UNA VITA STRAORDINARIA
Al matrimonio dellamica Eugenia abbiamo festeggiato per due giorni: allegramente, tra buon vino e piatti ricchi. Lo sposo era bello come Marcello Mastroianni e sorprendentemente modesto nonostante il suo aspetto incredibilmente affascinante. Tutti gli invitati lanciavano sguardi furtivi a Valerio: occhi color cielo, ciglia nere lunghe e folte da far invidia a qualunque donna (ma insomma, perché la natura regala simili tesori agli uomini?!), mento deciso, naso elegante e pelle vellutata appena ambrata. Ultimo colpo: quasi due metri daltezza e spalle larghe da atleta. Se non avessimo voluto bene a Eugenia, ci saremmo accapigliate per questo capolavoro di uomo proprio lì, al tavolo nuziale. Valerio era davvero affascinante.
Ma come hai fatto a conquistare uno così bello! ci siamo lanciate su Eugenia, ognuna sforzandosi di mostrarsi più triste e sola nel caso Valerio avesse parenti altrettanto affascinanti.
Ragazze, basta! Ho scelto Valerio per la sua semplicità. Lui viene da un piccolo paese, cresciuto con la nonna, sa fare un sacco di cose, un ragazzo molto pratico. Ci siamo conosciuti per caso, quando i miei genitori hanno comprato una casa in campagna nel suo villaggio. È sensibile, gentile e affidabile. Gestiva la sua terra con devozione, davvero un uomo vero! Mi ci è voluto un bel po per convincerlo a trasferirsi in città, ho passato decine di notti in discussioni, ahah.
Valerio si è mostrato allaltezza in tutto: nel lavoro, nel fare amicizia con i nuovi parenti, nello studio; in poco tempo ha imparato a distinguere il buon vino, i profumi, la politica, larte, i viaggi, lindice FTSE MIB, lo sport, ed è riuscito persino a togliersi laccento dialettale del suo paesino. Si è messo alla guida di una comoda auto, gentilmente prestata dal suocero, e ha ottenuto un ottimo impiego proprio presso lazienda di questultimo. Sarebbe facile indovinare chi ha regalato ai giovani sposi lappartamento…
Al secondo anno di matrimonio, Valerio ha mostrato una strana predilezione per i calzini bianchi. Li indossava ovunque: in casa, dagli amici, persino con gli stivali di gomma, fianco a fianco con il pavimento sporco senza nemmeno le pantofole.
Eugenia non condivideva questa passione, ma puliva i pavimenti due volte al giorno e comprava una montagna di smacchiatori. Così, Valerio si è conquistato il soprannome Calzino.
Quando Eugenia ha scoperto la relazione di Valerio, era al suo ottavo mese di gravidanza. Anche lamante di Valerio era incinta, alla stessa data.
In ventiquattro ore Calzino fu cacciato di casa, licenziato, maledetto e pianto. Poi arrivarono i giorni lunghi e umidi dellautunno cupo. Eugenia passava il tempo immobile sul letto che ora sembrava gigantesco, scrutando il soffitto con gli occhi asciutti:
Piangerò dopo. Ora non posso, fa male al bambino.
Eugenia, come una statua, rimaneva in silenzio sul suo letto, mentre noi, a turni, la vegliavamo tacitamente per sostenere lamica senza parlare.
Veniva voglia di urlare, buttare allaria la storia e strapparne le pagine traditrici. Ma occorreva solo tacere e aspettare.
Alluscita dallospedale, il nostro gruppo era rumoroso, agitava palloncini, supplicava le infermiere di bere una tazza di tè e venire con noi verso il tramonto, augurando salute e felicità a tutti. Il neonato nonno si impegnava più di tutti: il giorno prima, commosso e promettendo di pulire, aveva scritto con il gesso sotto le finestre della stanza di Eugenia: Grazie per il nipote!; poi aveva tentato di cantare, ma era stato fermato dalla sicurezza. Laddetto si mostrò comprensivo, offrendogli un bicchiere di cognac nel suo gabbiotto senza minacciare lordine pubblico.
Il giorno delluscita dallospedale, il nonno era energico, fresco e, ricordo, persino rifletteva una luce allegra. Piangeva di gioia e orgoglio. Piangeva il giusto, con il cuore.
Anche noi piangevamo tutti insieme, ridendo, baciando Eugenia, sbirciando nel fiocchetto azzurro e tacendo intensamente sulla questione del piccolo nasino greco che aveva il piccolo Igor. Solo Eugenia, nemmeno in quei momenti di felicità, si lasciò andare alle lacrime:
Dopo. E se il pianto influisce sul latte?
