Pronto? Mi senti? La voce era bassa, quasi sussurrata. Un po colpevole, ma solo un po. Margherita, mi senti vero?
Lo sentivo, eccome. Lho sempre sentito, anche quando rimaneva in silenzio o non mi cercava per settimane intere. Cera sempre una traccia di lui nellaria del mio appartamento, una specie di riverbero che non se ne andava: il profumo del suo caffè lasciato nella stanza, il segno della tazzina sul davanzale, la sedia appena spostata dalla tavola in cucina.
Ti sento, Lorenzo.
Allora perché non dici nulla?
Sto pensando.
Ha sospirato. Anche quel suo sospiro, lo conoscevo a memoria. Profondo, un po strozzato, come se laria facesse fatica a uscire da qualcosa che gli premeva dentro il petto. Lorenzo sospirava così ogni volta che voleva che qualcuno gli stesse vicino, ma non sapeva chiederlo.
Non ho altri posti dove andare, ha detto. Capisci? Proprio nessun altro.
Me ne stavo alla finestra, guardavo fuori. Era marzo. I mucchietti di neve sporca lungo i marciapiedi, i piccioni infreddoliti sul cornicione di fronte, una signora con la carrozzina che cercava di evitare le pozzanghere. Il solito marzo cittadino, niente di speciale. Eppure dentro sentivo qualcosa che girava piano e cambiava. Come una pagina che si sfoglia. Come la serratura che scatta sulla porta.
Vieni, ho detto.
Ecco qua. Tre sillabe. E tutto ricominciava da capo.
Lorenzo aveva cinquantatre anni. Io cinquantuno. Ci conoscevamo da quando lui portava camicie a quadri convinto fossero di moda, e io giravo con una treccia spessa sulle spalle certa che passare inosservata fosse una virtù. Ci eravamo incontrati tramite amici in comune, nella cucina di qualcuno, con vino scadente e discussioni su libri che nessuno finiva mai di leggere. Lorenzo allora era rumoroso, rideva così forte che si sentiva fin fuori dal corridoio, gesticolava tanto che una volta fece volare un piatto dal tavolo. Io mi sono chinata a raccogliere i cocci, pensando: ecco uno capace di occupare tutto lo spazio che cè. Chissà come sarà, vivere così.
Io ero diversa. Più silenziosa, di quelle che noti dopo tutti gli altri ma che poi fatichi a scordare. Almeno, mi piaceva pensarlo.
Non si era innamorato di me, allora. No. Si era invaghito di Chiara. Una cosa ovvia e inevitabile, come un temporale dopo giorni dafa. Chiara era brillante, parlava e rideva più forte di lui, sapeva entrare in una stanza e attirare gli sguardi. Accanto a lei mi sentivo sempre come un acquerello vicino a un olio su tela: non meno bella, solo diversa.
Fra loro era stata una passione lampante, seguita quasi subito da liti senza fine. Io li osservavo da fuori, per anni. Si lasciavano, si riprendevano, litigavano di nuovo. Chiara faceva scenate, Lorenzo sbatteva la porta, poi tornava, poi se ne andava ancora. Era come andare su unaltalena che non si ferma mai.
E in mezzo, cero io.
La prima volta che è venuto da me, dopo la loro prima vera rottura, aveva trentacinque anni e io trentatré. Ha chiamato tardi, con la voce rauca: Posso salire? Certo, ho detto io. Ho messo su una camomilla, sistemato qualcosa da mangiare, e siamo rimasti a parlare fino alle due di notte. Lui parlava, io ascoltavo. Facile, per me. Ho sempre saputo ascoltare.
Poi si è addormentato sul mio divano. La mattina ha preso il caffè, mi ha ringraziata, ed è andato via. Due settimane dopo era di nuovo con Chiara.
Non mi ero offesa. Ho solo tolto la coperta che aveva usato, lho lavata e messa via. E sono andata avanti.
È successo altre volte. Ancora e ancora. Non ricordo più quante. Arrivava dopo dei litigi, a volte restava una sera, a volte qualche giorno. Bevevamo camomilla, chiacchieravamo, lui si calmava, riprendeva fiato, poi tornava da Chiara. Sempre lei, sempre lì.
