Oggi, 25 aprile. Diario di Giovanni Russo.
Oggi ho finito il mio ultimo intervento della giornata: ho cambiato il rubinetto del bagno per una signora anziana della periferia di Bologna. Stavo già raccogliendo gli attrezzi per tornare a casa quando dalla ditta mi hanno telefonato chiedendomi di fare unultima tappa, sempre in città, per dare un occhio a un rubinetto che perdeva in una cucina.
Lavoro da ormai sei mesi in una piccola impresa di manutenzione idraulica e pulizie domestiche. Non mi posso lamentare: il lavoro è onesto, lorario flessibile e mi consente di arrotondare la pensione.
Arrivato allindirizzo, mi ha aperto la porta un ragazzino di circa dieci anni, serio, e accanto a lui una bimba un po’ più piccola, capelli biondi, sguardo furbetto.
E i tuoi genitori sono in casa? ho chiesto, sorpreso.
Al lavoro ci dicono di non entrare mai negli appartamenti senza la presenza di un adulto.
Mamma torna tra poco, entri pure! Il rubinetto della cucina gocciola sempre; io ci ho messo il nastro adesivo ma non serve a niente. Non si preoccupi per il pagamento, abbiamo i soldi, mi ha rassicurato il bambino.
Così sono entrato e mi sono messo al lavoro, fidandomi delle sue parole, mentre la sorellina osservava attenta ogni mio movimento.
Anche il tavolo è storto e la gamba balla, e il pulsante della luce non funziona ha detto dimprovviso la bambina.
Papà lavrebbe aggiustato tutto, ma il nostro papà fa il pilota. Vola lontano, eh, sempre lontanissimo e non torna mai a casa, continuava lei, ripetendo con convinzione le parole probabilmente sentite dalla mamma.
Dopo mezzoretta, la mamma è arrivata, visibilmente stanca. Avrà avuto trentacinque anni, discreta, il volto segnato da una giornata che voleva solo finire in poltrona.
Era sorpresa dalliniziativa dei figli.
Non riuscivi mai a chiamare qualcuno, mamma! le ha spiegato il figlio. Ora ho fatto tutto io.
La donna si è subito scusata per il disagio e mi ha pagato 40 euro, mi ha consegnato con precisione.
La bambina ha ricordato il tavolo e il pulsante rotto: ci siamo accordati per rivederci lindomani e ho lasciato il mio biglietto da visita.
Mentre prendevo la giacca, il bambino, Tommaso, mi ha seguito fino ai cassonetti per buttare la spazzatura.
Non abbiamo nessun papà pilota davvero! Se lo inventa la mamma. Crede che siamo troppo piccoli per capire, ma io lo so: se ci fosse, almeno una volta sarebbe tornato. E pure i regali che riceviamo, dice che vengono da papà, ma io lho vista comprare lei la bambola ad Agata per il compleanno. Che ne pensa lei, signor Giovanni?
Beh, forse ha i suoi motivi magari succede davvero che non possa tornare, ho provato a consolare il ragazzino, ma mi ha guardato serio e non ha risposto.
A casa, quella sera non ho trovato pace. Pilota. Quella parola mi ha scosso profondamente. Anchio, un tempo, ero un pilota.
Ho vissuto a Milano per anni, volando da una città allaltra, anche all’estero. Mio padre era entusiasta, mia madre meno. Mi sono sposato, ma mia moglie non voleva sentir parlare di una vita sempre tra le nuvole.
Tu voli tra le nuvole e io resto a lavare piatti e cambiare pannolini? Nemmeno per sogno!
Poi suo padre e sua madre sono partiti per la Svizzera, dai parenti. Volevano portarci con loro. Io ho rifiutato: amavo volare troppo per lasciare tutto. Lei invece mi ha lasciato ed è partita da sola.
Ho continuato a volare ancora un po’, finché una brutta polmonite non mi ha costretto a smettere. Pensione anticipata, discreta liquidazione e tanta solitudine. Così sono tornato a vivere a Imola, a casa con mamma. Ma lei è mancata quasi subito. È stato un periodo nero: mi sono lasciato andare, frequentando cattive compagnie fino a quando una notte, in sogno, mia madre mi ha guardato negli occhi e si è messa a piangere.
Il mattino dopo, ho mandato via tutti. Ho ridipinto le pareti, sistemato lappartamento ma la solitudine mi schiacciava.
Sfogliando il giornale del paese, ho visto un annuncio: Cercasi idraulici con auto propria. Ho chiamato. Ora, finalmente, le mie giornate hanno un senso.
Il giorno dopo, Tommaso mi ha spalancato la porta con il sorriso. La loro mamma, Francesca, era già a casa, sorpresa di vedere che ero arrivato così puntuale.
Ho riparato la gamba del tavolo, fissato il pulsante e raddrizzato la mensola storta. Poi, dando un’occhiata al bagno, ho notato che c’era ben più di una semplice perdita.
Qui serve un bel restauro completo, le ho detto.
Se se la sente di farlo lei, va bene! I soldi ci sono, dovrebbero bastare, mi ha risposto Francesca. Mi ha raccontato che lavorava come educatrice allasilo.
A fine giornata, mi hanno invitato a cena. Non me la sono sentita di rifiutare: i bimbi ridevano, continuavano a chiedermi storie di aerei e mari lontani.
La serata è volata. Dopo cena, i piccoli sono crollati addormentati sul divano. Io e Francesca abbiamo continuato a parlare, come non mi succedeva da anni. Lei ascoltava, gentile e saggia, con uno sguardo carico di una dolcezza antica.
Non aveva mai avuto davvero un compagno solido. Due storie sfortunate, due bambini con tre anni di differenza e nessuno pronto a rimanere. Il papà pilota era una favola inventata: avrebbe spiegato tutto ai figli, un giorno, quando sarebbero stati pronti.
Era ormai mezzanotte quando sono andato via. Ho promesso di tornare il giorno dopo: in quella casa il lavoro non mancava di certo.
Quella sera stessa, mi prese un impulso: rovistai nellarmadio e trovai la vecchia uniforme da pilota, la spazzolai e ci misi la spilla con le ali. Presi fiori e una torta alla panna dal bar sotto casa e la sera dopo mi presentai così.
Quando Agata mi vide sulla soglia con il mazzo di fiori e la torta, gridò:
Papà, papà! È tornato il nostro papà pilota!
Sono tornato solo che non vi avevo riconosciuto subito troppo tempo senza vedervi, vero Francesca? e la guardai negli occhi, chiedendo silenziosamente il suo consenso.
Lei sorrise e annuì. Da quel momento, la famiglia di Francesca divenne la mia. Tommaso ci mise un po a fidarsi, ma poi mi accettò davvero come padre. Ho adottato entrambi i ragazzi, e dopo un anno e mezzo è nato un altro maschietto: il più bel regalo che potessi ricevere alla mia età.
Ho imparato che, a volte, una famiglia può nascere davvero per la seconda volta e che la felicità, proprio come un volo, può decollare quando meno te lo aspetti. Bisogna solo avere il coraggio di salire a bordo ancora una volta.




