Non riesco a spiegare quanto tempo rimasi davanti a quella porta con la scritta “Sala operatoria”. Le lettere sembravano ondeggiare ogni volta che alzavo lo sguardo, tutta quellattesa mi stava uccidendo il cuore. Ero lì, sulla sedia dura del corridoio, a giocherellare in continuazione con la ruspa rossa di plastica, il giocattolo preferito di mio figlio Andrea, il mio piccolo di quattro anni. Allinizio se lo immaginava blu, come quello del cartone che guardava sempre, ma poi, chissà come, si era affezionato proprio a questa, quella che gli aveva regalato il papà.
Finalmente, dietro i vetri opachi, apparve lombra di un uomo; la porta si aprì e uscì un medico stanco. Io mi fiondai subito verso di lui:
Dottore, la prego comè andata? Andrea sta bene?
Il medico si tolse la mascherina, abbassando lo sguardo:
Signora Chiara, mi dispiace abbiamo fatto tutto il possibile…
***
Distesa nel letto di Andrea, rannicchiata come una bambina, sentivo ancora il suo profumo sul cuscino. Limpronta della sua manina sporca di biscotto era ancora lì, bene in vista sullo specchio davanti alla scrivania. Meno male che non avevo pulito subito quello specchio, pensai mestamente, tanto ormai lui non avrebbe mai più lasciato unaltra traccia. E non avrebbe più poggiato la testolina addormentata su quel cuscino.
Una lacrima tiepida mi scivolava sulla guancia: il dolore mi aveva scavato dentro. Avevo un cuore sano quello che invece non aveva mai avuto Andrea, il mio secondo figlio. Il maggiore, Matteo, aveva diciotto anni, studiava allUniversità di Bologna, si prendeva già cura di sé. Ma Andrea… Lui era arrivato tardi, quasi per caso, ed era diventato la nostra gioia improvvisa, trasformatasi troppo presto in tragedia. Tutta la gravidanza era andata liscia, i controlli perfetti, poi, proprio alla fine, scoprirono quel maledetto problema al cuore. Durante loperazione qualcosa era andato storto, e così… Andrea non cera più.
***
Richiusi gli occhi e, senza neanche accorgermene, mi addormentai. E ancora una volta, come ogni notte in quel periodo, mi ritrovai in un prato illuminato dal sole, circondata da fiori colorati e profumati di tutti i tipi. Lontano, in piedi, cera Andrea: sorrideva con la sua camicina preferita decorata di macchinine e stringeva in mano un gigantesco mazzo di margherite.
Andrea! Amore mio! urlai, ma lui non sembrava sentirmi. Distendeva i petali delle margherite, assorto nei suoi pensieri.
Io correvo nella sua direzione, cercando di abbracciarlo, ma per quanto mi sforzassi lui restava sempre lontano, anzi, sembrava allontanarsi ancora di più. Urlai il suo nome finché non lo vidi guardare verso di me, sorridermi, e poi pian piano dissolversi nellaria. Solo una nuvola di petali bianchi rimase a galleggiare, scendendo a terra…
Mi avvicinai, fissai il prato, e mi accorsi subito che quei petali disegnavano, con precisione quasi magica, un indirizzo.
***
Mi svegliò il cellulare che vibrava sul comodino. Era Matteo.
Sì, tesoro? risposi con voce roca.
Mamma, oggi arrivo a pranzo… mi fai qualcosa di buono?
Abbozzai un sorriso stanco. Era passato quasi un trimestre da quando Andrea se nera andato, ma almeno avevo Matteo. Dovevo sforzarmi di essere forte almeno per lui.
Certo, amore. Ti preparo le crespelle, ok?
Fantastico! Arrivo fra poco, sono già sul treno!
Negli ultimi mesi Matteo veniva spesso, ogni weekend se poteva. Sapeva quanto io e suo padre soffrivamo, ma il tempo andava avanti e anche lui portava il peso della perdita del fratellino. Era la nostra famiglia, dovevamo superarci tutti insieme.
Mi alzai a fatica dal letto e mi trascinai in cucina. Aprii il frigo e mentre cercavo quello che mi serviva, mi accorsi che mancava il latte. Mio marito, Giulio, era seduto al tavolo a trafficare con delle schede elettroniche. Sollevò gli occhi e mi chiese:
Serve una mano? Devo andare al supermercato?
No, porta pazienza, vado io, così mi distraggo un po. Matteo arriva fra poco, vuole le crespelle, ma manca il latte.
Giulio mi guardò un po sorpreso, quasi sollevato di vedermi prendere in mano la situazione Forse torna a vivere, pensò.
Mi vestii piano e uscii. Laria di marzo era tiepida, le prime rondini cantavano e i rami degli alberi erano già riempiti di germogli teneri, pronti a diventare foglie. La natura si stava risvegliando. Pensai con una fitta: Andrea non vedrà mai la sua quinta primavera.
Mi scacciai quei pensieri e camminai verso il negozio.