Non chiamavo amore, questa cosa. Avevo un po paura persino a dirlo. Ma ogni volta che suonava alla porta, sentivo il cuore che si stringe per un attimo, poi si rilassa. Ecco, cè. Di nuovo qui. Vivo, vero, mio. Anche se solo per poco.
Mi sentivo tipo torre di controllo: gli aerei atterrano, fanno rifornimento, e poi ripartono. La torre resta. È sempre lì, pronta a ricevere.
Quella volta è arrivato a fine marzo, con una grossa borsa sportiva a tracolla. Blu, consunta, con una scritta bianca quasi cancellata. Lho guardata ho capito subito che non era solo per una notte.
Rimani a lungo? ho chiesto mentre si toglieva il cappotto.
Non so, ha detto. Almeno le bugie, a me, non ha mai saputo dirle. Magari una settimana. Vediamo.
Ok. Metto su il bollitore.
Ho preparato lacqua, la camomilla. Si è seduto al solito posto, quello che ormai era suo, vicino alla finestra, di spalle al frigo. Ho appoggiato davanti a lui la tazza e ho pensato: eccoci di nuovo qui. Non ero né felice né triste: qualcosa a metà una morbida nostalgia.
È davvero brutta, la situazione? ho chiesto.
Peggio di così, non si può, ha risposto stringendo la tazza tra le mani. Ce le aveva sempre fredde. Ha detto che è stanca. Che non può più andare avanti così. Che ci stiamo solo rovinando la vita a vicenda.
E tu, che cosa hai risposto?
Niente. Ho preso quella roba lì, e ha fatto cenno con il mento verso la borsa, e me ne sono andato.
Sono rimasta in silenzio. Fuori, le gocce scendevano lente dal cornicione, un ritmo quasi regolare.
Margherita Mi ha guardata, dritto negli occhi, la prima volta in tutta la sera. Sei contenta?
Sì, ho detto. Ed era vero. Amaro, forse un po vergognoso, ma vero.
I primi giorni sono stati strani. Non brutti, solo diversi. Io ero abituata alla mia routine: sveglia alle sette, caffè, mezzora a leggere alla finestra, lavoro. Tornare alle diciotto, cucinare qualcosa di semplice, guardare la tv o chiamare la mia amica, Paola. Letto alle undici.
Lorenzo rompeva tutto quel ritmo, senza cattiveria. Si svegliava dopo, voleva chiacchierare mentre io già pensavo alla riunione in ufficio. Lasciava le sue cose dappertutto. La tv sempre alta. In bagno ci restava uneternità.
Però cera altro. La sera cenavamo insieme, ed era bello. Semplicemente, bello. Lui raccontava qualche aneddoto, io ridevo. Ho cucinato la lasagna seguendo una vecchia ricetta trovata su una rivista, lui ne ha mangiate due porzioni e mi ha detto che era la cosa più buona che avesse assaggiato negli ultimi anni. Guardavamo insieme film vecchi, discutevamo sui finali. La domenica, al mercato, lui portava la borsa pesante di verdura e io mi sentivo a casa.
Una settimana, poi unaltra, poi un mese. Una notte mi sono svegliata e, al buio, ascoltavo il suo respiro dietro il muro. Ho pensato: e se fosse questo, il vero amore? Non spettacolare, non rumoroso come con Chiara. Ma così. Silenzioso e solido, come una casa che dura da tanto.
Ne ho parlato con Paola, davanti a un caffè al bar. Lei ascoltava attenta, sorseggiando il suo solito cappuccino. Poi silenzio.
Margherita, sei sicura?
Lo sai anche tu cosa vorresti dirmi.
Sicura?
Che non durerà. Che lui andrà via. Che è sempre stato così.
Paola ha fatto girare il cucchiaino nella tazza.
Ma ora, tu, sei felice? Non domani, non chissà quando. Adesso?
Ci ho pensato, davvero, senza cercare la risposta giusta, solo quella vera.
Sì. Ora sì.
Allora vivitela, ha detto lei. Basta proiettarsi avanti.
Ci ho provato, sul serio.
