Mia zia non voleva prestarmi soldi per avviare la mia attività, ma alla fine sono riuscito a ottenere ciò che desideravo.

Quando ero soltanto un lavoratore comune, come tanti altriguadagnavo uno stipendio modestotutti i miei parenti sembravano volermi un gran bene: mi invitavano a tutte le feste di famiglia, correvano in mio aiuto quando ne avevo bisogno.

Mi ero stufato di questa vita piatta e senza speranze, così presi la decisione di costruire unattività mia da zero, ma non avevo soldi con cui partire. I miei genitori erano morti in un incidente dauto quando avevo appena diciannove anni.

Avevo una zia, Maria, che si era sposata con un uomo benestante. Pensai che sarebbe stato facile ricevere un aiuto da lei, dato che aveva disponibilità economica. Mi sbagliavo.

Maria sosteneva che avviare una propria attività fosse un rischio troppo grande e quindi non volle investire neanche un euro. Non glielho mai davvero rinfacciato; al suo posto avrei forse fatto lo stesso. Era la sua scelta, lho capita, accettata, e non me la sono presa. In banca non ci pensavo nemmeno: tassi dinteresse troppo alti, impossibili per me. Non mi restava che risparmiare su tutto, anche sul cibo, trovare un secondo lavoro e mettere via ogni centesimo per la mia azienda.

Col tempo tutto mi divenne più chiaro: sapevo che tipo dimpresa volevo aprire, quanto denaro mi serviva, quali materiali e risorse dovevo procurarmi. Non avevo intenzione di tirarmi indietro, anche se la strada era tutta in salita. Fin da bambino sognavo di avere qualcosa di mio, e ora, pezzo dopo pezzo, loccasione mi si stava presentando. Lunica cosa che mi feriva erano le battute della zia Maria: ogni volta che arrivavo a una riunione di famiglia, lei scoppiava a ridere e diceva a voce alta:

Ecco, finalmente arriva il nostro grande imprenditore! Onore a noi di poter sederci allo stesso tavolo di un uomo daffari!

Quando finalmente sono riuscito ad aprire la mia agenzia, i miei parenti si sono subito allontanati, specialmente Maria. Ma io non mi sono fermato. Non ero mai stato così determinato. Un anno e mezzo dopo, avevo già inaugurato diverse filiali nella mia città, Bologna.

Fu proprio allora che Maria mi chiamò: suo figlio, Gianluca, stava per iscriversi alluniversità e lei aveva bisogno daiuto sia per le spese che per trovarli un appartamento. A quel punto mia zia era già divorziata e non riusciva a trovare nemmeno un lavoro che le permettesse di arrivare a fine mese, cosìricordandosi di metentò la fortuna.

Io, senza rancore ma con chiarezza, le dissi che non potevo aiutarla. Avevo intenzione di aprire nuove filiali in altre città italiane, e ogni centesimo era importante: il futuro di suo figlio non era la mia priorità. Davanti al mio rifiuto, Maria sparì del tutto dalla mia vita: come se non esistessi più, nonostante non si fosse fatta viva prima di allora.

Ora le mie filiali sono tutte operative. Ogni giorno il business va meglio e meglio, mentre Gianluca è ancora sulle spalle della madre. Nessuno tra i nostri parenti vuole prendersi la responsabilità di aiutarli, visto che la zia ai suoi tempi ci allontanò tutti.

Se oggi guardo indietro, capisco che chi davvero tiene a te non lo fa in base a ciò che puoi o meno offrirgli. La vera forza la trovi solo in te stesso, e la riconoscenza non la si deve elemosinare nemmeno dai propri cari.

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Mia zia non voleva prestarmi soldi per avviare la mia attività, ma alla fine sono riuscito a ottenere ciò che desideravo.