***
Presi dallo scaffale il latte, i biscotti che piacciono tanto a Matteo, il pane e un po di pollo. Mentre mi avviavo verso la cassa, sentii, tra le corsie, una risatina che mi raggelò il sangue sembrava proprio quella di Andrea. Seguii distinto il suono, ma scorsi solo per un attimo una sagoma di bambino che scompariva tra gli scaffali. Sapevo che era impossibile, ma non potei fare a meno di cercare. Nella fretta urtai un cartellone pubblicitario e lo feci cadere. Mi chinai di scatto per rimetterlo in piedi, quando mi accorsi che sopra, a lettere rosse su fondo bianco, cera proprio quellindirizzo che avevo visto nel sogno.
Andrea, che messaggio vuoi darmi? sussurrai.
Tornando a casa, non pensavo ad altro. Andrea cercava di dirmi qualcosa? Dovevo cercare quellindirizzo su Google. Ma non oggi. Oggi dovevo accogliere Matteo, cercare di sorridere ancora una volta.
***
Sorprendentemente, la sera passò in un soffio e, per la prima volta da mesi, riuscimmo persino a ridere insieme. Matteo divorava con gioia tutto quello che avevo cucinato, e io e Giulio, guardandolo, ci sentivamo grati per questo figlio rimasto, il nostro primogenito. Dopo cena andammo ciascuno nella propria stanza; la notte era caduta su Modena.
Mi addormentai sfinita, ma mi svegliai a metà notte. Sentivo una vocina venire dal bagno, era la dolce melodia della canzoncina preferita di Andrea, quella che cantava sempre imitando il trattore blu del cartone. Il mio cuore impazzì di colpo, mi alzai silenziosa per non spaventare Andrea.
Aprii la porta del bagno piano piano: nessuno. Le lacrime iniziarono a scorrere sulle guance.
Ma cosa speravo? Andrea non cè più! pensai, stufa di me stessa.
Aprii il rubinetto, mi lavai il viso. Dovevo smettere. Per Matteo, per Giulio. Mi guardai allo specchio: ero pallida, con le occhiaie. Con un gesto nervoso, presi un po di sapone e lo passai sul vetro, come se quellatto potesse cancellare il dolore. Le gocce di schiuma, mentre scivolavano, formarono curiosamente delle lettere che ricordavano quellindirizzo. Rabbrividii, e in quellattimo, mi parve di sentire la vocina di Andrea:
Ti aspetto, mamma…
***
Non dormi ancora? chiese Giulio, colto dalla luce del portatile.
Io ero seduta in poltrona, con il computer sulle ginocchia, dispersa nei miei pensieri.
Vieni qui, Giulio… Se anche tu senti qualcosa, allora tutto quello che sto vivendo in questi giorni non è solo nella mia testa…
Giulio venne vicino e, appena vide la foto sullo schermo, si bloccò. Era quella di un bambino, poco più piccolo di Andrea, un certo Gabriele Romano, quattro anni. La scritta spiegava tutto: i genitori di Gabriele erano morti in un incidente, era cresciuto con la nonna fino a sei mesi prima, poi finita anche la nonna, era andato in una casa famiglia a Carpi.
Questindirizzo mi sta perseguitando spiegai, e gli raccontai il sogno, lincontro al supermercato, il bagno. Giulio mi guardò serio e decise:
Chiara, domani andiamo là.
***
La direttrice, la signora Caterina Bianchi, ci accolse in corridoio e non fece altro che parlare mentre ci accompagnava. Ci spiegò che Gabriele era arrivato lì da poco, dopo aver perso anche la nonna, ma era un bambino solare e pieno di vita, che aveva sempre aspettato la sua vera mamma e il suo vero papà. Ogni volta che qualcuno cercava di adottarlo lui si chiudeva, diceva che avrebbe riconosciuto i suoi genitori quando sarebbero arrivati, e da qualche mese raccontava di avere un amico immaginario, Andrea.
E proprio Andrea gli ha detto che presto sarebbero venuti la sua mamma e il suo papà… concluse, aprendoci la porta della sala giochi.
Appena entrai lo riconobbi: era lui. Esile, biondino, stava seduto a costruire torri di cubi, canticchiando la canzoncina di Andrea. Quando ci vide, si girò di scatto e, con un sorriso immenso, corse ad abbracciarci:
Mamma! Papà! Lo sapevo che sareste arrivati!
***
La signora Caterina accelerò tutte le pratiche di adozione. Si commosse quando capì la storia di Andrea e la nostra voglia di ricominciare. Dopo nemmeno un mese, io, Giulio, Matteo e Gabriele tornammo a prenderlo per portarlo nella nostra casa. Prima di uscire, però, Gabriele mi lasciò la mano:
Mamma, aspetta! Andrea è là, in fondo al corridoio. Vuole salutarci!
Mi si strinse il cuore. Ma era un dolore diverso, quasi dolce, consapevole che non tutto si può cambiare, ma che la vita va avanti e anche il nostro Andrea voleva così. Ora avevo un altro piccolo da proteggere, qualcuno che ci aveva aperto il suo cuore fragile. Andrea resterà sempre con noi, ma ora dovevo essere forte, anche per Gabriele.
Gabriele corse fino in fondo al corridoio, guardò fuori dalla finestra, poi tornò e prese la nostra mano. E proprio mentre uscivamo, un candido colombo spiccò il volo dal davanzale, girando sopra di noi in un cerchio perfetto, come per dare la sua benedizione a quella nuova famiglia che aveva imparato, con fatica e amore, a rinascere.