Abbiamo vissuto insieme quattro mesi. Aprile, maggio, giugno, luglio. Quattro mesi che ricordo quasi giorno per giorno. La prima volta che ha portato un ramo di lilla da sotto casa, la litigata per una stupida sciocchezza, silenzio per due ore, poi lui che viene e dice: ho esagerato. Un sabato intero in casa, io sul divano a leggere, lui che sistema roba sul balcone. E in tutto, una vicinanza tranquilla, come se stessimo bene, senza sforzi.
Ho iniziato a ragionare al plurale: andiamo, dobbiamo. Non solo io. Era naturale. Non ho fatto nulla per fermarlo, quel noi.
Anche lui era cambiato. Più calmo, parlava meno di Chiara. A volte mi guardava con un calore diverso, nuovo. Forse, pensavo, questo qui è quello che aspettavo da anni.
Le chiavi. È stato lui a chiedere quelle di scorta. Le ho fatte subito, senza troppi giri mentali. Piccole, fredde, eppure sentivo più caldo nel cuore.
Era inizio luglio.
A metà mese una telefonata.
Io ero in cucina, lui in sala con il portatile. Il suo cellulare ha squillato di colpo, forte. Io non ci ho fatto caso. Però poi, silenzio uno di quelli in cui senti che qualcosa cambia, anche se non sai cosa.
Sono andata a vedere. Lui, in pieno soggiorno, con il telefono giù e lo sguardo nel vuoto.
Lorenzo?
Mi ha guardata. E ho capito. Non con la testa, con qualcosa dentro.
Chiara. Ha dei problemi grossi. È sola, ha bisogno di me.
E così. In un attimo. Niente spiegoni. Solo un nome: Chiara.
Ho capito.
Margherita
Vai.
Aspetta, lascia che ti spieghi
Non serve, ho detto a bassa voce. Capisco. Vai.
È rimasto un attimo. Ci siamo guardati. Poi via, in ingresso a recuperare la borsa blu. Era sempre lì, nellangolo, come se sapesse che il suo momento sarebbe arrivato.
Ti chiamo, ha detto dalla porta.
Va bene.
Ha chiuso la porta. Ho sentito il click. Ero lì, in mezzo al salotto, immersa in un silenzio che adesso era pieno solo della sua assenza.
I primi giorni non ho pianto. Stranissimo: me lo aspettavo, mi preparavo. E invece niente. Solo vuoto, come quando sposti un vecchio mobile e resta unombra chiara sul pavimento. Non è dolore. Ancora no. Solo vuoto.
Al lavoro tutto normale. Faccio la contabile in uno studio edile qui a Milano. I numeri non chiedono come stai: vogliono solo tornare.
Il quarto giorno ho cucinato la stessa lasagna. Non so nemmeno perché. Stessi ingredienti, stesso stampo. Tagliata una fetta, mangiata. Buonissima. Troppo buona, insopportabilmente buona.
È lì che sono arrivate le lacrime. Lacrime da bambina, tonde e scomposte. Poi mi sono lavata il viso, ho finito la camomilla, sono andata a dormire.
Paola il giorno dopo si è presentata senza avvisare. Apri, sono giù. Dai. Pacco di pane e biscotti in mano, mi abbraccia. Nessuna lacrima, sono finite tutte nella lasagna.
Racconta, dice.
Non cè nulla, rispondo. Lo sai già.
Lo so. Ma dillo lo stesso, fa bene.
Racconto di luglio, della chiamata, della borsa, del ti chiamo che non è ancora arrivato dopo più di una settimana.
Lo aspetterai? domanda Paola.
No. Sono stanca di aspettare. Lho fatto tutta la vita. Nemmeno so quando ho iniziato. Lui non mi ha mai scelta davvero. Veniva solo quando non aveva dove andare. Sai che sono stata per lui?
Cosa?
Laeroporto di riserva. Sempre pronto, luci accese, pista libera. E lui sapeva che poteva atterrare quando voleva.
Paola mi ha guardata.
Da quando lo sai?
Da sempre. Ma adesso lho capito davvero.
Ho capito la differenza tra sapere e capire. Per anni sai una cosa ma vivi come se non fosse vera. Poi, la capisci, e smetti di fingere.
Agosto lo passo in uno strano torpore. Non buio. Solo quieto. Lavoro, casa, cibo, letture. Camminate lunghe la sera sui Navigli, mentre il sole si rifrange sullacqua. Guardo la mia città come se fossi turista.
