.
Prendi questo, gli porse il libro dal dorso sbiadito. Da giovane lho letto e mi era piaciuto.
Grazie, nonna.
Parlarono ancora un po della scuola, della professoressa di storia è simpatica, ma ogni tanto esagera. Lucia ascoltava, annuiva, domandava. La felicità era sentire ancora la voce del nipote.
Poi Elena li richiamò:
Matteo, preparati che fra poco ce ne andiamo.
Lui mise il libro nello zaino e andò nellingresso.
Quando uscirono, tornò il silenzio nella casa. Lucia rimase a sistemare la tavola, nello sgabello la borsa con la lettera. Distrattamente la tastò, toccò il foglio piegato. Ebbe limpulso di prenderlo e strapparlo, ma invece lo spinse in fondo e chiuse la zip.
Cera una cosa che non sapeva: mentre lei era in camera, Matteo, togliendo lo zaino, aveva urtato la borsa. Il foglietto spuntò dal taschino. Lesse la scritta Caro Babbo Natale, restò fermo qualche secondo.
Non prese la lettera subito. Troppo movimento, troppe voci intorno. Ma il pensiero lo seguì a casa.
Quando quella sera, svuotando lo zaino, si ricordò del foglietto e della lettera di sua nonna, dapprima rise, poi si sentì spaesato, infine triste.
Nei giorni seguenti, tra una visita dai parenti e laltra, il ricordo non lo abbandonò mai del tutto.
Una sera, tornando da scuola, scrisse un messaggio a Lucia: Nonna, posso passare? Ho ancora domande per storia. Lei rispose subito: Certo, vieni.
Si presentò da lei dopo le lezioni, con lo zaino e le cuffie. Lodore del pianerottolo di casa era sempre lo stesso, tra sapone e minestrone. Lei aprì subito, come se lo stesse attendendo dietro la porta.
Vieni, amore, spogliati. Ti ho preparato le frittelle.
Lui appoggiò lo zaino, sulla stessa sedia dovera la borsa di Lucia. Dal taschino spuntava ancora il foglietto bianco. Il cuore batteva. Mentre la nonna era girata, trafficando tra i fornelli, Matteo si abbassò, come per sistemarsi la scarpa, e prese il foglietto. Sapeva di star facendo qualcosa di non giusto, ma era più forte di lui.
La infilò nella tasca della felpa e si accomodò a tavola.
Che buone le frittelle, disse, cercando di essere normale. Mangiarono, parlarono un po della scuola, del freddo, delle vacanze imminenti. Lucia domandava se avesse freddo, se le scarpe fossero ancora buone. Lui sdrammatizzava, rideva.
Quando salutarono, Matteo tornò a casa, si chiuse in camera, tirò fuori la lettera e la lesse. Allinizio si sentì un po a disagio, come se avesse origliato qualcosa di segreto. Ma la frase che il nipote non resti in silenzio come uno straniero lo colpì. Gli si chiuse la gola. Ricordò tutte le risposte monosillabiche degli ultimi tempi. Non per cattiveria solo per stanchezza, svogliatezza, mancanza di tempo. Ma la nonna
Rilesse la lettera, fino allultima riga. Sentì per lei una tenerissima compassione. Avrebbe voluto subito correrle incontro, abbracciarla, dirle che tutto andrà bene. Ma si vergognò della propria impulsività.
Si sdraiò sul letto, la lettera accanto sulla coperta. Che fare adesso? Dirlo a mamma? A papà? Avrebbero reagito male, o forse si sarebbero offesi di quella ingenuità. Restituire la lettera alla nonna, fingendo di averla trovata? Ora lei capirebbe che lha letta. Sarebbe mortificata. Anche lui lo sarebbe stato.
La notte, la lettera nel cassetto dello scrittoio, non riusciva a prender sonno.
A scuola, durante la pausa, raccontò allamico di aver trovato una lettera della nonna a Babbo Natale. Quello rise:
Ma dai, la mia non crede a niente, tranne alla pensione.
Non è per ridere, sbottò Matteo, sorprendendosi della propria serietà.
Lamico scrollò le spalle e cambiò argomento. Matteo restò solo col suo piccolo peso.
Quella sera compose il numero della nonna, poi lo cancellò senza chiamare. Nellapp di famiglia lesse gli ultimi messaggi: foto di una torta, una battuta sulle code natalizie, un invito a una cena di lavoro. Tutto superficiale, nessuna vera lettera.
Scrisse: Mamma, perché non facciamo Capodanno da nonna Lucia? e cancellò subito. Immaginava già la risposta: Ma hai visto? Abbiamo già promesso ai nonni paterni. Meglio evitare discussioni.
Estrasse la lettera ancora una volta, posandola sul tavolo. Le parole alla stessa tavola tutti insieme lo fissavano come un invito rivolto non a un vecchio delle fiabe, ma a lui.
Così, senza troppo coraggio, entrò in soggiorno mentre sua madre era al computer.
Mamma che ne dici se andiamo tutti insieme da nonna a cena? Tipo una serata in famiglia… posso aiutare a cucinare.
Lei sorrise.
Tu che aiuti a cucinare? Questa è nuova. Ma non abbiamo tempo, papà finisce tardi e io ho la relazione.
Possiamo andare di sabato. Tanto restiamo in casa
La madre sospirò.
Matteo, non so proprio. Tuo padre si lamenterà che vuole riposare. E poi
Mamma, è sola lì. stupì se stesso per la caparbietà. Una volta soltanto, stare insieme un po di più.
La madre lo fissò come se vedesse qualcosa di non noto in lui.
Daccordo. Ne parlo con papà, ma non prometto niente.
