Ma dove vuoi che vada? Guarda, Vittorio, la donna è come una Cinquecento presa a noleggio. Finché tu fai il pieno e paghi lassicurazione, ti porta dove vuoi. La mia Giulia, lho presa ormai da dodici anni. Pago io, decido io che musica ascoltiamo. Ti giuro, comodo così. Niente grilli per la testa, nessuna emicrania. Un velluto di donna.
Sandro parlava a voce alta, agitando lo spiedo da cui colavano gocce di grasso sulle braci vivaci del barbecue. Era sicuro della sua ragione, tanto quanto del fatto che domani fosse lunedì. Vittorio, il suo caro amico dell’università, si limitava a mugugnare. Giulia era vicino alla finestra aperta della cucina, un coltello in mano. Tagliava pomodori per linsalata. Il succo gocciolava, e nelle sue orecchie rimbombava quella frase arrogante: Pago io, scelgo io la musica.
Dodici anni. Dodici anni non era stata solo una moglie, era stata la sua ombra, la sua bozza, il suo airbag. Sandro si credeva davvero una mente geniale del diritto, la stella dello studio legale dove lavorava. Vincerà cause ardue, torna a casa con buste gonfie di euro e le piazza trionfante sul mobiletto dellingresso.
Quando Sandro crollava sul divano esausto, Giulia silenziosa apriva la sua valigetta e pescava le carte per cui lui aveva penato tutta la settimana. Sistemava strafalcioni, correggeva frasi approssimative, cercava nelle banche dati le ultime modifiche di legge che a Sandro erano sfuggite per superbia. Al mattino, lei quasi per caso gli diceva:
Sandro, io ci ho dato unocchiata. Sicuro di non citare il testo unico sulledilizia? Ti ho lasciato il segno.
Lui rispondeva di fretta:
Sempre con queste fisime da donna Va bene, ci guardo.
Eppure la sera rientrava da eroe. Mai, neanche una volta, aveva detto: Grazie, Giulia. Senza di te crollavo. Era convinto fosse tutto merito suo. E Giulia? Per lui era solo una donna di casa, buona per la pasta e fagioli.
Quella sera alla casa in campagna, lei non fece scenate, non scappò furiosa in veranda, non ribaltò la griglia. Tagliò linsalata, la condisse con lolio buono, la portò a tavola. La musica la scegli tu, eh? pensava, fissando il marito che si ingozzava di carne, senza nemmeno sentirne il sapore. Bene, allora ascoltiamo il silenzio.
Lunedì mattina, Sandro si aggirava nervoso per casa cercando la cravatta.
Giulia, dovè quella blu, quella che mi porta fortuna? Oggi ho lincontro con il costruttore!
Nellarmadio, secondo ripiano, rispose lei dal bagno.
La voce era piatta, calma, anzi troppo calma. Appena lui chiuse la porta di casa dietro di sé, Giulia non tornò a finire il caffè davanti al programma del mattino. Aprì un vecchio taccuino. Il numero di telefono di Boris Petrocchi, il loro vecchio capo allo studio, non era mai cambiato in ventanni.
Pronto, Boris? Sono Giulia Romano. Sì, la moglie di Sandro. No, lui non sa nulla. Volevo chiedere… Cercate ancora qualcuno in archivio? O magari una che sappia districare le matasse impossibili?
Dallaltro capo silenzio. Boris ricordava Giulia. Ricordava i suoi esami brillanti, il suo istinto, la sua capacità di andare dritta al punto tra mille inutili parole. Era stato lunico che, dodici anni prima, aveva detto: Che spreco, Giulia, stare in casa.
Vieni pure, ringhiò lui. Ce nè una bella dura. Nessuno ha il coraggio. Te la senti? Ti prendo in squadra.
