L’illusione del tradimento

Lillusione del tradimento

Ma davvero vuoi che venga con te? Marco inclinò leggermente la testa e guardò Lucia con un sorriso un po sornione, caldo, curioso. Negli occhi aveva un lampo divertito, e la sua voce era pervasa da una sfumatura di lieve incredulità. Cioè, mi fa piacere conoscere la tua famiglia, per carità, però

Ma certo! Lucia si aggiustò una ciocca di capelli dietro lorecchio, il viso le si era appena arrossato per lemozione. Cercò la mano di lui, intrecciando le dita con le sue, come se quellabbraccio fosse la sua ancora. Devono per forza vederti! Gliene ho parlato così tanto che la mamma quasi ti considera di famiglia. Ieri mi ha chiesto che cosa ti piace mangiare! Ci pensi?

Marco rise piano, ma senza protestare. In fondo gli faceva piacere sentire che Lucia parlava di lui così volentieri. Lei aveva ventanni, sempre piena di vita e contagiosa allegria, con un sorriso aperto e un viso che brillava ogni volta che lo guardava: per Marco era come una boccata daria fresca di primavera dopo mesi di grigiore. E quasi senza rendersene conto, in pochi mesi si era già sentito parte del suo piccolo universo fatto di risate, passeggiate improvvisate sui Navigli e ottimismo irrefrenabile.

La domenica era limpida e frizzante cielo blu intenso sopra Milano, laria fresca che annunciava larrivo dellautunno. Lucia indossava il suo vestitino a fiorellini, quello che ogni volta sembrava sottolineare la sua giovinezza e la sua leggerezza, mentre Marco scelse dei jeans scuri e una camicia azzurra: abbastanza casual, ma comunque curato, sperando di trovare il giusto equilibrio tra rispetto per la famiglia di Lucia e il suo stile.

Durante il tragitto, lei continuava a lanciargli occhiate di traverso, come se cercasse conferme che fosse davvero lì, che non ci avesse ripensato. Strizzava nervosamente le dita sullorlo del vestito, lo sguardo che scappava dai suoi occhi e subito ci tornava.

Sei agitata? le chiese Marco, accorgendosi di quella tensione sulle sue mani. Le strinse piano le dita, trasmettendole serenità.

Un po, dai È importante, capisci? Voglio che tutto sia perfetto! Sono sicura piacerai loro. Ma cè anche Gaia mia sorella. Lei un po mi invidia non ha mai avuto una storia seria. E ho paura, ecco.

Gaia aveva cinque anni più di Lucia: alta, slanciata, i capelli raccolti in una coda ordinata. Laureanda in legge, lavorava in uno studio notarile, tutta dun pezzo, elegante, sempre impegnata tra tirocini e ufficio. Appariva così adulta e se magari Marco si lasciava incuriosire proprio da lei? Lucia non poteva permetterlo.

Appena entrarono nellappartamento in via Vallazze, Lucia notò subito che Gaia sembrava vestita in modo insolito: un abito nuovo, nero con una scollatura audace, tacchi alti, e un trucco leggerissimo che esaltava i suoi lineamenti. Era davanti allo specchio dellingresso, cercando di sistemare gli orecchini, e non sembrava aspettarsi di vederli così presto.

Oh, siete già arrivati disse Gaia, senza voltarsi del tutto. Lalzata di sopracciglio e il tono leggermente gelido rimbombavano nella stanza. Vi aspettavo più tardi.

Abbiamo finito prima al parco ribatté Lucia con un sospiro tradito. Tu stavi uscendo?

Ho una cena fuori con le ragazze rispose Gaia, passandosi una mano tra i capelli, appena soffermandosi su Marco. Sì, niente male, si disse tra sé. Pensavo di uscire prima del vostro arrivo.

Marco, per tutta risposta, sorrise: voleva sciogliere la tensione. È un piacere sei davvero elegante.

Lucia sentì un morso di fastidio nello stomaco. Conosceva quel tono di voce, gentile ma carico di ammirazione vera. E sapeva quanto Gaia sapesse colpire.

Grazie rispose Gaia, senza cambiare espressione. Non aveva alcuna intenzione di giocare a fare la seduttrice, aveva accettato quellosservazione con la stessa naturalezza con cui si saluta il portinaio.

Per Lucia però bastava. Si sentì avvolgere dalla gelosia improvvisa, feroce, quasi cieca.