Eugenia rimase con noi in silenzio altri due mesi, poi un giorno decise di andare a trovare Valerio. Senza fiammiferi né acido, ma con una gran voglia di urlare e piangere forte. Sgridare, picchiare i pugni sulle pareti, vergognare, umiliare e liberarsi dal dolore accumulato che la teneva inchiodata al letto, riversare quella sofferenza su chi laveva tradita. A colui che aveva infranto le sue speranze, il loro piccolo mondo con Igor, in cui lei immaginava se stessa mentre lavorava a maglia per i suoi uomini nelle serate accoglienti, Igor che rideva e camminava per mano con Valerio, e Valerio stesso così necessario, così unico, così importante per loro.
Voleva vedere negli occhi quella donna senza pudore, che aveva dormito con un uomo altrui. Gli occhi sarebbero stati sicuramente arroganti e forse molto belli. Proprio in quegli occhi Eugenia avrebbe sputato. Deciso: avrebbe sputato. E se necessario, anche graffiato.
Il luogo dove andare a recriminare lo seppe per caso, dalle chiacchiere delle vecchiette del cortile durante una passeggiata col bambino. Le signore, premurose, fermarono Eugenia, ricordandole che Valerio era un imbecille, e descrissero il percorso fino al nido degli amanti e diversi modi per vendicarsi. Eugenia restò paralizzata, piangendo dentro, quasi voleva andare via senza ascoltarne lindirizzo, ma inspiegabilmente rimase.
Ed eccola, Eugenia, davanti allingresso di una vecchia palazzina, dove doveva solo salire al quinto piano. Una volta lì, avrebbe potuto urlare o sputare.
Al primo piano pensò che, con la sua sfortuna, di sicuro non ci sarebbe stato nessuno e aveva sprecato tempo. Al secondo piano, quasi sperava di trovare la casa vuota. Al terzo piano, sentì un pianto disperato di bambino proveniente dal quinto.
Le aprì una ragazza magra, dagli occhi rossi, mentre il suo aspetto non si adattava per niente nella mente di Eugenia allimmagine della seduttrice che aveva preso il suo marito-agnello.
Eugenia, lì per lì, osservava i quaranta chili della rivale, mentre il neonato continuava il suo grido disperato.
Buongiorno, Eugenia. Valerio non cè, se nè andato due settimane fa. Non so dove sia sospirò la ragazza, e si sedette per terra, piangendo.
Eugenia non volle più gridare. Avrebbe voluto entrare per calmare quel bambino di una madre così irresponsabile. E poi magari puntare una frase pungente: Se vuoi lallegria, devi spingere anche la carrozzina, cara! Sì, avrebbe dovuto dire cara. E guardarla con superiore disprezzo. Ne aveva il diritto, in fondo, come parte lesa.
Il neonato era asciutto. Le palpebre gonfie, una vena pulsava sulla fronte, la voce roca. Di certo aveva fame. Il piccolo, gridava di fame al limite delle sue minime forze, mentre la sua madre strana e irresponsabile stava sdraiata per terra, piangendo.
La ragazza aprì invano tutti i mobili della cucina cercando latte e frugava nel frigo vuoto. Eugenia ricordò poi con difficoltà come aveva trovato sul tavolo un foglietto con la frase terribile non finita: Perdonami sulla mia coscienza.
La ragazza sul pavimento, in lacrime, raccontava a Eugenia, come ad unamica, che non aveva dove andare con quella casa presa in affitto, che doveva lasciarla tra pochi giorni. Che il latte se nera andato, Valerio pure, e i soldi semplicemente non cerano. E che le dispiaceva tanto. E che si vergognava. Era troppo tardi. Non lo sapeva. E chiedeva perdono. Poteva anche essere picchiata, anzi doveva. Il bambino si chiamava Paolo, che Eugenia si doveva ricordare, caso mai. Paolo era più grande di Igor di soli 9 giorni.
Eugenia tornava di corsa a casa Igor avrebbe presto chiesto il latte. La corsa fu faticosa: due borse pesanti di Oksana la tiravano, Oksana stessa correva accanto a lei, portando il ben nutrito Paolo. Eugenia correva e pensava dove sistemare altre due lettini.
Tre anni dopo abbiamo festeggiato al matrimonio di Oksana, quattro anni dopo a quello di Eugenia. Il marito di Eugenia odia i calzini bianchi, pensa che la vita vada vissuta a colori, e adora la moglie, il figlio e le due figlie. Oksana è mamma di quattro maschietti, e il marito non perde la speranza di avere una bambina.
La vita, a volte, mette davanti a ognuno di noi momenti inattesi e difficili; ci insegna che la felicità si costruisce anche dai frammenti della tristezza, che la forza si trova non nei giudizi, ma nella capacità di perdonare e di accettare. E che, nelle case italiane dove si ride, si piange, si ama, si spera, cè sempre posto per un nuovo inizio.



