Mi ricordo ancora quel giorno come se fosse ieri, anche se ormai pare passato un secolo. Era in primavera, il profumo dei tigli si sentiva nellaria e io guidavo verso sud, con una scatola di cartone a fianco, per restituire alcune cose che appartenevano alla mia ex fidanzata. Mi chiamo Davide Galletti, avevo appena compiuto trentuno anni, lavoravo come responsabile di cantiere nei pressi di Firenze. Tre settimane prima avevo chiuso, senza scenate né rumori, la storia con Teresa Morelli.
Non era stata una separazione plateale. Era stata come una gomma che si sgonfia piano piano: la senti scendere ogni giorno un po’, ma ti accorgi di essere a terra solo quando sei già fermo. Siamo stati insieme quattro mesi, quattro lunghissimi mesi se due persone non sono fatte per stare insieme. Niente rancori, solo una scatola con alcune sue cose che continuava a occupare spazio vicino allattaccapanni, ricordandomi tutte le mattine che dovevo ancora chiudere quella porta.
Scrissi tre volte a Teresa, chiedendole quando sarebbe passata a recuperare quella scatola. Sempre rimandava. Non venne mai. Così, un giovedì sera, appena uscito dal lavoro, ancora in tuta e scarponi coperti di polvere di cemento, caricai la scatola nella Punto e guidai quaranta minuti verso Montespertoli, dove Teresa stava da sua madre dopo che le era saltato il contratto daffitto. Mi ricordavo che aveva detto che la mamma aveva una casa grande, un bel giardino, silenzio.
Me lero immaginata in cucina, a occuparsi di un arrosto, spettinata, sulla cinquantina, magari la classica mamma con gli occhiali e la coperta sulle ginocchia. Ma quando bussai, fui colto del tutto di sorpresa. Anna Morelli si presentò sulla porta con indosso solo una vestaglia di seta corta, e niente altro. I capelli castani ramati, appena lavati, scendevano arruffati sulle spalle. Nessun imbarazzo nei suoi occhi chiari, solo calma. Sarai Davide, disse. Sì, balbettai, chiedendomi se la mia bocca stesse funzionando.
Allargò il sorriso, aprì la porta: Teresa è uscita per la spesa, torna fra unoretta. Se vuoi entrare ad aspettarla sei il benvenuto. Guardai la scatola tra le mani, guardai lei. Tutte le parti ragionevoli del mio cervello dicevano di lasciare la scatola vicino alluscio, ringraziare e tornare indietro. Ma invece entrai. Lei si allontanò in fondo al corridoio, disinvolta, come se fosse del tutto normale accogliere un quasi sconosciuto vestita solo di una vestaglia, in un giovedì sera qualsiasi.
Rimasi fermo vicino al mobile dingresso. La casa era calda, non solo di temperatura, ma di quella tipica atmosfera di posto vissuto, curato. Cerano piante vere sui davanzali, una puzzle cominciata sul tavolino, e una libreria talmente piena che alcuni libri erano appoggiati in orizzontale sugli altri.
Quando Anna tornò, aveva ormai indossato dei jeans e una camicia di lino color panna, le maniche arrotolate fin quasi ai gomiti. I capelli, ancora un po umidi, le cadevano dietro le orecchie. Mi porse un bicchiere dacqua e limone senza neanche chiedere se mi andasse, e indicò il tavolo in cucina: Siediti. Il tono non era secco, solo diretto. Mi accomodai.
Mi chiese quanto era durata la mia storia con Teresa. Quattro mesi, dissi. Anna annuì, come se si fosse già fatta unidea da tempo. E lei cosa ti ha raccontato di me? domandai, e Anna rispose, guardando lacqua, Abbastanza per sapere che è stata una scelta reciproca e che tu non sei una cattiva persona. Poi sollevò lo sguardo. Il resto lo sto capendo da sola. Non sapevo bene come gestire quellonestà, così le chiesi del puzzle.
