Finché c’è tempo Natalia stringeva in una mano la busta coi farmaci, nell’altra la cartellina con …

Finché cè tempo

Paola stringe un sacchetto di farmaci in una mano, nellaltra tiene una cartelletta con le dimissioni ospedaliere e cerca di non far cadere le chiavi mentre chiude la porta dellappartamento della madre. Maria, la madre, è ferma nellingresso, si rifiuta ostinatamente di sedersi sullo sgabello benché le gambe le tremino.

Ce la faccio da sola, dice Maria cercando il sacchetto.

Paola la blocca con una spalla, con dolcezza ma con la fermezza con cui si allontana un bambino dal fornello.

Adesso ti siedi. E non protestare.

Riconosce il tono della voce: quello che le esce solo quando tutto sembra sfuggire e bisogna almeno mettere ordine tenere in fila i documenti, segnare quando prendere le medicine, chi chiamare in caso di emergenza. Maria si offende per quel tono, ma non ribatte. Il silenzio, oggi, è ancora più pesante.

Nellaltra stanza, Carlo il padre è seduto vicino alla finestra, con una camicia da casa, telecomando in mano, ma la televisione è spenta. Non guarda il cortile, fissa il vetro davanti a sé come se al di là andasse in onda un altro programma.

Papà, Paola si avvicina. Ho portato tutto quello che ha prescritto il medico. Qui cè anche limpegnativa per la TAC. Domani mattina andiamo.

Carlo annuisce. È un cenno breve, preciso, come una firma in fondo a un documento.

Non cè bisogno che mi accompagniate, mormora. Vado da solo.

Ma figurati! interviene subito Maria, addolcendosi Vengo io con te.

Paola vorrebbe dire che sua madre non reggerà le file, che ha la pressione alta e poi andrà giù di nuovo, ma non confesserà mai niente. Rimane zitta. Dentro, però, è infastidita: perché tocca sempre a lei, perché nessuno vuole accettare e fare semplicemente quello che serve.

Distribuisce i fogli sul tavolo, verifica le date, unisce con una graffetta i referti degli esami della scorsa settimana e risente quella stanchezza amara, tutta da figlia responsabile. Ha quarantasette anni, una sua famiglia, lavoro, il mutuo del figlio, ma ogni volta che succede qualcosa ai genitori, si ritrova a fare la grande, anche se nessuno lha mai davvero chiesto.

Il telefono squilla. Sul display appare il numero della ASL. Paola si rifugia in cucina, chiude la porta.

Signora Paola Romani? la voce giovane, cortese, formale. È loncologo del Centro Diagnostico. Sulla base della biopsia

La parola biopsia ormai la conosce, ma ogni volta suona estranea, come se non riguardasse la loro vita.

cè un sospetto di processo maligno. Serve un approfondimento urgente. So che è difficile, ma il tempo è determinante.

Paola si aggrappa al bordo del tavolo per non lasciarsi andare. Subito nella mente si accendono immagini che non ha chiamato: corridoi ospedalieri, flebo, facce sconosciute, la schiena della madre con uno scialle. Sente il padre tossire dallaltra stanza, e quel colpo di tosse allimprovviso diventa una prova schiacciante.

Sospetto ripete. Quindi non è certo, ma

Parliamo di una probabilità alta. Consiglio di non perdere tempo risponde il medico. Venite domani mattina, senza appuntamento. Vi riceverò subito.

Paola ringrazia, chiude la chiamata e resta qualche secondo a fissare il fornello spento, come se da lì potesse scaturire una guida con le istruzioni per continuare.

Quando ritorna in salotto, Maria la osserva fissa.

Allora? domanda la madre. Parla.

Paola apre la bocca, le parole escono ruvide.

Sospetto tumore. Dicono di muoverci subito.

Maria si siede. Carlo resta immobile, solo le dita attorno al telecomando diventano bianche.

Ecco sussurra lui. E sono arrivato fin qui.

Paola vorrebbe rispondere, dire non pensarci, ancora non è certo, ma le resta tutto in gola. Capisce allimprovviso quanto nella loro famiglia fosse importante non pronunciare le parole che fanno più paura. Adesso la parola è uscita, e le mura sembrano sottili.

La sera Paola torna nel suo appartamento, ma non riesce a dormire. Il marito riposa, il figlio scrive messaggi in camera, lei rimane in cucina e compila lelenco: quali documenti portare, quali esami rifare, chi chiamare. Telefono al fratello.