Un giorno passo davanti a una vetrina e mi specchio. Donna in un trench chiaro, capelli sistemati. Non giovane, ma nemmeno vecchia. Stanca, ma non spezzata. Cosa vuoi tu? Non lui, non Lorenzo. Tu. Risposta non cè, ma che bella la domanda.
Settembre: sposto i mobili. Parte tutto dal divano, capisco che sta nella posizione sbagliata, copre la luce, rimpicciolisce il salotto. Lo trascino e mi metto a riorganizzare tutto, da sola. Ora, respiro meglio. E mi chiedo: perché non lho fatto prima? Forse avevo paura di cambiare, paura che tornasse e dicesse: che hai combinato qui?
Ora non ho più paura.
Compro tende nuove. Lino chiaro, disegni piccoli. Prima erano blu scuro, assorbivano il sole. Ora la stanza si riempie di una luce dorata, strano accorgersene dopo cinquantun anni.
A ottobre mi iscrivo a un corso ditaliano avanzato. Lo desideravo da tempo. Credevo non fosse il momento. Vado. Il gruppo è misto, linsegnante giovane e simpatico, ci fa cantare Torna a Surriento in coro, ridiamo come scemi. Ma che cazzecca la lingua italiana a Milano?, mi chiede Paola al telefono.
Voglio andare a Barcellona, le dico ridendo.
Margherita, lì parlano spagnolo.
Lo so. Ma inizio con litaliano. Son simili.
Alcuni progetti nascono così: perché ci piacciono, senza che ci sia un motivo ben ragionato.
Ho trovato Barcellona per caso, sfogliando foto su internet. Le immagini non erano mai da cartolina: strade allalba, mercato, un vecchietto in panchina, una gatta rossa su un davanzale. Dentro ho sentito: voglio andare lì. Non per una settimana, non per turismo: viverci un po, annusare quellaria.
Ho scritto su un post-it: Barcellona, primavera. Due parole sul frigo.
A novembre è arrivato il freddo e ho preso labbonamento in piscina. Nuotavo la mattina prima del lavoro, mezzora in acqua. Il modo migliore per partire. In acqua non pensi a niente, solo al ritmo.
A volte pensavo a Lorenzo. Se stava con Chiara, se erano felici. Davvero, non auguravo niente di male. Solo ogni tanto vedo il passato come una vecchia foto: riconosci la scena, ma quello che provi è schiacciato dalla distanza.
Dicembre, Paola mi ha invitata a Capodanno da amici suoi. Allinizio non volevo, poi sono andata. Ho conosciuto gente nuova, abbiamo riso, brindato, e a mezzanotte mi sono sentita leggera. Come se finalmente mi fossi tolta uno zaino pesante che neanche ricordavo di portare.
A gennaio e febbraio ho continuato con piscina e corso ditaliano, letto romanzi trascurati da anni, sistemato larmadio, buttato oggetti che non servivano più. Ho trovato la vecchia coperta che Lorenzo aveva usato la prima volta sul mio divano lavata anni prima e dimenticata sopra il soppalco. Ho sorriso. Lho messa nel sacco delle donazioni. Magari scalda qualcuno che ne ha più bisogno.
Marzo. È passato un anno da quella sera della borsa blu. Sto davanti alla finestra con il mio caffè, guardo fuori. Neve sporca, piccioni, donna col passeggino Ma io, io sono completamente cambiata.
Mi ha chiamato un sabato a mezzogiorno, numero sul cellulare, il cuore che fa un piccolo salto. Non dolore né gioia. Solo quel riflesso antico.
Ho risposto.
Margherita, sono io.
Lho visto.
Come stai?
Bene. E tu?
Non molto. Possiamo vederci?
Va bene. Dove?
Da te?
No, ho detto tranquilla. Ci troviamo davanti al portone. Scendo io tra venti minuti.
Pausa, non se laspettava.
Ok. Giù davanti al portone.
Ho finito il caffè, mi sono messa il cappotto, sciarpa, stivali. Davanti allo specchio, sono apparsa calma. Pronta.
Era lì, più magro, un po stanco, lo sguardo che conoscevo bene: speranza mista a disagio.