È la mappa dei parchi nazionali. Mille pezzi. Ci lavoro da tre settimane, ma i pezzi continuano a sparire sotto al divano. Dissi che ero bravo coi puzzle. Alzò un sopracciglio: I veri bravi non lo dicono così presto. Aspettano che glielo si chieda. Scoppiammo a ridere, una risata di quelle vere che non puoi trattenere.
Andammo avanti senza accorgercene per tre quarti dora seduti lì, come due parenti che si conoscessero da sempre. Anna aveva cinquantatré anni (lo disse con la leggerezza con cui si ordina un caffè), divorziata dopo ventanni di matrimonio, ora gestiva una consulenza per giardini e amava i vecchi dischi di jazz e i film dazione tremendi. Aveva idee molto precise su quale fosse il modo giusto di cucinare la farinata di ceci.
Le raccontai di me, del cantiere, delle mie radici a Empoli, di come per caso mi fossi ritrovato a fare costruzioni. Anna ascoltava davvero. Non solo perché era educato farlo, ascoltava e basta, con attenzione piena. Teresa, intanto, scrisse che sarebbe rimasta bloccata ancora unora e mezzo alla Conad, mezza città era lì per la spesa.
Anna mi guardò in silenzio: Ho un po di risotto avanzato, se hai fame. Protestai. Non vorrei disturbare. Lei aprì il frigorifero. Sei a casa mia, bevi la mia acqua, ormai è fatta Davide! Rimasi a cena. Mangiammo pollo alla cacciatora con riso bianco, semplice ma buono, seduti vicino alla finestra che intanto diventava nera come la notte fuori.
E piano piano smisi di pensare a Teresa, smisi di notare la scatola appoggiata vicino alla porta. Mi sentii inspiegabilmente tranquillo. Quando finalmente vidi i fari di Teresa attraversare il vialetto, eravamo in piena discussione su cosa fosse più stressante tra guidare in autostrada o guidare in centro. In città è peggio, disse subito Anna, almeno in autostrada sanno tutti dove devono andare.
Ancora stavo ripensando a quella frase quando sentii la chiave nella serratura. Teresa entrò in casa, posò il sacchetto della spesa, ci trovò seduti in cucina, vide le stoviglie già lavate. Avete mangiato insieme? chiese. Anna rispose con calma, domandando se avesse fame. Teresa appoggiò la spesa senza dire altro. Da quanto sei qui? chiese poi. Guardai lorologio. Più di due ore, pensai, ma dissi solo: Un po.
Si guardarono tra di loro, senza bisogno di parole. Mi sembrò che qualcosa passasse nello sguardo di Teresa, qualcosa di silenzioso, né rabbia né gelosia, solo uno scatto lieve che sparì subito. Prese la spesa e passò in cucina senza aggiungere altro. Mi alzai, ringraziai Anna per la cena. Un piacere, rispose lei accompagnandomi alla porta, braccia incrociate. Uscì dalla porta. Laria fuori era calma, la luce del vialetto tremolava due volte. Notai un filo scoperto e me ne ricordai per dopo.
Anna mi salutò dalla soglia. Dissi solo, Guida piano, Davide. Annuii e me ne andai, e per tutto il viaggio verso casa non riuscii a smettere di pensare a una donna che, in fondo, non avevo nessun diritto di pensare. E la cosa più sincera fu che non volevo smettere.
Mi riproposi di non tornare più. Niente di sconveniente era accaduto, nulla che fosse fuori posto. Eppure la cucina di Anna, il suo modo di ascoltare, una normalità così semplice e non forzata mi era rimasta addosso. Le sue parole sullautostrada mi si erano infilate sotto la pelle. Tornai al lavoro, mi immersi nei progetti una ristrutturazione vicino Scandicci , feci le solite chiamate, pranzai di fretta. Non pensai ad Anna, se non quattro volte. Ogni volta tornai sui miei passi come da ragioniere che conosce la testa propria meglio del cuore.
