Un piccolo fagottino gelato sul ciglio della strada era ormai ghiacciato e non riusciva più a muoversi…

Il piccolo batuffolo congelato ai margini della strada era ormai intirizzito, incapace di muoversi

Gianluca guidava piano la sua macchina una lastra di ghiaccio aveva trasformato la statale che collega Parma a Piacenza in una trappola scivolosa, e quello che di solito era un viaggio di quaranta minuti si stava trascinando da quasi due ore. Le gambe gli si erano anchilosate, i piedi quasi non avvertivano il tappetino, e la schiena doleva per la posizione fissa.

Basta così, mormorò a bassa voce, accostando con delicatezza sulla banchina.

Intorno a lui i campi emiliani si stendevano deserti e innevati, un mare bianco senza confini. Nessuna casa, nessuna anima viva solo neve a perdita docchio. Gianluca scese dallauto, si stiracchiò per sciogliere le ossa e fece lentamente il giro della macchina. Laria gelida pungeva i polmoni, ma dopo lafa dellabitacolo, quella sensazione era quasi piacevole.

Mentre completava il giro, qualcosa colpì il suo sguardo. A quindici metri dalla strada, proprio dove iniziava il campo, spiccava una piccola macchia scura.

Sarà un grumo di terra, pensò, ma la curiosità ebbe la meglio e si incamminò.

Camminava affondando nella neve quasi fino alle caviglie. Passo dopo passo, si fece chiaro che non era affatto terra. La forma sembrava viva e il cuore di Gianluca prese a battere forte, quando capì cosa aveva davanti agli occhi.

Un corpicino minuscolo, raggomitolato, praticamente coperto dalla neve. Le vibrisse erano coperte da ghiaccioli. Un gattino, così piccolo da sembrare appena nato, tremava e pigolava debolmente.

Santo cielo sussurrò Gianluca, chinandosi.

Allungò la mano il cucciolo era gelido come una pietra. Ma come aveva fatto a finire qui, in mezzo ai campi, lontano da qualsiasi paese? Non ci pensò nemmeno: listinto ebbe la meglio.

Gianluca prese delicatamente il gattino tra le braccia e corse verso la macchina, scivolando qua e là, ma senza curarsene. Aprì di scatto la portiera, prese dal baule un vecchio asciugamano e vi avvolse il corpicino intirizzito. Accese il riscaldamento al massimo, indirizzando laria calda sul sedile del passeggero, proprio dove aveva sistemato il piccolo.

Resistì, resisti per favore, sussurrava avviandosi nuovamente sulla strada, premendo lacceleratore con la massima cautela, senza movimenti bruschi.

Lauto sbandava nelle curve, ma Gianluca aveva in mente solo una cosa: portare subito quel batuffolo al caldo, al sicuro.

Dopo una ventina di minuti, il gattino diede i primi segni di vita. Prima mosse debolmente una zampina, poi socchiuse gli occhi e, ancora qualche minuto dopo, accennò un timido ronronando, appoggiando il musetto sulla gamba delluomo.

Ecco, così, bravo, mormorò Gianluca, sentendo un tepore inondargli il petto. Sei stato coraggioso.

A casa sistemò a terra alcune coperte, recuperò dal ripostiglio una vecchia stufetta e preparò al piccolo una nicchia calda e accogliente. Mentre si scaldava, Gianluca riscaldò anche del latte mai darlo freddo in questi casi. Il gattino sorseggiava piano ma con avidità, poi si raggomitolò di nuovo e si assopì.

Luomo si sedette vicino, osservando la creatura addormentata. Fu colto da una sensazione forte, quasi mistica come se avesse atteso quellincontro tutta la vita senza saperlo.

Nina, pronunciò distinto. Ti chiamerai Nina.

La mattina dopo, Gianluca corse subito a controllare come stava la piccola. Nina dormiva beata, il suo sottile ronronare era la prova che tutto andava bene e che il freddo era passato. Ma Gianluca sapeva: serviva un veterinario. Nessuno sapeva quanto tempo avesse passato al gelo e quali conseguenze ci fossero state.

In ambulatorio li accolse la giovane dottoressa Giulia Manfredi. Esaminò il gattino con attenzione, ascoltò il cuore, controllò i riflessi e i cuscinetti delle zampe.

Avrà sei mesi circa, pensò a voce alta la veterinaria. Nel complesso la salute è buona. Però

Però? chiese Gianluca, irrigidendosi.

La coda. Vede il puntino nero sulla punta? È un principio di congelamento. Se non asportiamo la parte lesionata, rischiamo la cancrena. Dovremo operare oggi stesso.

Gianluca annuì, anche se gli si strinse lo stomaco. Povera piccola, aveva già sofferto così tanto, e ora anche unoperazione.

Facciamo tutto quello che serve, disse deciso.

Lintervento fu effettuato in anestesia locale. Gianluca chiese di rimanere vicino a Nina e la veterinaria acconsentì. La accarezzava sulla testa, bisbigliandole parole dolci.

Lei nemmeno un miagolio. Rimase tranquilla, lo scrutò coi suoi occhi enormi e continuò a fare le fusa, come se comprendesse che tutto serviva a guarirla.

Non mi era mai successo, confessò la dottoressa Manfredi mentre finiva lultimo punto. Di solito gli animali si agitano, gridano, tirano anche con lanestesia. Lei invece una vera piccola eroina.

Gianluca sentì un nodo alla gola. Era incredibile, quella micina: così coraggiosa, così forte.

La sera stessa tornarono a casa. Nina era avvolta in una coperta morbida e giaceva in braccio a lui, ronronando sottile, più flebilmente del solito, ma comunque felice.

Ecco, questa è casa tua, tesoro, sussurrò varcando la soglia. Sarà la tua casa, per sempre.

Passò una settimana. Nina era completamente ristabilita: mangiava con voracità, correva per lappartamento (seppur senza coda allinizio era un po impacciata), giocava con gomitoli e nastri che Gianluca le aveva preso al negozio di animali. Ma sopra ogni cosa, adorava stare vicino a lui. Ovunque andasse in cucina, in bagno, sul balcone lei lo seguiva fedelissima. Dormiva solo nel suo letto, rannicchiata vicino al cuscino.

Sei la mia ombra, rideva Gianluca, grattandola dietro le orecchie.

E Nina faceva le fusa così forte che sembrava tremasse tutta la casa.

Una sera, seduto sul divano con Nina che russava lieve sulle sue ginocchia, Gianluca ripensava a quel giorno: la sosta tra i campi, la macchiolina scura nella neve, la possibilità di tirare dritto e non vederla.

Lo sai, Ninuzza, mormorò piano, forse era destino. Avrei potuto fermarmi altrove. O non fermarmi affatto. Ma era lì che dovevo essere, proprio in quel punto, in quellistante.

Nina aprì appena un occhio, lo guardò soddisfatta e tornò a dormire, serena.

Grazie, continuò Gianluca. Di esserci. Di averti trovata. O forse sei stata tu a trovare me? Chissà.

Fuori nevicava, proprio come quel giorno gelido. Ma Gianluca non temeva più linverno. Perché a casa lo aspettava un piccolo miracolo caldo, che una volta era solo un batuffolo congelato a bordo strada.

Nina era diventata il suo senso, la sua casa, la sua famiglia. Si stiracchiò, inclinò la testa e si accoccolò meglio sulle sue gambe sulle gambe di quelluomo che non l’aveva lasciata lì, che si era fermato e l’aveva salvata.

Gianluca comprese: a volte, basta un attimo, una scelta, una fermata per cambiare tutto. E non solo per chi salvi, ma anche per te stesso.

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