Ciao.
Ciao.
Abbiamo camminato piano sul marciapiede. Più parlando che andando.
Margherita, devo dirti una cosa seria.
Dimmi.
Questanno sono stato male. Con Chiara è finita. E anche il lavoro, niente più. Adesso non ho niente.
Io ascoltavo, zitta.
Ho pensato tanto a te. Ho capito che sono stato uno stupido. Tu sei la persona vera della mia vita.
Lorenzo
No, lascia che finisca. Voglio provarci davvero. Sono cambiato. Mi dai una possibilità?
Siamo arrivati sotto il vecchio ippocastano, i rami pieni di gemme. Fra poco saranno verdi.
Mi sono fermata.
Lui si ferma, mi guarda.
Sei bellissima, mi dice. Più bella di prima. Comè possibile?
Sorrido appena.
Succede.
Margherita Mi prende la mano. Dimmi qualcosa.
Guardo la sua mano che stringe la mia. Così calda, così familiare. Quella che ho desiderato per anni.
Poi la stacco piano.
Voglio che tu capisca, dico. Non arrabbiarti, solo cerca di capire, daccordo?
Dimmi.
Tu dici di essere cambiato. Ti credo. Ma il punto non sei tu. Sono io.
Che vuoi dire?
Anche io sono cambiata. Solo in modo diverso. Tu hai perso qualcosa e vuoi riaverlo. Io invece ho trovato qualcosa che non voglio più perdere.
Nei suoi occhi cè uno smarrimento spaventato.
Cosa hai trovato?
Me stessa. Fa ridere, forse, ma è così. Finalmente io.
Margherita
Non ce lho con te, non sono arrabbiata. Solo, devi capire una cosa: per anni sono stata il tuo aeroporto di riserva.
Ha provato a interrompermi.
Sì, Lorenzo. Atterravi quando ti serviva, ti riprendevi, e ripartivi. Perché là era tutto più acceso. Chiara era laeroporto principale, tutto luci e movimento. Io ero la pista di provincia, sicura ma invisibile.
Non è vero, ha sussurrato.
Lo è. E tu lo sai. Ma ora, quella pista io lho chiusa. Non contro di te. Ma perché non voglio più essere la seconda scelta. Per nessuno, nemmeno per una brava persona. E tu sei una brava persona, davvero.
Silenzio lungo.
E adesso? ha chiesto.
Adesso ho dei piani. A primavera vado a Barcellona. Studio italiano, faccio piscina, vivo in casa nuova, con mobili e tende nuove, leggo libri che avevo rimandato. Questa è la mia vita. Forse poco spettacolare, ma mia. E dentro, non cè spazio per uno che arriva solo perché altrove non cè posto.
E se sono venuto perché volevo venire proprio da te?
Lho guardato a lungo. Nei suoi occhi, qualcosa di vero. Forse, davvero stavolta.
Forse è così, ho detto. Ma non posso verificarlo. Io non più. Quella Margherita che aspettava, lasciava la porta socchiusa, ormai non cè più. Quella che sono oggi, vive diversamente.
Ha fatto un passo verso di me.
Almeno proviamo, ti prego.
No, calmamente. Non per cattiveria, non per forza. Solo che so come finisce. Lo so troppo bene.
Eravamo davanti al portone. Tutto uguale, solo che era cambiato tutto.
Neanche una camomilla insieme?
No.
Perché?
Ormai è qualcosa di troppo intimo. Sarebbe un nuovo inizio. E io, oggi, non inizio più nulla di vecchio.
Abbassa lo sguardo, poi torna su.
Sei felice? Pure ora?
Ci penso davvero, come quella volta nel bar con Paola.
Sì, proprio ora. Qui e ora, sì.
Bene, dice lui. Credo sia stato sincero davvero. Davvero bene, Margherita.
Restiamo in silenzio.
Magari telefonami ogni tanto, solo per parlare.
Scuoto la testa.
Non serve. Sul serio, ognuno con la sua.
Annuisce, piano, come chi accetta una cosa troppo faticosa.
Barcellona, eh?
Barcellona.
Bellissima città.
Lo so, anche se non ci sono mai stata.