Ma certo! scattò sarcastica e più forte del necessario. Sempre tu al centro dellattenzione, vero? Anche oggi, col mio ragazzo a cena Deve sembrare una competizione!

Oh Lucia, piantala Gaia aveva appena la pazienza di chi sopporta la solita scena. Non volevo nemmeno esserci. Me ne stavo andando. Sei sempre tu che drammatizzi.

Sì, con questo vestito e quella scollatura, solo per vedere delle amiche? Ma chi ci crede! È ovvio che vuoi impressionare Marco. Sei gelosa, perché a me le cose vanno bene. Lo fai sempre!

Ma ti ascolti? Gaia alzò le mani, il tono poco più che esasperato. È il mio solito modo di vestire, Lucia! Datti una calmata.

Marco le guardava in silenzio, cercando di capire come si fosse gonfiata quella nube così in fretta. Davvero bastava un complimento innocente per scatenare tutto questo?

Dai Lucia, fermiamoci un attimo cercò di intromettersi Marco, avvicinandosi. Calmiamoci, sediamoci un attimo e parliamone con calma

Ma lei era ormai in preda alle emozioni, col sangue che batteva nelle tempie.

Sempre così! gridò Lucia, la voce che rimbalzava sulle pareti. Sei la sorella maggiore, sei bella, intelligente, elegante tutto deve girare intorno a te, eh? E io? Sempre da parte, sempre lombra!

Ma basta ringhiò Gaia, gli occhi scuri che lampeggiavano rabbia. Non è mai stata una gara, Lucia.

Per te, magari! Ma io lo sento, lo vivo ogni volta!

In quel momento arrivarono i genitori. Il papà, Signor Riccardo, con limmancabile maglioncino e il giornale sotto braccio, si fermò sulla soglia, lo sguardo severo e rassegnato. La mamma, la Signora Clara, uscì dalla cucina ancora col grembiule, laria stanca e delusa.

Ma che succede qui? chiese il padre senza troppa convinzione, come chi ha già assistito troppe volte a scene simili.

Mamma, papà Lucia si girò verso di loro, la voce rotta. Vedete? Gaia si è vestita così apposta per farsi notare da Marco! Per farvi vedere che è meglio di me!

Clara sospirò profondamente e scambiò unocchiata con Gaia, più di rimprovero verso la situazione che verso una delle figlie in particolare.

Gaia, non potevi vestirti più semplice? Sapevi che Lucia portava il ragazzo. Non potevi evitare? borbottò la madre, senza accusare esplicitamente Lucia. Si poteva pensare a una cena in famiglia, no?

Ma davvero, mamma? sbottò Gaia, sullorlo di perdere la pazienza. Stavo per uscire, punto. È Lucia che vede malizia ovunque.

Ecco! Lucia puntò il dito, ormai più per disperazione che per logica. Sempre la colpa agli altri.

Marco compì un altro tentativo: Ragazze, non è il caso, davvero, facciamo una pausa

Ma Lucia non ascoltava più. Allimprovviso, accecata dalla gelosia, si avventò verso Gaia afferrò il bordo dellabito e tirò. Un rumore sordo, la stoffa che si strappa vicino alla spalla.

Sei fuori di testa? sussurrò Gaia, dolorosamente ferita più nellorgoglio che dallabito strappato. Ti serve uno psicologo, Lucia!

E tu cosa pensi di fare? replicò Lucia tra i singhiozzi, tutta rabbiosa. Guardi Marco, cerchi di impressionarlo

Non me ne frega niente di Marco Gaia fece un passo indietro, glaciale. Sei tu che ti inventi le cose.

I genitori rimasero ai lati della scena, spettatori silenziosi. Riccardo riprese il giornale, fingendo che fosse tutto passato. Clara scosse la testa, ormai rassegnata.

Gaia, cerca solo di avere un po di comprensione per tua sorella, suvvia sospirò la madre.

Comprensione? Gaia strinse i pugni per contenere la rabbia. Oggi basta, ho già dato.

Lucia si voltò verso Marco, disperata, aspettandosi sostegno:

Dille che ha torto, Marco. Per favore!

Lui rimase zitto un istante, poi rispose piano, evitando di guardarla negli occhi:

Lucia, mi sembra tutto un malinteso. Non credo Gaia abbia fatto nulla di male. Mi dispiace si sia finiti così.