Giacomo, dice cercando di mantenere la voce ferma. Al papà hanno riscontrato dei sospetti. Domani andiamo al centro.

Sospetti di cosa? lui parla come se non avesse sentito.

Tumore.

La pausa al telefono è interminabile.

Domani non ci riesco, finalmente balbetta Giacomo. Ho il turno di lavoro.

Paola chiude gli occhi. Sa che suo fratello ha davvero orari impossibili, non è il capo, non può andarsene. Ma dentro si muove quella vecchia rabbia: lui non può sempre, lei può sempre.

Giacomo, la voce le trema. Non è questione di turno. È questione di papà.

Vengo la sera, risponde subito lui. Tu lo sai, io

So che hai imparato a sparire quando cè paura, lo interrompe Paola.

Appena lo dice, subito se ne pente. Il fratello resta muto, poi sospira.

Non cominciare, dice con amarezza. Tu vuoi sempre controllare tutto e poi ci accusi.

Paola riattacca e le sembra di avere il petto vuoto. Sente solo il motore del frigorifero accendersi e pensa che ora non è il momento di chiarire chi ha ragione. Ma proprio ora, quando cè paura, tutto viene a galla.

Il giorno dopo vanno al centro diagnostico in tre: Paola guida, Maria accanto, Carlo dietro con la cartelletta, come fosse un tesoro fragile che basta poco per perderlo per sempre.

Allaccettazione Paola compila i moduli, mostra carta didentità, tessera sanitaria, impegnativa. Maria prova a intervenire, ma si confonde con le firme e le date. Carlo guarda le persone in corridoio, le teste rade, i foulard, i volti grigi e in quello sguardo non cè compassione, ma un silenzioso riconoscimento.

Signora Romani, chiama linfermiera. Prego, entrate.

Nellambulatorio il medico sfoglia i documenti rapido, deciso. Paola fissa le sue mani, cerca di capire dallespressione quanto sia grave. Il medico spiega pacato, ma nelle sue parole ci sono ami: aggressività, stadiazione, servono conferme. Carlo siede diritto, come in una riunione di lavoro.

Ripeteremo alcuni esami dice il medico. E rifaremo la biopsia. Può succedere che il materiale non sia sufficiente.

Quindi non siete sicuri? domanda Paola.

In medicina la certezza al cento per cento esiste solo dopo conferma. Ma dobbiamo comportarci come se fosse una cosa seria.

Questa frase colpisce più di sospetto. Agire come se il tempo fosse poco. Paola sente scattare il meccanismo di urgenza. Il resto lavoro, piani, stanchezza scivola in secondo piano.

I giorni si accorciano: mattina tra telefonate e prenotazioni, pomeriggi tra file e carte, sera nella cucina dei genitori, dove fingono di parlare solo di organizzazione.

Prendo ferie annuncia Paola la seconda sera, versando il minestrone. In ufficio se la cavano.

Non serve, replica il padre. Hai la tua vita.

Ora non è il momento dellorgoglio, papà, dice Paola posando la scodella davanti a lui.

Maria li osserva tremando dal labbro inferiore. Ha sempre retto: quando Carlo perse il lavoro negli anni 90, quando Paola divorziò, quando Giacomo si era cacciato nei guai. Sempre forte, tanto che nessuno mai le chiedeva come stesse.

Non voglio che voi comincia Maria, ma non termina.

Che cosa? Paola le solleva lo sguardo.

Che poi non vi perdoniate tra voi, dice Maria stringendo il cucchiaio.

Paola vorrebbe dirle che tanto di cose non perdonate ci sono già, solo che non le nominano. Ma tace ancora.

Quella notte non dorme. Accanto a sé il marito, sente il respiro, pensa a suo padre che invecchia. Ricorda quando da bambina lui le teneva il sellino, insegnandole ad andare in bici, finché non si era lanciata da sola. Allora non aveva paura di cadere, sapeva che lui era lì. Ora, è lei a reggere tutto, e non è una bicicletta ma la casa intera.

Il terzo giorno, finalmente Giacomo arriva. Entra a casa dei genitori con una busta di frutta e un sorriso colpevole.

Ciao, dice, ma Paola dentro si infuria: quel sorriso non ci sta.

Ciao, risponde lei secca.