Quella sera sentì i genitori discutere in cucina.
Lo chiede lui, capisci? diceva la madre. Lha proposto lui.
Ma che ci andiamo a fare, rispose Antonio. Si parla sempre dei soliti acciacchi, della pensione.
È sola, rispose lei, più piano. E pare che a Matteo importi.
Seguì un silenzio, poi il padre concesse:
Va bene. Sabato andiamo.
Matteo si sentì come avesse vinto un piccolo duello. Ma ne rimaneva uno, con la nonna.
Il giorno dopo la chiamò:
Nonna, ciao. Sabato veniamo tutti da te a cena. Se vuoi, arrivo prima e ti aiuto a preparare.
Un attimo di pausa.
Certo, vieni, disse lei. Cosa vuoi cucinare?
Quello che vuoi. Posso tagliare linsalata, le patate.
Non hai mai affettato linsalata, rise lei. Ti insegnerò.
Arrivò presto col pane e le verdure. La nonna sgranò gli occhi.
Tutto questo? Dobbiamo sfamare lesercito?
È meglio che avanzi.
Lavorarono insieme tagliando, sbucciando, affettando. Lucia osservava come Matteo impugnava il coltello: Attento alle dita, così ti tagli, Tutto ok, brontolava lui, ma stava attento.
Il profumo di cipolla e carne si mescolava alla musica della radio. fuori, il cortile si faceva blu.
Matteo improvvisamente le chiese, senza guardarla:
Nonna, tu credi ancora a Babbo Natale?
Lei fece un salto, la paletta tintinnò sulla padella.
Perché me lo chiedi?
Così, a scuola si discuteva.
Lei girò il sugo, si voltò verso di lui, uno sguardo spento e ironico insieme.
Da piccola sì. Poi non so. Forse esiste, ma non come alla televisione. Perché?
Così, volevo saperlo, tagliò corto Matteo. Rimasero un po in silenzio. Nessuno lo diceva, ma dentro entrambi sapevano di essere più vicini che mai.
Nel tardo pomeriggio arrivarono Elena e Antonio. Lui sembrava stanco, ma non cupo. Lei portò una crostata fatta al mattino.
Qui pare ci sia da sfamare tutto il quartiere, scherzò Antonio.
È il vostro Matteo che aiuta, replicò Lucia.
Veramente? Antonio squadrò Matteo. Bravo.
Tanto non sono ancora svenuto
La cena iniziò tesa, come se ognuno temesse di ferire laltro, ma poco a poco qualcosa si sciolse. Ricordarono episodi dellinfanzia di Elena, risero, parlarono del lavoro e degli amici. Lucia ascoltava e sorrideva, toccandosi il bordo del piatto quasi per accertarsi che fosse tutto vero.
A un certo punto Elena disse, riempiendo le tazze:
Mamma, scusami se veniamo così poco. Facciamo sempre tutto di corsa.
Non era una scusa, ma una verità, unammissione data pianissimo. Lucia abbassò lo sguardo.
Capisco, rispose. Ognuno ha la sua vita. Non mi lamento.
Matteo sentì un morso dentro. Sapeva che si tratteneva per non far pesare niente. Ma la voce conteneva non rimprovero, ma delicatezza.
Però aggiunse Matteo, prendendo coraggio, ogni tanto si deve, non solo durante le feste.
Gli adulti lo fissarono. Lui arrossì, ma continuò:
Come oggi. È stato bello.
Antonio sorrise, senza la solita ironia:
Sì. È stato bello.
Elena annuì.
Cercheremo disse solo.
Poi la conversazione tornò leggera, si parlò di scuola e di esami. Lucia, ogni tanto, metteva il suo commento. Non sempre capiva tutte le parole, ma faceva del suo meglio.
Quando se ne andarono, rimase il disordine buono delle famiglie: piatti, tazze, briciole di torta, la casa ancora lievemente calda di chiacchiere. Lucia sfiorò la tovaglia.
Nel petto sentì non felicità esplosiva o allegria, ma una pace silenziosa, come quando si apre la finestra e laria fresca entra a cambiare atmosfera. I problemi non erano risolti, lo sapeva: Elena e Antonio ancora avrebbero discusso; Matteo aveva i suoi silenzi e i suoi segreti. Ma a quella tavola, per un momento, si erano avvicinati.
Pensò alla sua lettera. Chissà dovera: forse ancora nella borsa, forse persa, forse trovata da qualcuno. Non ebbe importanza.
Si avvicinò alla finestra. Nel cortile, sotto il lampione acceso, i bambini giocavano a palle di neve, e un ragazzino con il berretto rosso rideva così forte che la voce arrivava fino a lei, al terzo piano.
Lucia poggiò la fronte al vetro e sorrise, appena, come a rispondere a un segnale lontano ma chiaro.
Nella tasca del giubbotto di Matteo cera ancora la lettera piegata. Ogni tanto la tirava fuori, ne leggeva una riga e la rimetteva via. Non la pensava più come un desiderio indirizzato a una leggenda, ma come un promemoria di quel che davvero conta per chi ti aspetta a casa.
Non lo raccontò a nessuno. Ma quando la volta dopo Elena disse di essere stanca e di non passare dalla nonna, rispose solo:
Allora vado io.
E andò. Non in occasione di una festa o un evento. Senza motivo. E non fu un miracolo, ma solo un piccolo passo verso quella pace che qualcuno, una volta, aveva affidato con dolcezza a un pezzo di carta a quadretti.
Lucia, aprendo la porta, lo guardò sorpresa ma non fece domande. Disse solo:
Vieni, Matteo. Lacqua per il tè sta bollendo.
E quello bastava a far tornare un po di calore nella casa.