Lo sguardo di Lucia si fece più duro, la voce incrinata:

Quindi dai ragione a lei? Dopo tutto quello che ti ho detto?

Marco si passò la mano nei capelli, trattenendo il respiro:

Non è una questione di schierarsi. È che si poteva passare una bella serata, invece sono volate solo parole, urla e un vestito strappato.

Gaia, in silenzio, si lasciò andare a un sorriso amaro:

Già, bellissima serata. Grazie Lucia.

Toccò il bordo strappato dellabito con le mani tremanti. In quel momento sembrava solo tanto stanca, svuotata, come chi non ne può più di combattere coi fantasmi degli altri.

Lucia rimase immobile, lo sguardo perso tra Marco e Gaia, e nel profondo della sua tempesta emotiva iniziava a scorgere la verità: forse aveva davvero esagerato.

Non non volevo sussurrò, ma nemmeno lei ci credeva.

Clara si avvicinò a Gaia, con voce materna:

Lascia che provo a cucire il vestito

Non fa niente, mamma. Mi cambio e vado. Mi aspettano già.

Riccardo posò il giornale, per una volta deciso:

Ora basta. Lucia, sarebbe il caso di chiedere scusa. Gaia, anche tu puoi essere più comprensiva. Lucia ha un carattere sensibile.

Ma era tardi ormai. La diffidenza aveva messo le sue radici.

Nei giorni successivi tutto sembrava più freddo in casa. Marco si trasferì momentaneamente da Lucia stavano facendo lavori nella sua casa, i vicini avevano allagato tutto e i genitori assegnarono a loro la stanza degli ospiti, lasciando Gaia in camera sua, ma il clima era ormai glaciale. Ogni parola, ogni sguardo, era filtrato attraverso la lente della vecchia rabbia.

Una mattina Lucia trovò Gaia in cucina a prepararsi un tè, occhi cerchiati e una pila di appunti davanti: quel giorno Gaia aveva un esame difficile.

Lo fai apposta, eh? sibilò Lucia, senza nemmeno salutare. Fai finta di studiare mentre in realtà aspetti solo che entri Marco

Gaia posò la tazza con un piccolo rumore. Per la prima volta, Lucia vide chiaramente quanto fosse stanca la sorella le occhiaie profonde, persino qualche filo bianco tra i capelli tirati.

Lucia disse Gaia a bassa voce, incredibilmente ferma Voglio solo bere il mio tè. Oggi ho un esame importante. Sul serio, mi gioco il futuro.

Esame o scusa per pavoneggiarti? ribatté Lucia, a braccia conserte, ma qualcosa dentro di lei vacillava.

Ma la smetti? Gaia si voltò di scatto, ma non urlò Perché devi trasformare tutto in una tragedia inutile? Non puoi essere contenta un po per me, o solo per te stessa?

Perché tu sei sempre stata la migliore gridò Lucia, battendo il piede. Sei grande, più sveglia, più bella E ora vuoi portarti via anche Marco, lunico che mi vuole bene!

Gaia si irrigidì. Scivolò nei suoi occhi una ferita antica, profonde cicatrici mai chiuse. Ma la mascherò subito dietro alla solita faccia impassibile:

Se la pensi così mormorò allora io davvero qua non centro più.

Fece per lasciare la stanza. Lucia la guardò iniziare a mettere le sue cose in una valigia, ma lorgoglio le impedì di chiamarla.

Il giorno dopo, Gaia se ne andò davvero. Chiamò una sua amica, che le offrì subito il divano per qualche settimana. Finalmente si sentì respirare di nuovo.

Allinizio fu dura. Valle del Ticino, le mattine silenziose. Gaia sentiva la mancanza di casa, delle battute del padre, del profumo della lasagna domenicale. Ma poco a poco sentiva il peso dalle spalle diminuire: poteva scegliere come vivere, con chi parlare, a che ora fare colazione.

Alluniversità andava tutto bene, gli esami scorrevano, Gaia si buttava nei libri, si fermava la sera a leggere o usciva a bere una cioccolata calda con lamica. E per la prima volta da anni si sentiva davvero libera, padrona di sé.

I genitori la chiamarono un paio di volte, ma finivano sempre per darle addosso che aveva reagito troppo, che aveva frainteso la sorella, che in fondo era solo una lite tra ragazze. Gaia si stufò di sentirsi colpevole, e a poco a poco smise di rispondere.