Il sabato mattina dovetti andare in ferramenta per prendere alcuni materiali per casa di un amico. Passando tra le corsie vidi i ricambi per le luci da esterno e mi ricordai di quel filo scoperto sulla sua veranda. Uno di quei guasti che si ignorano fino a quando non piove davvero, mi dissi. Lo dissi anche ad alta voce. Una signora piena di sacchi di terriccio mi guardò un po storta.
Comprai quello che serviva per lamico. Comprai anche due caffè in un bar vicino a via Lorenzini e presi il necessario per la lampada. Non telefonai prima darrivare sì, sapevo di scegliere apposta. Arrivai a metà mattina, kit degli attrezzi in mano e due bicchieri di caffè ancora caldo. Anna aprì la porta vestita con jeans macchiati di pittura e una vecchia camicia di flanella, le maniche arrotolate sopra le braccia. Macchie di azzurro su una guancia e sullavambraccio.
Tenendo il pennello in mano, fissò per un secondo kit e caffè. Poi sorrise: La lampada fuori, il filo era scoperto, dissi. Lei mi studiò: E il caffè? Chiesi. Perché due? Non risposi; lei fece spallucce, mi fece entrare. Stava ridipingendo la camera degli ospiti, con mobili fuori e teloni a terra. Le pareti di un colore azzurro cielo, brillante e leggero.
Rimandavo da un anno, oggi ho deciso che era il momento. Sistemai la lampada in venti minuti. Anna mi portò il caffè e rimase seduta sul gradino mentre lavoravo. Nessuna chiacchiera inutile. Solo il silenzio dellaria mattutina. Finii la lampada senza fretta.
La trovai di nuovo in camera, intenta sulle rifiniture. Mi offrii per aiutare. Non serve, disse. Lo so, risposi. Quella parete manca la seconda mano, se proprio vuoi darti un senso. Presi il rullo e ci mettemmo a lavorare. Lo stesso silenzio di due giorni prima, naturale, senza alcuno sforzo.
A un certo punto, mi chiese a bruciapelo come andassero davvero le cose, non solo come stavo. Non cercai una risposta facile. Le raccontai la verità: da quasi un anno mi sentivo in movimento senza andare davvero da nessuna parte. Che il lavoro andava bene, la vita sembrava a posto, ma sotto la superficie tutto era lento, come spento e che la fine con Teresa nemmeno mi aveva fatto male come si suppone, e questa era la cosa che mi disturbava di più.
Rimase in silenzio per qualche secondo. Poi disse senza guardarmi, Sai cosè? Le chiesi cosa intendesse. È quando fai quello che andrebbe fatto da così tanto tempo che ti dimentichi di chiederti se ti muove ancora qualcosa dentro. Mi fermai. Rimasi fermo a guardare la parete azzurra, sentendo il peso esatto di quelle parole nella pancia. E tu come lo sai? chiesi. Si voltò, senza fare scena, solo verità: Ho vissuto dentro quella sensazione per dodici anni. Poi altri tre per dargli un nome.
Finimmo la stanza prima di mezzogiorno. Anna lavò i pennelli, io piegai teloni e rimisi a posto i mobili. Si fermò sulla soglia, guardò il colore nuovo, giudicò quello che era stato. Meglio, disse quasi solo per sé. Molto meglio, risposi. Mi invitò a pranzo minestrone e pane tostato con formaggio fuso, piatto povero ma saporito. Se vuoi restare, resta, altrimenti fai pure come vuoi, aggiunse, sincera e senza pretese. Rimasi.