A sera Sandro rientrò col volto scuro. Il costruttore era stato tosto. La trattativa non andava avanti. Si tolse la giacca gettandola sulla sedia dellingresso e urlò:
Giulia, cè qualcosa da mettere sotto i denti? Mangiarsi un bue non mi basterebbe. E, oh, la camicia bianca per domani, stirala, per favore.
Silenzio. In cucina il fornello era pulito, neanche un pentolino. Sul tavolo un biglietto: Cena in frigo, ravioli surgelati. Sono stanca.
Ma che… Sandro fissò il foglio come se fosse una sentenza di morte.
In quel momento si sentì girare la chiave nella porta. Entrò Giulia, una cartella piena di documenti tra le mani. Era vestita con un tailleur elegante che Sandro aveva visto lultima volta alla laurea del figlio in quinta elementare, e scarpe col tacco.
Dove sei stata? sbottò lui incredulo. E che sarebbe questa mascherata?
A lavoro, Sandro. Si tolse le scarpe passando accanto a lui senza degnarlo di uno sguardo. Nello studio tuo, in archivio. Boris mi ha preso come assistente.
Sandro scoppiò a ridere, un riso nervoso e pieno di rabbia.
Tu lavorare? Ma fammi ridere! Dodici anni che non sollevi niente di più pesante di una pentola. Archivio poi! Dopo due giorni ti crolla il mondo addosso.
Vedremo.
Si servì da bere.
E allora adesso dovrò vivere di ravioli surgelati? Guarda che i soldi li porto io. Mando avanti la famiglia.
Ora lavoro anchio. Pochissimo, per ora, ma abbastanza per comprare i ravioli. E la camicia la stiri tu. Il ferro è sempre nello stesso posto, da dieci anni.
Quello fu il primo campanello dallarme. Sandro si convinse che la moglie stesse attraversando la famosa crisi di mezza età: ormoni, chi lo sa. Vedrai, si sfoga una settimana e torna sui suoi passi. Lasciala correre, pensava, masticando quei ravioli gommosi. Quando capirà quanto è dura guadagnarsi da vivere, tornerà docile come sempre.
Passò una settimana, poi due. La crisi non passava. La casa non era più la solita, invisibile macchina delle comodità cui Sandro era tanto abituato. Improvvisamente i calzini non si materializzavano più a coppie nel cassetto, ma si accumulavano sporchi in bagno. La polvere, a cui prima non badava, ora si posava sfrontata sulle mensole. Stirarsi le camicie era un inferno: la piega storta, il polsino tutto spiegazzato.
Ma il problema peggiore fu un altro. Giulia non era più il suo confessore. Prima tornava a casa e si lamentava per unora: che il giudice era ottuso, che il cliente era tirchio. Lei ascoltava, annuiva, preparava una tisana alla menta e, sotto sotto, gli serviva quei suggerimenti che lui poi spacciava per suoi. Adesso, quando provava ad attaccare bottone,
Ma pensa, quello della Romano Costruzioni mi ha respinto ancora la richiesta! Io gli ho detto che
Giulia nemmeno staccava gli occhi dal portatile, circondata dai codici.
Sandro, per favore, abbassa la voce. Domani ho il controllo di una vecchia pratica di fallimento. Un caos totale.
Ma a chi importa del tuo fallimento?! sbottava lui. Qui ho un affare che scotta!
Questa è la mia dignità.
Lui si infuriava. Sentiva sfuggirgli terra da sotto i piedi. Senza i suoi consigli serali iniziò a sbagliare, piccole cose ma fastidiose. Dimenticò una scadenza, confuse cognomi in un contratto. Al lavoro, Boris lo guardava sempre più preoccupato e poi, di colpo, voltava lo sguardo verso Giulia e annuiva compiaciuto.
Lei, in archivio, in tre giorni aveva risolto lingorgo di carte. Trovò documenti che tutti consideravano persi. Nei giorni seguenti la spostarono dalla cantina alla sala grande, al tavolo davanti al tirocinante. Ogni giorno Sandro la vedeva di spalle dritta, sicura. Anche il passo era cambiato, niente più ciabatte trascinate da massaia stanca. Ticchettava i tacchi come una che sa dove sta andando.
