Alessandro si sedette sul bordo del divano, quasi temendo che il pavimento sotto di lui potesse aprirsi allimprovviso.
Non ricordava lultima volta in cui la voce di suo figlio fosse stata tanto piena di vita, tanto colma di gioia.
Da anni la sua casa gli sembrava un museo della sofferenza diagnosi, fisioterapie, paure, sconforto.
Ora invece risate.
Risate vere, infantili, pulite.
Giulia sussurrai piano, tanto che lei quasi sobbalzò. Mi spiega che tipo di esercizi sono questi?
Lei abbassò lo sguardo, imbarazzata.
Ho soltanto notato che stava male sempre in carrozzina. Abbiamo iniziato con pochi secondi in piedi, poi un po di più. Ho fatto il primo anno alla facoltà di fisioterapia, poi ho dovuto lasciare: servivano soldi e ho iniziato a lavorare. Non volevo infrangere nessuna regola
Continui pure, dissi calmo.
Allinizio era difficile. Cadeva, piangeva, ma poi ha iniziato lui stesso a volerci riprovare. Gli ho detto che il corpo impara quando lanima crede. E lui ha creduto. Non in me in sé stesso.
Mi coprii il viso con le mani.
Io stesso avevo mai creduto davvero? O forse mi ero ormai abituato allidea che mio figlio non avrebbe mai camminato?
Papà sussurrò Matteo, avvicinandosi piano può restare sempre con noi la zia Giulia?
La sua voce tremava.
Volevo dirgli qualcosa, ma le parole proprio non mi uscivano.
Dopo una breve pausa, sussurrai soltanto:
Certo, figliolo.
Quella sera non riuscii a dormire.
Mia moglie, Maria, era ancora allestero a Bruxelles per lavoro.
Stavo nel mio studio, a sfogliare le cartelle cliniche di Matteo.
Migliorata coordinazione. Maggiore stabilità. Ridotto timore durante la deambulazione.
Tutti firmati dai medici. Ma il vero cambiamento era arrivato da unaltra persona da Giulia.
La mattina seguente la aspettai in cucina.
Entrò coi capelli raccolti, abiti semplici, le mani segnate dalla fatica.
Signor Bianchi se volete licenziarmi, lo capisco. Solo non si arrabbi con Matteo.
Si sieda, la interruppi sempre pacato.
Lei obbedì.
Voglio sapere perché lha fatto. Non da dipendente. Da persona.
Rimase in silenzio a lungo, poi disse:
Perché in lui ho visto me stessa.
La guardai stupito.
Da piccola anche io non potevo camminare. Un incidente. Mia madre mi cresceva da sola e, quando è morta, i medici dissero che non cera speranza. Ma una vicina pensionata, ex infermiera veniva ogni giorno, senza voler soldi, solo con queste parole: Ce la farai. E ce lho fatta.
E se avesse perso il lavoro per questo? chiesi allora.
Lei sorrise appena:
Almeno avrei saputo di averci provato.
Passarono le settimane.
Iniziai a tornare a casa sempre prima.
Per la prima volta da anni cenavo con Matteo. Spesso mi mettevo da parte a guardarli Giulia e il piccolo ad allenarsi, ridere, cadere e rialzarsi ancora.
Quando Maria tornò, il suo volto si fece di pietra.
Che succede qui? chiese fredda. Da uomo daffari sei diventato una balia. Ora hai tempo per la donna delle pulizie, ma non per i tuoi soci?
Forse, per la prima volta, sto facendo qualcosa di vero, le risposi calmo.
Lei tacque, ma negli occhi aveva fuoco.
Una sera li sorpresi in giardino.
Matteo era in piedi, senza stampelle, appoggiato allerba, con Giulia a un passo, pronta a sostenerlo.
Dai, piccolo guerriero! Ancora un passo! lo incitava.
Lui fece il primo. Poi il secondo. E cadde dritto tra le sue braccia.
Scoppiarono a ridere.
Le lacrime mi offuscarono la vista.
Non guardavo più una governante, vedevo la donna che aveva riportato mio figlio alla vita.
Maria li scorse dalla finestra.
Ma guarda sibilò la tua domestica si comporta già da madre!
Lei ha fatto quello che tu non hai mai fatto, le risposi piano.
Fu la fine.
Una settimana dopo Maria raccolse le sue cose e partì.
Niente urla, niente pianti solo il rumore secco di una porta che si chiude.
Passarono sei mesi.
Matteo camminava da solo.
Ogni passo era fatica, ma anche vittoria.
Era primavera.
Camminavamo tutti e tre lungo il vialetto davanti a casa io, Giulia e Matteo.
Il piccolo ci teneva per mano e gridava:
Guardatemi! So camminare!
Giulia si asciugò gli occhi.
Mi chinai su di lei e sussurrai:
Grazie. Per mio figlio. Per tutto.
Lo ha fatto lui da solo, sorrise. Io ero soltanto accanto a lui.
No, dissi. Ci hai insegnato entrambi a stare in piedi.
Le presi la mano.
Non più come il padrone di casa, ma come un uomo che finalmente capisce il significato vero della parola famiglia.
Matteo ci guardò e rise:
Ve lavevo detto che siamo una squadra!
E in quel momento capii che, finalmente, avevo davvero tutto.
Non soldi, non potere, ma qualcosa di inestimabile: una famiglia.
Fine.