Sono in cucina, Maria taglia le mele, Carlo tace. Giacomo comincia a parlare del lavoro, quasi volesse coprire il silenzio con qualcosa di neutro.

Giacomo, Paola lo interrompe allimprovviso. Ti rendi conto di cosa sta succedendo?

Certo, scatta lui. Non sono scemo.

Allora perché non sei venuto ieri? la voce di Paola si alza. Perché scegli sempre dove ti conviene essere?

Giacomo si fa pallido.

Qualcuno deve lavorare. I soldi non piovono dal cielo. Tu sei la perfetta, con la vita a posto. Io

Tu cosa? lo incalza Paola. Sei un uomo, non un ragazzino.

Il padre alza la mano.

Basta, dice piano.

Ma Paola non si ferma. Dentro si mescolano paura per il padre e vecchi rancori contro il fratello, contro la madre, contro se stessa.

Te ne sei sempre andato quando cera da stringere, dice. Quando mamma era a letto con la pressione, quando papà quando beveva allora, ti ricordi? Tu sparivi. Restavo sola.

Maria posa il coltello sul tagliere.

Lascia stare, dice. È passato.

Passato ripete Paola ma non è mai sparito davvero.

Giacomo batte la mano sul tavolo.

Pensi sia stato facile restare? urla. Tu cerchi di essere indispensabile, così poi li odi tutti perché hanno bisogno di te.

Paola sente quelle parole colpirla nel punto più fragile, che di solito ignora. In fondo, essere indispensabile dà un piacere amaro. Essere necessaria significa potere.

Non li odio, ribatte ma nemmeno ci credo.

Il padre si alza. Lo fa con lentezza, come se ogni movimento fosse frutto di una decisione dolorosa.

Pensate che non veda? dice. Siete qui a dividerVi me. Come se fossi una cosa, non una persona. Come se fossi già

Non finisce. Maria gli va incontro e lo prende per mano.

Non dirlo, sussurra lei.

Allimprovviso Paola vede il padre non più come papà, ma come un uomo che si trova ad aspettare verdetti, seduto nei corridoi, e cerca di non mostrare la paura. Si vergogna.

Il telefono vibra sul tavolo. Paola guarda reflex: è il laboratorio dove hanno consegnato i campioni.

Pronto? dice lei.

Signora Romani? questa volta la voce è stanca, non da medico. Siamo del laboratorio. Cè stato un errore nella marcatura dei campioni. Stiamo verificando, ma cè il rischio che i risultati di suo padre siano stati scambiati.

Paola resta muta. Le parole errore e scambiati non si incastrano nella logica.

Mi scusi, cosa significa? domanda.

Abbiamo riscontrato incongruenze coi codici, spiega la voce. Vi aspettiamo domani mattina, potete rifare gratuitamente gli esami. Anche la biopsia sarà controllata di nuovo. Ci scusiamo davvero.

Paola mette giù e resta a fissare lo schermo, come se dovesse apparire una conferma.

Che succede? chiede Giacomo.

Paola lo guarda. È silenzio totale, persino il frigorifero sembra essersi fermato.

Hanno detto che forse hanno scambiato gli esami.

Maria si copre la bocca con la mano. Carlo si siede, come se le gambe cedessero.

Quindi tira un sospiro Giacomo. Forse non è

Paola annuisce. Ma invece della gioia sente un vuoto strano, come se qualcuno avesse spento di colpo la sirena, e ora nel silenzio si sentisse tutto quello che si sono buttati addosso.

Lindomani tornano in laboratorio. Paola accompagna i genitori, Giacomo arriva col pullman e li aspetta allentrata. Nessuno scherza, nessuno parla del tempo. Stanno in fila, stringono i cedolini, ascoltano linfermiera che chiama i cognomi.

Carlo fa il prelievo in silenzio. Paola osserva lago che entra nella vena, il sangue che riempie la provetta. Si rende conto che questa non è una fiction, ma la loro vita, dove un errore di codice può sconvolgere giorni interi.

I risultati arriveranno in due giorni. Nellattesa cè meno panico, ma sale limbarazzo. Maria cerca di comportarsi come se fosse tutto normale: si dà da fare, offre tè, chiede a Paola se non è troppo stanca. Carlo parla meno. Giacomo chiama Paola un paio di volte, sempre con Come stanno?. Paola altrettanto breve.

Si sorprende a sperare che qualcuno dica: Scusa. Ma nessuno lo dice. Nemmeno lei, perché non sa da dove iniziare.