La tempesta scoppiò dopo un mese. Arrivò un cliente doro, la signora Anna Marchetti Visconti, proprietaria di una rete di cliniche private. Donna di ferro, mani di acciaio, zero pazienza. Aveva una causa col socio: lui voleva rubarle metà del patrimonio con contratti, a sentir lei, falsificati. La pratica fu affidata a Sandro. Loccasione per risollevarsi dagli scivoloni delle ultime settimane.
Questa la sgrano io! si vantava Sandro a casa, tagliando la mortadella direttamente sul tavolo, la tavoletta manco a pagarla. Basta chiamare una perizia, amici testimoni, e il gioco è fatto.
Giulia taceva dietro un libro.
Hai sentito? La scosse per una spalla. Ti dico che la vinco facile. Con la gratifica ti compro un cappotto nuovo. E magari ritorni alla vita vera, eh?
Giulia chiuse il libro, si perse qualche istante nei suoi occhi, seria.
A me il cappotto non serve, Sandro. Mi serve che la smetti di fare il gallo. La Visconti non sopporta certe forzature. È una donna allantica. Con lei la partita si gioca col dialogo, non a colpi di burocrazia.
Ma per favore, lasciamo stare la psicologia spicciola!
Il giorno decisivo, la tensione nello studio era tangibile. Anna Marchetti Visconti sedeva in fondo al tavolo, minuta, occhi come spilli. Sandro camminava su e giù, sfoggiava termini tecnici e grafici.
Blocchiamo i loro conti. Li schiacciamo.
Non mi hai ascoltata. Non cerco scontro. È il mio figlioccio, non voglio che finisca in galera. Voglio solo recuperare ciò che è mio, e che poi sparisca dalla mia vita. In silenzio, senza scandali. E tu che mi offri?
Sandro sintoppò.
Però, signora Visconti, non si può fare altrimenti. In tribunale se mostriamo debolezza…
Lei è fuori dal caso disse lei, fredda. Prese la borsa e si avviò alla porta. Boris, mi deludi. Credevo aveste veri professionisti, non bulldozer.
Boris impallidì. Perdere quel cliente voleva dire buco a bilancio per almeno sei mesi. Sandro era paonazzo. In quel momento si aprì la porta. Entrò Giulia con un vassoio da tè. La segretaria era assente, e avevano chiesto aiuto ai colleghi più giovani. Giulia vide la scena, la schiena dritta della Visconti che usciva, il panico negli occhi del marito. Unaltra donna, forse, avrebbe sentito soddisfazione: Hai voluto fare il direttore dorchestra…. Ma Giulia era una professionista. Quella che aveva dormito in lei per dodici anni, ora era sveglia più che mai.
Signora Visconti.
La voce era ferma, autorevole. La Visconti si bloccò, senza voltarsi.
Mi scusi, ho portato il tè col rosmarino, come piace a lei, continuò Giulia. Ha ragione sul figlioccio. Nel 98 cè stato un caso simile. Si risolse tutto con una transazione extragiudiziale e la cessione silenziosa delle quote. Nessuno perse la faccia.
La Visconti si girò lentamente. Occhi perforanti, dritti su Giulia.
Lei come fa a saperlo? Quel caso era riservato.
Ho studiato gli archivi.
Appoggiò il vassoio. Le mani ferme.
Cè da aggiungere: le cambiali potrebbero essere dichiarate nulle non per una perizia grafo, ma per una semplice irregolarità formale. Manca una dicitura. È una questione tecnica. Non si va al penale. Il figlioccio resta libero, lei si riprende la clinica e la pace.
Silenzio. Sandro fissava la moglie come se le fossero spuntate due teste. Lui, il difetto di forma nelle cambiali, non laveva nemmeno cercato. Aveva subito iniziato col piede di guerra.
