LA VITA STRAORDINARIA
Al matrimonio della nostra amica Giulia abbiamo festeggiato per due giorni: allegramente, con ottimo vino e soprattutto senza mai farci mancare il cibo. Lo sposo sembrava un giovane Marcello Mastroianni, e incredibilmente modesto pure, considerando la sua bellezza quasi surreale. Tutti gli invitati, in segreto, osservavano Dario: occhi azzurro cielo, ciglia lunghe e nere che manco una pubblicità di mascara (ma perché la natura regala simili fortune agli uomini? Mondo ingiusto!). Fisico da statua, mento deciso, naso greco, pelle vellutata con quel tocco d’oliva. Ciliegina sulla torta: quasi due metri daltezza e larghe spalle. Se non fosse stato per la nostra amicizia con Giulia, probabilmente ci saremmo azzuffate per questo splendido esemplare proprio lì, tra i confetti. Eh sì, Dario era davvero notevole.
Giulia, ma come hai fatto ad accalappiare uno così bello? labbiamo presa dassalto tutte, impegnandoci a mostrare le facce più tristi e bisognose, nel caso Dario avesse anche parenti single altrettanto belli.
Ragazze, ma dai! Io Dario lho amato perché è semplice. Viene da un paesino, è cresciuto con la nonna, ha saputo mettere su casa, davvero è uno pratico. Ci siamo conosciuti per caso quando i miei hanno comprato una villa in campagna vicino al suo paese. È sensibile, buono, affidabile. Quello che ha costruito, mamma mia. Un vero uomo, ragazze! Lho convinto a trasferirsi in città, ci ho messo notti e notti tra trattative e minacce, aha!
Dario si dimostrò fenomenale sia sul lavoro sia nei rapporti con i nuovi parenti; in più, in un paio danni, imparò a distinguere il Brunello dal Chianti, ad apprezzare i profumi, capire la politica, larte, i viaggi, il titolo della Borsa italiana, lo sport, e persino a eliminare il colorito dialetto toscano. Si mise al volante della comoda macchina gentilmente regalata dal suocero, e ottenne pure un ottimo posto di lavoro dallo stesso suocero indovinate voi chi donò lappartamento ai giovani sposi, non ve lo svelerò.
Al secondo anno di matrimonio Dario sviluppò una passione per i calzini bianchi. Si presentava ovunque in casa, a cena, persino in visita senza pantofole sempre con quei calzini candidi. Li infilava anche negli stivali di gomma, senza paura di posare i piedi sul pavimento sporco.
Giulia non approvava questa passione, ma pazientemente lavava i pavimenti due volte al giorno e faceva scorte di smacchiatori. Così Dario si guadagnò il soprannome di Calzino.
Quando Giulia scoprì che Dario aveva unamante, era allottavo mese di gravidanza. Lamante, per la cronaca, era incinta quanto lei.
Calzino fu sbattuto fuori casa, licenziato, maledetto e pianto in tempo record. E poi iniziò una lunga, appiccicosa routine di autunno grigio. Giulia passava le giornate sdraiata su un letto ora immenso, fissando il soffitto con occhi asciutti:
Piangerò dopo. Per ora non posso, fa male al bimbo.
Giulia giaceva silenziosa come la mummia di Lenin sul suo letto, mentre noi, come sentinelle, ci alternavamo per sostenerla con un eloquente silenzio.
A tutte sembrava di voler piangere a singhiozzi, sfogliare il libro del destino e strappare le pagine del traditore. Ma bisognava tacere e aspettare.
Al giorno della dimissione dallospedale, eravamo rumorose come la curva di uno stadio, con palloncini che tremavano e imploravamo le infermiere di accettare un bicchiere di prosecco e scappare con noi verso lignoto, augurando salute e felicità a tutti. Fresco-nonno si impegnò più di tutti: la sera prima, commosso e dopo aver promesso alle inservienti di ripulire, tracciò con il gesso sotto la finestra della stanza di Giulia una gigantesca scritta Grazie per il nipotino!, poi provò a cantare una serenata ma fu fermato dalla sicurezza, che per fortuna lo portò nel proprio stanzino a degustare il menù del neo-nonno senza turbare lordine pubblico.
Il giorno delluscita nonno era arzillo, fresco, e ricordo che emanava addirittura una luce propria. Piangeva di felicità e orgoglio, discretamente e di cuore.
Piangevamo anche noi: ridevamo, abbracciavamo Giulia, occhi allazzurro del fagotto e zitti sui tratti greci del naso del piccolo Filippo, figlio di Dario. Solo Giulia, nemmeno nei momenti di gioia, piangeva:
Piangerò dopo. Magari il latte ne risente
Giulia tacque con noi per altri due mesi, poi decise di andare a trovare Dario. Niente fiammiferi o acidi, ma con enorme voglia di urlare e distruggere. Di accusarlo, martellare le pareti con i suoi pugni magri, farlo vergognare, umiliarlo e tentare di liberarsi da quel dolore accumulato, inchiodandolo al letto, e riversarla tutta sul colpevole. Sul distruttore dei suoi sogni e del loro mondo col piccolo Filippo, dove Giulia si era immaginata a sferruzzare calzini ai suoi uomini nelle serate coccolose, Filippo allegro, Dario che li teneva per mano in passeggiata, e Dario stesso così necessario per lei, con loro figlio.