Parlammo della sua attività, dei clienti difficili, del fatto che aveva iniziato per dimostrare a se stessa che ce la faceva da sola. Riconobbi che anche io ancora imparavo ogni giorno a tenere il timone fermo. Era felice che qualcuno la capisse in quel momento. Durante il pranzo, il suo telefono squillò più volte. Ogni volta, si irrigidiva appena, e ad un certo punto lo girò con lo schermo a faccia in giù. Ci sono cose della mia vita che sto ancora sistemando, disse dun tratto a voce bassa, senza guardarmi. Voglio che tu lo sappia prima che questa cosa, qualunque sia, vada oltre. Posai il cucchiaio, la guardai. Disse, Non ho fretta. Lei mi scrutò in cerca di qualcosa e, trovandolo o forse solo sperandolo, annuì silenziosa. Me ne andai unora dopo, con una macchia di vernice sulla manica e la sensazione di aver messo il piede in qualcosa che non era solo un interruttore per una lampada.
Chiamò lei per prima. Non lo avrei mai detto. Era martedì sera, verso le sette. Ero in auto in attesa che mi consegnassero una pizza da asporto. Il telefono vibrò e lessi Anna Morelli. Non rispose subito, poi disse, Il cancello dietro si è incastrato. Domattina ho una cliente che viene a vedere il giardino, devo entrare stasera a sistemare le cassette per le piante. Ho provato a forzarlo, ma niente. Il legno forse si è gonfiato con la pioggia. Le dissi che sarei passato io. Non voglio disturbarti. Un cancello incastrato non è un disturbo, dissi. Sto aspettando una pizza che non arriva, mi allontano volentieri. Arrivai appena prima delle otto.
Anna era in giardino, stivali ai piedi, giacca leggera. Il cancello era gonfio di pioggia agli angoli. Usai una pialla a mano per sgrossarlo; venti minuti dopo era a posto. Anna sistemava le cassette delle piante, precisa, senza inutili tentennamenti. Testò il cancello due volte. Troppo veloce, mi disse. La pioggia fa metà del lavoro, risposi. Sorrise. Chiese se volevo bere qualcosa. Sto bene, risposi. Lo dici spesso, notò lei, come una porta che richiudi. Rimasi in silenzio.
Finalmente confessai: Non sto bene. Però sto meglio quando sono qui. Anna sussurrò, Anchio. Rimanemmo fermi, due parole piccole che però pesavano come mattoni.
Fu allora che arrivarono dei fari dal vialetto. Anna si irrigidì. Un uomo sulla cinquantina varcò il cancello. Aveva una camicia stirata, laria di chi arriva senza invito per principio. Uno scambio di sguardi tra me e lui, tra lui e Anna. Dovevi chiamare, Roberto, disse Anna. “Ero nei dintorni.” Chiese chi fossi io. Anna tagliò corto: Un amico che ha aggiustato il cancello. Mi presentai. Roberto mi diede una stretta di mano di quelle che testano la resistenza. Anna non intervenne. Roberto voleva discutere di conti comuni ancora legati al divorzio. Restò dieci minuti, poi se ne andò.
È il mio ex marito, disse Anna. Lo avevo capito. Lei girò il bicchiere tra le mani. Si fa vedere per ricordarmi che può ancora. E adesso? Molto meno. Annuii. Non dissi altro, restammo solo a respirare notte e erba bagnata, fianco a fianco sulle sedie del terrazzo. Non dovevi restare, mormorò lei. Lo so. Grazie. Rimasi ancora un po al buio.
Mi accompagnò allingresso, come la prima sera. Questa volta, però, cera una decisione chiara nei suoi occhi. Lui sarà una complicazione. So gestire il complicato. Anna mi fissò a lungo. Poi disse: Torna sabato. Stavolta cucino io, davvero. Ci sarò. Me ne andai senza voltarmi. Alcune cose, semplicemente, si sanno.
Sabato arrivai puntuale alle diciotto, con una bottiglia di Chianti scelta dopo mezzora e le idee in ordine. Anna indossava un vestito verde scuro, semplice e bellissimo, ed io rimasi senza parole per qualche secondo. Hai fatto il bravo: ti sei anche cambiato, osservò, ironica. È solo una camicia stirata, risposi serio. Stai bene, mormorò lei, accennando un sorriso mentre mi lasciava entrare.