La Visconti tornò al tavolo, si sedette.
Tè al rosmarino, quindi? Prima volta che sorrido oggi, accennò un sorriso, col viso che si fece più dolce, quasi di mele cotte. Servite pure, bella mia, e spiegatemi questa storia. E voi, rivolse un cenno a Sandro imparate.
Per due ore la scena fu tutta di Giulia. Sandro stette zitto, rigirando la penna. Ascoltava sua moglie, la comodità di moglie, che affrontava una causa impossibile con parole chiare. Niente imposizioni, ascoltava, proponeva soluzioni.
Quando la Visconti se ne andò, avendo firmato per continuare a lavorare con lo studio, Boris andò da Giulia e le strinse la mano.
Signora Romano, disse formale domani la aspetto in ufficio. Parliamo di una promozione. Non può più stare sola in archivio.
Sandro e Giulia tornarono a casa in silenzio. In radio musica pop italiana. Di solito lui avrebbe girato sulla rassegna stampa, ma ora aveva paura persino a muoversi. Il suo piccolo mondo, quello dove lui comandava e la moglie era comodità, era stato spazzato via. Sulle rovine di quella vecchia sicurezza ora cera una donna diversa: forte, intelligente, bellissima. Ma, cosa più tremenda, comprese che era stata così per tutto il tempo. Solo che lui non vedeva.
Entrarono in casa. Silenzio. Il figlio ancora a scuola. Sandro si tolse le scarpe, si sedette in cucina a fissare il tavolo vuoto. Giulia andò in camera a cambiarsi. Lui fissava le mani. Aveva vergogna, una vergogna cocente. Non per la sconfitta lavorativa ci sta. Per quella frase in campagna: Pago io.
Giulia tornò in tuta, struccata. Il volto segnato ma gli occhi vivi, finalmente. Aprì il frigo, prese le uova, mise la padella sul fuoco.
Giulia
La voce di Sandro tremò. Lei non si voltò, ruppe le uova sul bordo della padella.
Faccio io.
Si precipitò accanto a lei, impacciato, strappandole la spatola dalle mani.
Dai, siediti che sei stanca.
Giulia lasciò andare la spatola e sedette al tavolo. Lo osservava mentre si arrabattava a girare le uova, vedeva il tuorlo squagliarsi, lo sentiva imprecare sottovoce. Alla fine le pose davanti un piatto. Uova strapazzate e bruciacchiate, decisamente terribili.
Mi perdoni, mormorò fissando il tavolo.
Giulia prese la forchetta.
Ma sembrano commestibili.
Oggi ho capito faticava a esprimersi. Mi hai salvato la pelle tante volte. Non solo oggi. Lo so, correggevi i miei documenti la notte, solo che ci sono passato sopra. Mi sentivo superiore.
Si voltò verso di lei. Negli occhi solo paura, quella di chi sa che ora lei può davvero andarsene. Adesso ha il lavoro, il rispetto, lo stipendio. Senza di lui può stare benissimo.
Non me ne vado, Sandro, rispose al pensiero che non aveva osato pronunciare. Almeno per ora. Dopo ventanni insieme cè tanto più che qualche proprietà. Ma le regole cambiano.
Come? domandò subito lui. Cosa devo fare?
Rispettare.
Staccò un pezzetto di pane.
Solo questo: rispetto. Non sono un velluto, sono una persona. Tua partner. In casa e a lavoro. Ci dividiamo le cose non lhai aiutata, hai fatto la tua parte. Capito?
Ho capito, disse Sandro.
Ed era vero.
Allora posso mangiare? Sandro sorrise impacciato e prese la forchetta.
Le uova erano insipide e un po bruciate, ma lui non aveva mai mangiato cena più buona. Perché quella cena non era un servizio. Era una cena tra pari.