E poi Giulia voleva proprio guardare negli occhi quella sfacciata che si era infilata con suo marito. Occhi che sarebbero stati sicuramente spudorati e, probabilmente, pure belli. In quegli occhi Giulia avrebbe sputato. Deciso, sputare. E se necessario, magari anche graffiare.
Dove andare a litigare, Giulia lo scoprì quasi per caso grazie alle pettegole signore del portone, durante una passeggiata col bimbo. Le nonne di quartiere la fermarono, ricordandole che Dario era un farabutto, descrissero con dovizia di particolari la rotta verso il nido degli adulteri e possibili opzioni di vendetta. Giulia rimase stordita, piangeva dentro e avrebbe anche voluto andar via senza ascoltare il numero del palazzo, ma per qualche assurdo motivo non se ne andò.
Così si ritrovò davanti al portone malconcio di una vecchia palazzina, pronta a salire fino al quinto piano, dove avrebbe potuto urlare, sputare, o chissà cosa.
Al primo piano pensò che, con la sua sfortuna attuale, probabilmente non ci sarebbe stato nessuno e avrebbe perso tempo. Al secondo piano arrivò lidea che forse sarebbe meglio se davvero non ci fosse nessuno. Al terzo, sentì pianto disperato di bambino, proveniente dal quinto.
Le aprì la porta una ragazza magra, occhi rossi, che non corrispondeva in alcun modo allidea della seduttrice che aveva rapito il marito.
Mentre Giulia osservava incredula questi quaranta chili di concorrenza col naso umido, il bimbo continuava a urlare dalla stanza.
Buongiorno, Giulia. Dario non cè, ci ha lasciati due settimane fa. Non so dove sia sussurrò la ragazza, sedendosi a terra e piangendo.
A Giulia passò la voglia di litigare. Le venne invece il desiderio di entrare, consolare quel bambino di questa madre sbandata. E magari poi colpire con un aforisma: Vuoi la bicicletta? Devi pedalare, cara! Sì, bisogna inserirlo, il cara perfido. E guardarla pure con disprezzo, umiliazione. Ne ha diritto, no? Come parte tradita.
Il neonato era asciutto. Palpebre gonfie, vena sulla fronte, voce roca. Di sicuro il piccolo aveva fame. Stava urlando al limite della propria minuscola forza, mentre la madre strana e irresponsabile era sdraiata sul pavimento e ululava.
La madre che apriva gli sportelli vuoti della cucina e cercava invano nel frigorifero, Giulia ora ricordava a fatica.
Scoprì poi un foglietto sul tavolo con una frase incompleta: Chiedo nel mio sm e un senso di terrore.
La ragazza piangeva disperata a terra, raccontando a Giulia, come ad unamica, che tra pochi giorni doveva andarsene da quell’appartamento in affitto, non sapeva dove andare. Macché latte, macché Dario, e i soldi non c’erano mai stati. Era mortificata, si scusava, diceva di essere troppo tardi. Non sapeva. Chiedeva perdono. E che sì, Giulia poteva pure picchiarla, avrebbe fatto bene. Il bambino si chiamava Paolo, glielo diceva per memoria, così, per sicurezza. Paolo era più grande di Filippo solo di nove giorni.
Giulia tornò a casa di corsa tra venti minuti Filippo avrebbe chiesto il seno. Correre non era facile: due enormi borse di Alessia le pesavano sulle braccia, Alessia stessa ansimava al fianco, portando un Paolo finalmente sazio. Giulia correva e pensava, dove sistemare altri due letti?
Tre anni dopo eravamo tutti al matrimonio di Alessia; quattro anni dopo, toccò a Giulia. Il marito di Giulia detesta i calzini bianchi, preferisce vivere a colori, e adora moglie, figlio e due figlie. Alessia mamma di quattro maschietti, suo marito non perde le speranze di avere una femminucciaA volte, durante le nostre cene rumorose, Giulia ci guarda con un sorriso che si allarga piano, come una carezza. Dice poco, ma sembra sapere tutto: la fatica, lo stupore, il perdono che germoglia dove nessuno lo coltiva. Le sue bambine giocano tra le gambe degli adulti, Filippo e Paolo si rincorrono e nessuno distingue più i confini tra fratelli, amici, famiglie ritrovate.
Le storie si intrecciano, i bicchieri si alzano, qualcuno ricorda “Calzino” ed è solo una barzelletta vecchia, un dettaglio colorato di altri tempi, di altre lacrime. Giulia ride forte, abbraccia Alessia e, mentre la sua casa si riempie di voci, la vita straordinaria scorre, ordinaria e impetuosa, senza chiedere permesso.
Sul balcone, al tramonto, nonno accende una piccola lanterna. Ogni volta, dice: “Per segnalare al destino dove siamo. Che non ci perda di vista.”
E noi, ad ogni brindisi, intoniamo: “Alla vita, che non sa rinunciare alla felicità anche quando sembra impossibile.”
Così si chiude la serata, e nessuno se ne va davvero; ci sono legami che, una volta tessuti, non si sciolgono più.





