Abbiamo preso una decisione condivisa io e mia moglie: vivere in camere separate. Ecco cosa ne è venuto fuori

Circa un anno fa, io e mia moglie, Bianca, abbiamo deciso di separarci, ma non nel modo che immagini: semplicemente abbiamo iniziato a vivere ognuno nella propria stanza, chiudendo le porte come due sconosciuti in un sogno strano e un po nebbioso, così da non infastidirci e annoiarci a vicenda. Dopotutto, ognuno di noi ha le proprie incombenze e i propri piccoli mondi.

Per esempio, Bianca adora ascoltare musica italiana a tutto volume, come se stesse ballando da sola in una discoteca surreale di Napoli, rifiutandosi ostinatamente di indossare le cuffie. A me piace immergermi nei miei libri mentre il silenzio mi avvolge come la nebbia sopra la laguna di Venezia. Oppure stare a guardare una vecchia soap opera in televisione, mentre mangio una fetta di panettone. Spesso mi capita di portare il lavoro a casa e di parlare con i clienti al telefono per ore, mischiando parole e sogni, rovinando la sua concentrazione. Così, in tutto questo realismo magico domestico, abbiamo deciso: ognuno nella sua stanza. Il nostro appartamento, a Milano, ha solo due stanze, entrambe arredate con mobili che sembrano sospesi nel tempo, proprio come in un sogno di De Chirico. Così voglio raccontare la mia esperienza di questa convivenza onirica ma separata.

La regola doro è questa: non si entra mai senza bussare. È stupendo stai chiuso nella tua stanza, come in un piccolo universo parallelo, sei leroe del tuo film muto, nessuno entra, nessuno ti chiede niente. Magari ti chiederai: ma perché mai avresti bisogno di bussare?

È una cosa che non ha senso, eppure fa tutta la differenza. Quando ero bambino, avevo anchio la mia stanza, ma la porta era sempre socchiusa come in un quadro di Morandi, e i miei genitori entravano ogni tanto, come figure evanescenti, a chiedermi cosa stessi facendo. Non importava che stessi leggendo, dormendo, guardando la TV o giocando con il cane Tobia bisognava sempre improvvisare delle scuse surreali. Nessuno mi sgridava, era semplicemente così. Mi sentivo a disagio, come prigioniero di una logica che non capivo.

Adesso, invece, posso persino dire a Bianca, da dietro una porta ben chiusa, che sto lavorando. E se non voglio parlare con lei, non la faccio entrare. Lei non irrompe mai, non deve interrompere il corteo dei miei pensieri. Gira per casa come una regina in un palazzo veneziano, rispettando i miei confini invisibili. Ed è meraviglioso!

Avere uno spazio tutto per sé è il piacere massimo: entro nella mia stanza e posso fare qualunque cosa mi passi per la testa suonare un mandolino immaginario, sistemare i miei libri secondo il colore delle copertine, mangiare una pizza fredda alle tre di notte. Nessuna necessità di chiedere permesso o coordinare le mie follie con qualcuno. Posso disporre oggetti sparsi qua e là, creare il mio personale caos, e persino apprezzarne la bellezza misteriosa.

Cè un fascino tutto particolare in questa divisione Un confine chiaro tra ciò che è mio e ciò che è suo, come la linea sottile tra sogno e realtà. Rispetto il suo spazio e sogno il momento in cui la invito nella mia stanza, come un innamorato che aspetta alla finestra sotto la luna di Roma. Non entro mai senza chiederlo, e quando arriva il suo sì, tutto acquista un sapore nuovo, diverso dalla banale quotidianità, diversa dalla prevedibilità. È come corteggiare una donna che non è ancora tua, non sai mai, fino allultimo istante, se la magia si compirà.

Nel profondo, tanti uomini hanno notato: appena si va a vivere insieme, la tensione elettrica, la magia dei primi tempi, si affievolisce, come il vino rosso lasciato troppo a lungo in bottiglia. Perciò, separare le stanze anche solo in un appartamento di due vani risolve una miriade di piccole crisi esistenziali.

Cosa ho imparato da questa avventura onirica?

Chi ha una villa sul Lago di Como con dieci camere da letto e quattro bagni in marmo probabilmente trova tutto questo scontato. Ma per noi, persone comuni, è come ricevere ogni giorno una piccola benedizione dal cielo.

Conosco coppie che vivono ancora insieme nella stessa stanza (perché magari la seconda serve ai bambini, o la terza è per il pranzo della domenica con la famiglia allargata), costretti a condividere ogni respiro, senza nemmeno una parete fragile tra sé e laltro. Ma perché dovremmo vivere così? Sia il marito sia la moglie hanno bisogno del proprio spazio anche se si tratta solo di un piccolo bilocale affacciato su una piazzetta di Palermo, anche se tutto sembra fuso nella luce irreale di un sogno italiano.

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