Chiara si è trasferita lontano dai suoi genitori, in unaltra città avvolta da nebbia e profumo di basilico. Tutto era sfocato, come se le strade di Bologna si contorcissero sotto i suoi passi di studentessa. Si chinava a studiare, prendendo appunti che diventavano spaghetti di parole. Una volta laureata, incontrò un uomo tra le bancarelle del mercato e lo sposò con un mazzo di rose rosse e taralli intrecciati. Sua sorella, Giulia, restò a casa con i genitori, in una casa piena di fotografie in bianco e nero e il suono continuo della moka. Giulia si era sposata e aveva già divorziato due volte le restavano due figli pieni di sogni e manie.
Chiara e il marito vivevano in un appartamento dai muri color ocra che lui aveva ereditato dalla nonna Caterina, la cui presenza aleggiava ancora come profumo di lavanda. Allinizio, il denaro scivolava via come acqua tra le dita, soprattutto con una bambina tra le braccia. La busta paga sembrava sempre svanire, ma col tempo riuscirono a mettere da parte qualche euro, acquistando infine un bilocale luminoso, che restaurarono tra martelli, piastrelle e litigi surreali su quale tonalità di verde evocasse più fortuna. Lo affittarono a studenti che lasciavano righe di poesia scritte sui vetri appannati.
Gli anni scorrevano lenti. La loro figlia, Alessia, crebbe e prese a frequentare la scuola di medicina, dove i professori sembravano rincorrersi allindietro nei corridoi. Chiara e suo marito avevano deciso: appena Alessia si fosse sposata, le avrebbero regalato il bilocale profumato di arance e biscotti appena sfornati.
Ma un giorno, la figlia di Giulia, Claudia, venne ammessa alluniversità. Maria, la madre, e i vecchi genitori dalle mani rugose cominciarono a supplicare Chiara: poteva mai, per pochi mesi, ospitare Claudia nel suo bilocale sognato?
Chiara, travolta dalla logica a spirale di quei giorni irreali, non riuscì a negare. Claudia studiava, poi prese a lavorare in un piccolo bar con le sedie colorate e i caffè amari come la notte. In un lampo, conosceva un ragazzo che dopo sei mesi le chiedeva la mano con una pizza a forma di cuore. E Claudia era anche incinta, come se tutto dovesse succedere in una volta sola.
Fu allora che Chiara affrontò sua sorella: se davvero Claudia desiderava formare una famiglia, dovevano lasciare quellappartamento magico. I due promessero che avrebbero trovato una nuova casa, forse con muri color tortora o vista sulle colline. Passò un mese e Claudia chiamò la zia, supplicando di poter rimanere ancora, promettendo che dopo il matrimonio avrebbe lasciato tutto. Intanto, la figlia di Chiara aveva anche lei trovato lamore, ma nessuno trovava il coraggio per mandar via Claudia, ormai diventata una figura evanescente e fragile, con un bimbo in arrivo.
Fecero un matrimonio stravagante, con tamburelli e confetti che volavano nellaria, e Claudia diede alla luce il suo bambino. Dopo le nozze, la realtà sembrava tornare a bussare: Chiara, stringendo la voce, ricordò alla famiglia che era tempo di cercare unaltra casa quellappartamento spettava ad Alessia, che a breve si sarebbe sposata anche lei, tra le luci tremolanti e i cori dei parenti. Ma Claudia inventava ogni volta nuove scuse: non cerano case abbastanza belle, il bambino era malato, il tempo si era improvvisamente accartocciato. Poi, silenzio: cambiò numero, non rispose più né al citofono né alle lettere che odoravano di lavanda.
Finché una mattina, persino il marito di Chiara, stanco di sogni e illusioni, andò a reclamare lappartamento. Dopo la sua visita, Giulia gridò che la loro presenza aveva fatto smettere il latte a sua figlia. Fu la goccia: la pazienza evaporò come una pozzanghera destate, esplose un litigio tra sfuriate, urla e piatti che sembravano danzare in aria. Alla fine, la famiglia fu costretta a lasciare lappartamento, sotto una pioggia surreale di coriandoli, e nessuno rivolse più parola a Chiara per due anni, domandandosi come avesse potuto essere così crudele da scagliare la nipote e il suo bimbo in mezzo alle vie contorte della città, dove le case sembravano oscillare al ritmo dei sogni spezzati.