*************************

Dopo due mesi, Lucia e Marco stavano ancora insieme, ma il rapporto era ormai al capolinea. La gelosia di Lucia, le sue continue scenate e insicurezze avevano sfinito Marco. Cercava di spiegarle che il problema era dentro di lei, nei suoi pensieri, non in Gaia, ma Lucia non voleva sentire ragioni.

Una sera, Marco raccolse le sue cose.

Non ce la faccio più disse piano, in corridoio, la voce pacata e stanca. Ormai ogni mio gesto finisce sotto processo. Non posso vivere costantemente in bilico.

Te ne vai? Per colpa sua? Lucia non si mosse, stravolta.

Non per Gaia Marco scosse piano la testa. Per te. Hai confuso la realtà con le tue paure. Alzi muri e poi ti lamenti che non riesco a raggiungerti.

Se ne andò, lasciandola sola, la porta che si chiudeva silenziosa sulla sua vita. Lucia rimase seduta a terra davanti al letto a piangere: pianto lungo, disperato, finalmente liberatorio.

E quella notte, per la prima volta, si domandò: E se Gaia non avesse colpe? E se tutto fosse stato solo nella mia testa? Quanta gente ho allontanato per la mia paura?

I genitori, saputo della rottura, si preoccuparono più per la gestione della casa che dei sentimenti della figlia. Latmosfera pesava. Lucia non faceva nulla, chiusa nella sua camera tra telefono e serie tv, mentre la madre si occupava di tutto, dal bucato ai pasti, sempre più affaticata.

Quando a casa la situazione diventò ingestibile la pila degli stracci da stirare non scendeva mai, la cucina era in un perenne stato di guerra chiamarono Gaia.

Gaia rispose dopo un po era in biblioteca, immersa nelle slide. Allinizio tremò, credendo di tornare a sentire la solita lista di rimproveri, ma si costrinse a richiamare.

Gaia, cara la voce della madre stavolta era morbida, quasi supplichevole. Ma non torni a casa? Qui non ce la facciamo più.

Gaia strinse il telefono, trattenendo il respiro.

Perché dovrei tornare, mamma?

Tutto è difficile, il papà con la schiena, io che non sono più una ragazzina E Lucia non sta bene la madre cercò la formula giusta, camminando in punta di piedi sulle parole.

Ho una vita, mamma. Università, lavoro, una casa. Non posso tornare come se nulla fosse successo. Dopo quella scenata, labito strappato, le accuse non ce la faccio.

Ma Marco non cè più! la voce di Clara stavolta era più dura. Adesso tornerà tutto a posto, vedrai, sistema tutto

Non è Marco il problema, mamma Gaia sospirò. Se poi dovessi fidanzarmi di nuovo, la commedia ricomincerebbe da capo?

Dallaltra parte del telefono silenzio.

Insomma ci abbandoni? tirò fuori la madre, quasi offesa.

Non abbandono nessuno. Solo ho scelto per me.

Fece una pausa, decisa ad essere sincera: A proposito, sto con qualcuno. Si chiama Giovanni. Fa il programmatore. Stiamo pensando di andare a vivere insieme. E sono davvero, finalmente, felice. Non ci tengo a conoscerlo in famiglia, perdonami, ma non voglio mettere tutto a rischio. Basta drammi.

Allaltro capo della linea, la madre faticò una manciata di secondi a rispondere.

Ho capito beh, in bocca al lupo allora.

Grazie, mamma.

Rimasero in silenzio qualche secondo, poi Gaia chiuse la chiamata. Si sentiva, finalmente, leggera come non le era mai capitato. Intorno, i ragazzi parlavano, cera odore di caffè istantaneo e fuori Giovanni la attendeva sotto la pensilina.

Quando si incrociarono, lui le sorrise e Gaia sentì una fierezza nuova.

Tutto a posto? chiese accarezzandole la mano.

Sì rispose lei, stringendogli le dita Hanno provato a chiamarmi a casa. Ma io rimango qui, con te.

Lui annuì e la baciò sulla fronte.

Vieni? Gli amici ci aspettano, si va a mangiare una pizza tutti insieme. Questo fine settimana pensiamo a una gita sul Garda

******************

Lucia, rimasta sola, iniziò lentamente a capire: il problema non era Gaia. Rivide mille volte la scena del vestito spezzato, Gaia sotto shock, e le sue stesse mani tremanti. Eppure lorgoglio le impediva di chiamare per scusarsi. Preferiva rifugiarsi nella sua camera, smartphone e serie tv per anestetizzarsi.