La casa profumava di arrosto in forno, aglio, rosmarino. La tavola era apparecchiata con vera cura: due posti, tovaglioli di stoffa, una candela al centro. Dalla sala, il suono basso di un vecchio vinile. Mi offrì un calice di vino. Ceniamo tra venti minuti. Riesci ad aspettare? Aspetto da settimane, risposi, e lei fece un sorrisetto. Raccontò della cliente conquistata grazie al giardino sistemato, di come la soddisfazione fosse tutta sua. Devi esserne fiera. Ci sto lavorando.
Chiesi di Roberto. Era tornato a farsi sentire. Lo gestisco, disse lei semplicemente, adesso ha più che altro labitudine di farmi sentire sempre in debito.
A tavola mangiammo pollo arrosto con verdure e pane croccante preso dal forno allangolo. Parlammo senza più fingere che fosse una situazione da nulla. Anna volle sapere se facevo il mio lavoro perché mi piaceva o solo perché lo sapevo fare bene. Alcuni giorni entrambe le cose, dissi. Basta che siano la maggior parte, rispose lei. Quando il suo telefono squillò ancora, stavolta lo ignorò. È Roberto. Crede che io sia sola e senza nulla da fare.
Ho decisamente altro da fare. Disse, guardandomi dritto negli occhi.
Dopo cena, finimmo il vino in terrazza, sotto una fila di lucine che lei stessa aveva montato dopo il passaggio della cliente, per il piacere di farlo. Sedemmo sulla lunga panca di legno, vicini ma senza toccarci. Anna si raccontò non solo grandi dolori, ma dettagli: il modo in cui aveva imparato, nella vita, a occupare meno spazio, il silenzio che metteva tra sé e gli altri per evitare reazioni spiacevoli.
In fondo, sospirò, con te parlo con una facilità fastidiosa. Se vuoi posso essere antipatico. Scoppiò a ridere davvero, poi si fece seria, guardando le cassette illuminate in giardino. Non mi sono lasciata desiderare niente da tanto tempo. Era più semplice così. E ora? Le chiesi. Si voltò nella luce calda e rispose: Ora mi sono stancata di semplice. Allungai la mano verso la sua. Piano. Non tirò indietro. La sfiorai, e lei mi guardò con una certezza che non lasciava dubbi.
La baciai. Fu un bacio tranquillo, vero per la prima volta dopo anni di mezze misure. Restammo appoggiati uno allaltro, silenziosi. Teresa avrà da dire su questo, sussurrò Anna. Probabile, ammisi. E Roberto anche. Che parli. Tutto questo non ti spaventa? domandò. Non per nulla, risposi. Lei intrecciò le dita tra le mie, si appoggiò su di me, ascoltando il jazz che si spandeva dalla cucina, e rimase così a lungo, con la notte che ci avvolgeva.
Non si bloccò più il cancello, da quella volta: lo sostituimmo insieme una domenica dautunno, mentre Anna dava ordini da una sedia con la tazzina e la stessa sicurezza irritante e irresistibile di sempre. Teresa si sfogò con la madre, poi ammise che non laveva mai vista così in pace. Roberto richiamò un paio di volte, ma Anna smise di rispondere. Sua avvocata si occupò di tutto.
E io, giovedì dopo giovedì, mi ritrovai nella cucina di Anna, a preparare una semplice bruschetta mentre lei bruciava irrimediabilmente un toast perché preferiva farmi ridere piuttosto che badare alla padella. Non sei così inutile come credevo, scherzava mentre la aiutavo a recuperare la cena. Mi fa piacere che tu mi abbia lasciato dimostrarlo, rispondevo.
E così, fuori, la lampada del portico accesa illuminava il vialetto senza più sfarfallare, né fili scoperti, soltanto luce ferma, gentile. Alcune cose, se le sistemi come si deve, restano perfette per molto, molto tempo.