Si gira, va via piano, non si volta. Io rimango a seguirlo con gli occhi. Un uomo che conosco da trentanni. Che ho amato più di me stessa. Che ora lascio andare con sollievo.
Come si lascia una rondine, che aveva solo voglia di volare.
Rientro, salgo le scale. Apro la porta col mio mazzo di chiavi. Casa mia, dove profuma di caffè e tende di lino, dove la luce di marzo accarezza il divano appena spostato.
In cucina metto su lacqua per il tè. Non camomilla: menta. Una nuova abitudine.
Dal frigo stacco il foglietto: Barcellona, primavera.
Ci aggiungo Aprile.
Aprile è quasi qui.
Laeroporto è chiuso. La torre di controllo spegne le luci. E stavolta, salgo a bordo io.
***
Non è stato un passaggio immediato. Prima che arrivassi a questa porta, a questa decisione, ci è voluto un anno intero. Un anno che mi ha cambiata piano. Mese per mese.
Quando Lorenzo se nè andato quella sera di luglio, non ho subito realizzato cosa stessi davvero provando. Col cervello sì. Ma dentro, non volevo crederci. Di nuovo sola.
Nei giorni dopo ho mantenuto la solita routine. Solo che ora cucinavo per uno, mi sembrava stranissimo, dopo quattro mesi in due. Facevo troppo, comunque. Ho tolto la sua tazza dal tavolo una grande, blu, con un bordo scheggiato. Laveva lasciata. Forse apposta.
Lho messa nella credenza, non me la sono sentita di buttarla.
Cinque giorni dopo, mia madre mi ha chiamata. Lei vive a Parma, si sente regolarmente con me, ogni domenica. Quella volta, di mercoledì.
Margherita, va tutto bene?
Sì, mamma.
Hai una voce stanca.
Solo il lavoro.
Sei sola, vero? Se nè andato?
Sono quasi scoppiata a ridere. Le madri lo sentono, da lontano.
Come hai fatto a capirlo?
Sono tua mamma. Come stai?
Sto abbastanza bene, davvero.
Vuoi venire su qualche giorno?
No, qui devo stare un po da sola.
Va bene, ma se ti manca qualcosa, chiama tu.
Sì, mamma. Promesso.
Non lho chiamata, perché il male che temeva lei non è arrivato. Solo tanta stanchezza, e quella solitudine scelta che pesa lo stesso. Ma niente disperazione. E nessun desiderio di farlo tornare. Chissà perché.
Forse perché dentro, già sapevo: era questione di tempo. Chiara non era un episodio, un vecchio errore. Era la sua orbita. Io, lo sapevo.
A fine luglio sono andata dalla parrucchiera, Claudia, che mi taglia i capelli da più di dieci anni. Mi ha fissata dallo specchio, poi ha chiesto solo: Che vuoi fare?
Corti, ho detto. Davvero corti.
Ma quanto?
Spalle. E un colore nuovo. Più chiaro.
Sono uscita dal salone che ero diversa. Non irriconoscibile, ma diversa davvero. Più leggera. Chissà cosaltro è andato via insieme alle ciocche.
In strada la mia vicina, la signora Egle, settantanni, sempre diretta, mi ha fermata:
Margherita! Che sorpresa! Sembri unaltra!
Tagliata i capelli, signora Egle.
Brava! Ti stanno dincanto. Sembri più giovane.
Ma no
Davvero! Quando una donna cambia, è perché qualcosa succede. Buono o cattivo, ma qualcosa.
Tutte e due, le ho detto.
Va bene così, tesoro. Mai ferma.
Settembre: aria nuova, odore di scuola nuova anche se non vai più. Mi è sempre piaciuto settembre, come un inizio anche senza nuove classi in vista. È quello che davvero mi ha dato la forza di cambiare i mobili di casa. Così, di getto. Scaldata dal pensiero: ora respiro meglio.
Ogni tanto durante queste rivoluzioni pensavo a Lorenzo. Spero stia meglio. Davvero. Ho bisogno delle mie forze per altro; non posso sprecare energie per la rabbia.
A ottobre il corso: eravamo in otto, uno voleva partire per Roma, una signora seguiva i film italiani, una coetanea Lucia semplicemente si annoiava in pensione. Ridiamo, giriamo mostre, cinema. Diventa una presenza vera, Lucia: esci e parli senza filtri.