Quando dal centro arriva la telefonata non vi sono dati per patologia maligna, era un errore di marcatura e insufficienza di tessuto; sarà comunque necessario un controllo tra sei mesi Paola è bloccata nel traffico della circonvallazione. Sente il medico che spiega che allorigine cera un errore, ora tutto appare diverso, serve un monitoraggio.

Quindi non è tumore? la voce le si spezza.

Attualmente non ci sono dati a sostegno, risponde il medico. Ma i controlli sono indispensabili.

Paola chiude la chiamata e rimane ferma, aggrappata al volante. Intorno le auto suonano, qualcuno prova a cambiare corsia. Allimprovviso si accorge di piangere, non di felicità ma perché si spegne la tensione che lha tenuta accesa. E insieme a quella, qualcosa di più profondo.

La sera si ritrovano tutti a casa dei genitori. Paola porta un dolce della pasticceria sotto casa perché le tremano le mani e non riesce a cucinare; Giacomo arriva con i fiori per la mamma. Carlo è sulla poltrona, li guarda come se fossero tornati da un viaggio lontano.

Allora, prova a sorridere Giacomo ora si può tirare il fiato.

Sì il fiato si può tirare, dice il padre. Ma chi ce lo restituisce?

Paola lo guarda. Non cè rimprovero nella voce, solo stanchezza.

Papà, balbetta. Io

Le frasi si bloccano. Intuisce che se comincia a giustificarsi, ricadranno nel solito copione: ho fatto del mio meglio, ero tesa. Deve dire altro.

Ho avuto paura, ammette infine. E ho iniziato subito a comandare. E a sfogarmi su Giacomo. Scusami.

Il fratello abbassa gli occhi.

Anche io, ammette piano. Ho avuto paura e mi sono nascosto dietro al lavoro. Scusa.

Maria tira su col naso, ma non piange. Si siede accanto a Carlo, gli prende la mano.

Io li guarda entrambi ho sempre fatto finta che andasse tutto bene, solo per non farvi preoccupare, e per non sentirmi io stessa fragile. Ma così vi ho solo allontanato.

Carlo stringe la mano della moglie.

Non voglio che siate perfetti, dice. Voglio che restiate vicini. E che non mi usiate come scusa.

Paola annuisce. Dentro fa male capire che le parole dette rimarranno. Quelle su sparire o voler essere la principale non si cancellano con scusa. Ma qualcosa si è mosso: finalmente dicono ciò che prima soffocavano.

Facciamo così, propone Paola, cercando calma. Non deciderò tutto io. Posso aiutare, ma serve che anche voi vi prendiate le vostre responsabilità. Giacomo, ce la fai a venire una volta a settimana a controllare papà durante i controlli? Non se puoi, ma davvero.

Il fratello annuisce, con fatica.

Sì. Il mercoledì sono libero. Verrò.

E io, aggiunge Maria, smetterò di far finta di riuscire a tutto. Se starò male, lo dirò. E non lascerò evaporare tutto dopo.

Carlo li guarda e abbozza un sorriso.

E insieme andiamo ai controlli suggerisce. Così niente sospetti, niente misteri.

Paola sente nascere un tepore, fragile ma vero. Non è un sollievo da ridere, né una festa; è qualcosa che somiglia alla possibilità.

Dopo cena aiuta la madre a sparecchiare. Le stoviglie tintinnano nel lavello, scorre lacqua. Paola asciuga le mani e poi rimane ferma sulla soglia della cucina.

Mamma, dice sottovoce. Non voglio per forza comandare, ma se lascio andare, ho paura che tutto crolli.

Maria la guarda, attenta.

Prova a lasciare andare un po alla volta, suggerisce. Non tutto insieme. Anche noi dobbiamo imparare.

Paola annuisce. Esce in corridoio, indossa il cappotto, controlla che tutto sia spento. Sulluscio si ferma un istante a sentire il silenzio dietro la porta: nessun urlo, nessuno sbattere. Solo voci soffuse.

Scende le scale e va verso la macchina, pensando che finché cè tempo non vale solo per una telefonata da incubo; vale per loccasione di parlare prima che la paura li renda estranei. E confermare questa possibilità sarà questione di mercoledì condivisi, visite, piccoli ammettere che costano fatica, ma valgono più di ogni tentativo di controllo.

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