Anche quando i genitori tentavano di coinvolgerla nelle faccende, Lucia si chiudeva a riccio. Una sera Clara perse la pazienza.

Lucia, su, così non si può. Stai chiusa in camera da settimane. Basta, rialzati.

Che devo fare? Sono sola. Marco se nè andato, Gaia pure. Tanto non mi avete mai capita. State sempre dalla sua parte.

Ma che dici? intervenne Riccardo, serio, stanco. Nessuno sta contro di te, ma devi dare una mossa. Sei tu che hai allontanato tutti. Hai costruito muri e ora ti sembra che il mondo ti abbia abbandonata.

Lucia guardò suo padre, poi la madre. Si accorse di quanto fossero cambiati, invecchiati allimprovviso.

Forse hai ragione. E da dove parto? sussurrò.

Da una piccola cosa propose Clara, tenera. Vieni domani a darmi una mano in cucina. E poi chiama Gaia. Chiedi scusa, provaci almeno. Non aspettarti miracoli, ma non restare immobile.

Non chiederò mai scusa borbottò Lucia, testarda.

Sua madre sospirò. E pensò, amaramente: che peccato, quanto sarà difficile per Lucia crescere se non impara mai a chiedere scusaIl giorno dopo, Lucia restò a lungo distesa nel letto, fissando il soffitto. Alla fine si alzò, indossò una felpa larga, scese in cucina e si unì alla madre senza dire nulla. Per mezzora pelarono patate e spuntarono fagiolini in silenzio, ma la madre ogni tanto le offriva una carezza leggera sulle dita, come a dirle ci sono.

Nel pomeriggio Lucia prese in mano il telefono per la prima volta non per distrarsi, ma per qualcosa di più difficile. Scorse la rubrica, fermandosi su Gaia. Il pollice tremava sopra il tasto di chiamata. Si passò la lingua sulle labbra, sentendo la paura che stringeva la gola.

Non chiamò. Ma scrisse.

Ciao Gaia. Non so se questo cambierà niente, ma volevo dirti che mi dispiace. Non solo per il vestito. Per tutto quanto. Spero che tu sia felice, te lo meriti.

Mandò il messaggio in mezzo secondo, come si lancia un sasso in uno stagno. Subito pensò di cancellarlo, ma lasciò il dito lontano dallo schermo. Era fatta.

La risposta arrivò la sera, quando lei già non sperava più.

Grazie, Lucia. Anchio ti auguro di trovarla, la tua felicità. Ma stavolta, cerca dentro di te. Quando vorrai, saprò ascoltarti.

Poi, nientaltro. Nessun cuore, nessuna promessa. Ma per la prima volta dopo mesi Lucia sentì qualcosa sciogliersi nel petto: una fitta dolceamara, simile alla nostalgia, ma che assomigliava anche alla speranza.

Quella sera, a tavola, sorrise ai genitori senza costrizione, e promise a sua madre che lavrebbe aiutata ancora la domenica, magari preparando insieme i biscotti che piacevano tanto a Gaia.

Nelle settimane seguenti, Lucia ricominciò poco a poco a vivere. Usciva a passeggiare, accettò linvito di una compagna delluniversità a un concerto, iniziò perfino un corso di fotografia. Non rideva ancora come una volta, ma a volte si sorprendeva ad ascoltare il silenzio senza sentirsi più sola.

E una mattina, davanti allo specchio, vide la ragazza che era stata: fragile, piena di insicurezze, ma anche capace di rialzarsi.

Forse ci sarebbe voluto tempo. Forse lei e Gaia non sarebbero più state complici come da bambine. Ma aveva annullato la distanza con le parole che contavano: Mi dispiace. Ti auguro la felicità.

D’ora in avanti, Lucia avrebbe camminato più leggera. Il perdono stava lì, come un ponte sottile, e adesso sapeva che, se avesse voluto davvero, avrebbe potuto attraversarlo.

E il sabato della loro infanzia, chissà, almeno una volta ancora, avrebbe potuto tornare. Anche solo nei sogni, davanti a una teglia di biscotti e a un abbraccio, senza più illusioni né tradimenti. Solo una nuova possibilità di essere, finalmente, se stesse.

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