Un giorno mi chiede al bar: Perché studi italiano?
Voglio andare a Barcellona.
Ride: Ma lì, spagnolo!
Ma litaliano suona meglio.
Lo stesso, è bello avere progetti solo per sé.
Novembre, dicembre, gennaio. Piscina, libri, aria nuova. Gennaio ho trovato un vecchio diario, scritto a ventanni. Letto dopo decenni, sembra di vedere una cugina lontana: lei voleva tanto, sognava di più, si tirava indietro su tutto. Ho scritto in fondo: Va bene così. Hai fatto un bel viaggio.
Febbraio è stato tiepido, aria già di primavera. Tanta strada a piedi, una piccola libreria che non avevo mai notato. Entrata, odore di carta e legno, scaffali bassi, proprietario che dormiva dietro alla cassa. Ho comprato una guida di Barcellona, un libro darte, un romanzo solo per la copertina. Il libraio mi ha sorriso: Quello è bello. Parla di cambiamenti.
La guida lho letta subito. Piazze, mercati, la Rambla, i vicoletti, i colori troppi vivi che sembrano inventati. Ho iniziato davvero a organizzare la partenza: aprile, un appartamento piccolo, centrale, vista su un cortile. Ho comprato il biglietto con gli ultimi euro rimasti. Quando è arrivata la mail di conferma, ho sentito una gioia pulita, come non succedeva da anni.
Questa qui, è la mia partenza. Da sola, perché voglio e posso.
Paola, saputa la novità, mi abbraccia. Giusto così, Margherita. Proprio giusto.
Vieni tu?
Voglio, ma stavolta è viaggio tuo.
A marzo chiamo mamma e racconto. Lei subito teme:
Ma torni, ti fai sentire?
Mamma, ho cinquantun anni.
Lo so. Ma chiamami, promesso?
Promesso, mamma.
A volte, la vita è così: biglietti fatti, una telefonata, foto da mandare a casa e la promessa di continuare.
Quando ami dopo i cinquanta, non è per riempire dei vuoti. È per scegliere davvero, ogni giorno, te stessa. Da lì, e solo da lì, cè spazio anche per altro.
Per anni ho aspettato che Lorenzo mi scegliesse. Ho rinunciato alla mia vita, in attesa quando lui Quando lui chiamava, quando lui tornava, quando lui decideva. Ma la vita non aspetta il permesso.
Il permesso te lo dai da sola.
Questo non lo capisci tutto in un attimo. Arriva lento, come il primo caldo in primavera.
Ho capito che non cambi gli altri. Cambi quello che scegli, chi lasci entrare. E chiudere la porta, una volta per tutte senza rabbia è stato fondamentale.
Quando Lorenzo mi ha chiamata quel sabato, stavo riordinando larmadio. Il suo nome sul display non mi ha fatto sobbalzare. Ho pensato, ho risposto.
Sapete il resto: camminata nel cortile, il discorso, il chiarimento.
Mentre parlava, lo guardavo: un uomo buono, stanco, che aveva bisogno daiuto. Forse mi dispiaceva davvero. Ma compassione non significa riaprire la porta.
Potevo restargli umana, eppure dire no.
Forse è questa la saggezza che arriva da donne che hanno visto passare gli anni. Non essere fredde, ma rimanere in sé.
Lui cammina via e io gli auguro pace, davvero. Cinquantatré anni non sono la fine del mondo. Spero trovi il suo spazio. Né Chiara, né io: il suo.
Risalgo i quattro piani, sento il mio fiato regolare. Casa mia, sole di marzo tra le tende, divano nuovo. Sul frigo il biglietto ora con tre parole.
Preparo la menta.
Scrivo a Paola: È venuto, tutto a posto. Risponde subito: Lo sapevo. Brava. Lucia: Cinema domani? Certo! Dove e quando?
Sorrido. Tè col libro sulla Spagna, aprile vicino.
Aeroporto chiuso, luci spente, torre silenziosa.
Laereo che parte ad aprile è il mio. Solo mio.
E la passeggera che sale, per la prima volta, sono io.
Mi chiamo Margherita, ho cinquantuno anni, e davanti a me finalmente cè Barcellona.
