Sono venuta a trovarti, mi mancavi, ma i figli sono ormai come perfetti sconosciuti
I genitori si preoccupano sempre per i propri figli, anche quando questi diventano adulti e prendono strade sconosciute e lontane. Talvolta i genitori si sentono delusi, estranei al destino dei loro figli ormai grandi. Così successe anche nella storia di una madre italiana.
La storia di una madre.
Maria ha cresciuto tre figli. Tutti ormai adulti, vivono vite indipendenti tra le ombre allungate delle città in cui si sono persi. Il figlio maggiore si è trasferito in Svizzera, ha una famiglia e lavora in unazienda di orologi lucida e silenziosa. Ogni estate spedisce fotografie con i laghi e le montagne sul retro di una cartolina, ricordi opachi che Maria conserva in una scatola con delicatezza da archivista, tornando a guardarli di tanto in tanto tra una nuvola e laltra.
“Ci manchi tanto, figlio mio. Magari una volta potresti venire a trovarci… così potremmo conoscere finalmente i nostri nipoti e tua moglie,” scrive la madre in una lettera profumata di gelsomino.
La figlia di mezzo, Alessandra, è sposata con un ufficiale dellesercito. Cambiano casa spesso, trasportati come valigie da una caserma allaltra, sempre pronti a partire. Stanno crescendo una bambina che non ricorda mai il colore delle pareti. A volte passano fugacemente in visita. Il marito di Maria stima molto il genero: Alessandra ha fatto proprio una bella scelta.
La figlia più giovane, Ludovica, non ha più una famiglia. Era stata sposata, aveva partorito un figlio, poi il marito se nè andato, svanito in mezzo ad una pioggia dautunno. Seguendo il consiglio della madre, Ludovica lasciò il paesino per cercare fortuna nella città di Torino, portandosi dietro il figlio con la valigia di cartone. Trovò lavoro come sarta in una fabbrica meccanica, tra rumori e fili che sembravano serpenti dargento.
Un giorno Maria decise di andare a trovare Ludovica.
“Pensi di cavartela senza di me per una settimana?” domandò Maria al marito, Sebastiano. “Vorrei vedere come stanno Ludovica e il piccolo.”
Sebastiano laccompagnò alla stazione. Le borse erano pesanti, ma Maria le portava come se portasse la luna, tutta per fare felice sua figlia. Ore e ore in un treno regionale che sembrava arrancare come una lumaca sul binario, mentre fuori scorrevano colline verdi come vino giovane. Nel suo cuore una gioia timida: rivedere la figlia dopo tre anni era come ricordarsi il suono di una canzone dimenticata.
“Mamma, ma perché non mi hai avvisata che arrivavi? Ora sono al lavoro. Solo stasera posso venirti a prendere in stazione”
“Volevo farti una sorpresa!” rispose la madre con un sorriso sghembo, come in sogno.
“Sei sicura di riuscire ad aspettare finché arrivo?”
“Certo, figlia mia, va tutto bene.” Ma dopo un po, stanca di aspettare tra voci sconosciute e cartelli, decise di prendere il tram da sola.
Ad aprirle la porta fu il nipote, Leonardo. Alto, ancora un po goffo, con lo sguardo che ricordava il nonno da giovane, nei ritratti sbiaditi.
“Ciao, ragazzo mio!” lo abbracciò la nonna, stringendolo forte.
“Basta, nonna” si sciolse in fretta dal suo abbraccio, come se fosse burro al sole.
“Perché sei arrivata adesso?” chiese Ludovica quando tornò, la fatica negli occhi.
“Ho corso tutto il giorno: ho pulito e messo la tavola per il tuo arrivo, sono uscita prima dal lavoro e mi sono messa a cucinare risotto allo zafferano e scaloppine.”
Il telefono di Maria vibra dimprovviso. È Sebastiano, che la chiama come un bambino sperso. Lei lo rassicura: tutto bene, qualcuno lha aiutata a trovare la strada; ora stanno cenando su una tovaglia che profuma di pulito, apparecchiata da Ludovica.
A tavola, tra il vapore del minestrone che sale come nebbia, Ludovica le chiede: “Quante scaloppine vuoi, mamma, una o due?” Maria ha fame da divorare il mondo, ma pensa un attimo e risponde: “Lascia tutto sul tavolo, poi decido”.
Fra luci e ombre, appare un piatto con cinque scaloppine, messe lì come su un altare improvvisato. Nulla di sontuoso: una cena madre-figlia persa in una casa quieta. Maria pensa tra sé che forse hanno dei problemi di denaro e prende la decisione: li aiuterà, in qualche modo.
Durante la cena, Ludovica chiede a bruciapelo quando la madre intende ripartire. Maria si ferma, il boccone le si blocca in gola: “Se disturbo posso anche andare via domani” dice, più come un sogno che come una minaccia.
Il giorno passa ovattato. Maria rimane sola, la casa è silenziosa. La sera ognuno si rifugia nella propria stanza come naufraghi solitari. Il nipote sparisce dalla vicina per studiare, Ludovica esce con le amiche. Maria rimane tra le ombre della cucina, come un fantasma.
Il tempo si sgretola piano. Un giorno, passando nel corridoio, Maria sente il nipote chiedere sottovoce: “Quando viene zio Marco? Doveva portarmi allo stadio”
“Quando la nonna se ne va,” risponde Ludovica con voce assente, come se lo sussurrasse ad un muro.
Maria capisce improvvisamente tutto. Si chiude in camera, prepara in silenzio la valigia e, senza salutare nessuno, esce di casa come se fosse solo un sogno dimenticato. Alla stazione la aspetta Sebastiano, il cuore in tumulto: lui sì, felice di rivederla. Maria comprende, come in un risveglio doloroso ma dolce, che tutto il calore, lamore e la cura donati ai figli ora vagano nellaria, perché i figli sono ormai mondi lontani, sconosciuti e irraggiungibili.