***
Il bollitore fa la sua musica. Metto la menta nella tazza, aspetto qualche minuto. Verso linfuso nella tazza bianca, nuova, elegante, che mi sono regalata a Natale.
Prendo la tazza, vado alla finestra. Il marzo che cè fuori non è molto diverso da quello dellanno scorso, eppure tutto è nuovo. Piccioni felici, bimbi che ridono in strada, una donna diversa con la carrozzina.
Bevo il tè.
Questa è solo una storia damore. O forse di quello che succede dopo. Di quanto uno può amare a lungo in modo sbagliato, poi ci mette ancora tanto a ritrovarsi, e in quel ritrovarsi trova qualcosa di bello.
Come si supera una separazione? Ho trovato la risposta così: spostando i mobili, comprando tende nuove, imparando una lingua, nuotando la mattina, entrando in librerie sconosciute, permettendosi di non aspettare.
Non aspettare più.
La parte più difficile e più semplice. Smettere di vivere in attesa. Imparare a vivere adesso.
Perdonare o dimenticare? Nessuno me lha mai chiesto, ma io ci ho pensato. Perdonare, sì, per stare leggeri. Non dimenticare, ricordare senza appesantirsi.
Sono cose diverse.
Finisco il tè, metto la tazza nel lavello. Apro il pc, la pagina della conferma del biglietto in vista. Aprile, MilanoBarcellona.
Guardo lo schermo, sorrido. Senza motivo, solo contenta.
Un mese, e partirò. Volerò dove ci sono i colori diversi, dove il profumo è di arance, dove una gatta rossa guarderà dalla finestra senza curarsi di me. Dove posso camminare piano, mangiare qualcosa di buono per strada, sedermi allombra e basta.
Famiglia, ci pensavo. Parola grossa, ma il senso vero ormai lo conosco: la famiglia inizia da te. Finché non sistemi le cose dentro, fuori non tiene più nulla. Finché non impari ad essere te stessa anche senza applausi, continuerai a cercarli inutilmente.
Ho aspettato tanto. Ora non più.
Un messaggio di Lucia con orario e film. Perfetto, ci vediamo.
Mi metto davanti allo specchio. Donna in vestaglia, capelli spettinati dopo il bagno, occhi sereni. Non felicità da copertina, solo pace.
Annuisco allo specchio.
Oggi cinema con Lucia. Domani italiano. Dopodomani piscina. Fra un mese Barcellona.
La vita va, la mia. Non quella di qualcun altro, non quella fra gli arrivi e le partenze altrui. La mia. Viva.
Aeroporto chiuso.
E da qualche parte tra i tetti, sopra le nuvole leggere di marzo, vola il mio aereo.
Voliamo.
La sera, dopo il film, una chiacchierata con Lucia in un bar, rientro a casa. Tolgo le scarpe, appendo il cappotto.
E mi ricordo della tazza blu, quella col bordo scheggiato. La prendo dalla credenza, la rigiro tra le mani.
Soltanto una tazza. Nulla più.
La metto vicino alla mia tazza bianca. Può restare. Non come ricordo o simbolo. Solo una tazza. Le cose, sono solo cose.
Vado a dormire. Leggo un po, il libro sui cambiamenti.
Succede così: pagina dopo pagina, giorno dopo giorno, e allimprovviso ti accorgi che sei diversa.
Spengo la luce.
Fuori piove, una pioggerellina tranquilla di marzo. Ascolto il rumore, sento la calma dentro. Non vuoto. Non solitudine. Proprio calma. Come succede quando tutto è al posto giusto.
Domani, unaltra lezione ditaliano. Linsegnante ci farà cantare ancora. E canterò a squarciagola.
Dopodomani, piscina.
Tra un mese, Barcellona.
Adesso cè solo questa pioggia e il buio che mi avvolge, e sto proprio bene.
Chiudo gli occhi.
E poco prima di addormentarmi, già vedo: cortile silenzioso, sole daprile, una gatta rossa sul davanzale, io con il caffè che la guardo, e lei guarda me. Siamo tutte e due felici.
Laeroporto di riserva è chiuso.
Ma la pista di decollo, questa sì, è tutta mia.




