La panchina vuota: una storia di attesa, amicizia e silenzi tra nonni davanti alla scuola italiana

Panchina vuota

Mi sono seduto sulla vecchia panchina vicino all’ingresso della scuola elementare di via Roma, come sempre quando vado a prendere la mia nipotina. Il termos di caffè borbottava tra le mie mani, e prima di appoggiarlo sulle ginocchia ho controllato, per abitudine, che il tappo fosse ben chiuso. Non perdeva, lo sapevo, ma la sicurezza non basta mai. Sul fondo della tasca tenevo una bustina di briciole per i piccioni, nellaltra una copia piegata dellorario di Sofia: il giorno del rientro, la lezione di musica, le attività extrascolastiche. Ormai lo conoscevo a memoria, eppure quella carta mi tranquillizzava.

Come sempre, seduto sul suo angolo, cera già il signor Nicola Andrioli. Aveva tra le dita un piccolo sacchetto di semi di girasole, li muoveva piano senza mangiarli, come se stesse contando qualcosa. Quando sono arrivato, mi ha fatto un cenno con la testa e si è spostato di poco, lasciando spazio. Non abbiamo mai sentito il bisogno di salutarci a voce alta, quasi per rispetto della quiete mattutina davanti alla scuola.

Oggi hanno la verifica di matematica, ha mormorato Nicola, fissando le finestre al secondo piano.

Noi lettura, ho risposto, e mi sono sorpreso a usare noi, come se fossi tornato bambino.

Mi piaceva che Nicola non sorridesse di questa complicità sottile.

Non cè stato nulla di solenne nel nostro incontro: prima ci trovavamo per caso, poi ci siamo riconosciuti nei cappotti, nel passo, nel modo di tenere le mani. Lui arrivava sempre dieci minuti prima della campanella, si sedeva sulla stessa panchina e guardava subito i cancelli dingresso, come se verificasse che tutto fosse al proprio posto. Io, allinizio, rimanevo in disparte, poi un giorno, stanco, mi sono seduto accanto. Da allora, quello è diventato il nostro spazio.

Il cortile della scuola è sempre uguale; questa ripetizione è una certezza. Il bidello che esce a fumare, la maestra che corre col registro sotto braccio parlando al telefono: Sì, certo, dopo le lezioni. I genitori che discutono di corsi di danza e compiti a casa. I bambini che si affacciano alle finestre agitando le mani verso chi li attende. Mi scopro ogni volta a non aspettare solo Sofia, ma anche questa routine.

Un giorno Nicola ha portato un secondo bicchiere e lo ha appoggiato accanto al mio termos.

Io non bevo, ha detto, come in scusa. Pressione alta.

Allora lo bevo io, ho risposto, e ho versato due dita di caffè. Almeno lodore, vuole sentirlo?

Nicola ha accennato un sorriso.

Lodore sì.

Da quel giorno abbiamo creato un rituale: io versavo il caffè, lui teneva il bicchiere con attenzione, me lo restituiva vuoto. A volte dividevamo un biscotto, altre volte il silenzio. Quel silenzio non pesava mai, era solo la pausa di un discorso destinato a riprendere.

Parlavamo dei nipoti con cautela, come del tempo meteorologico. Mi raccontava che suo figlio Vittorio non amava leducazione fisica, trovava ogni scusa per non uscire. Io ridevo e dicevo che Sofia, al contrario, correva talmente tanto che la maestra la pregava di non esagerare. Poi i discorsi si sono ampliati. Nicola mi confessò che dopo la morte della moglie aveva smesso a lungo di uscire solo la scuola laveva costretto a tornare tra la gente, per dovere. Io non risposi subito, ma la sera, lavando i piatti, capii che avrei voluto confidarmi anchio.

Vivo con mia figlia e la nipote in un trilocale nei pressi di Porta Nuova. Mia figlia lavora in uno studio di commercialisti, torna sempre stanca e parla per monosillabi. Sofia è vivace, quel suo rumore riempie la casa: un rumore che non disturba. Cerco di essere daiuto, di non intralciare. A volte mi sento come una sedia di troppo: nessuno ci fa caso, ma comunque cè.

In quel cortile, sulla panchina, ho sentito che qualcuno mi aspettava davvero, non solo perché dovevo fare il nonno. Nicola chiedeva: Come va la pressione? o Sei stato dal medico? non per educazione, ma perché gli importava. E io gli rispondevo sinceramente.

Un giorno ha portato un pacchetto di mangime per uccelli.

I piccioni ormai ci conoscono, ha detto. Guardi come si avvicinano.

Ho sparso una manciata di briciole sullasfalto. I piccioni sono arrivati subito, le zampe che frusciavano nel terriccio mi hanno dato una sensazione di leggerezza: un piccolo gesto che, in un modo silenzioso, migliora la giornata di qualcuno.

Col tempo, quelle pause davanti alla scuola sono diventate una mia necessità. Non più finché cè lezione, non perché devo attendere, ma una parte della giornata che non volevo cancellare. Ho iniziato ad uscire prima, per assicurarmi il posto e vedere Nicola che si siede, che si toglie i guanti, che si sistema.

Quel lunedì sono arrivato, come sempre, e la panchina era vuota. Mi sono fermato, quasi stessi sbagliando cortile. La pioggia della notte laveva bagnata, sopra cera solo una foglia gialla appiccicata alla sedia. Ho tirato fuori il fazzoletto, ho pulito un angolo e mi sono seduto. Ho appoggiato il termos e la bustina di briciole sulle ginocchia. Ho guardato verso la casetta del bidello: lui era immerso nel cellulare, non si accorgeva di nulla.

Forse è in ritardo, ho pensato. Capita, a Nicola, di tardare se la fila in farmacia è lunga. Ho versato il caffè, ne ho bevuto un sorso, aspettando. Quando la campanella ha suonato, Nicola non è arrivato.

Il giorno dopo la panchina era ancora vuota. Mi sono seduto senza pulirla, ho messo il giornale sotto e ho osservato i cancelli, nella speranza di scorgere la sagoma di un uomo anziano in giacca scura. Nessuno è venuto.

Al terzo giorno mi sono sentito irritato. Non con Nicola, ma con quel senso di abbandono senza spiegazione. Ho pensato persino: Poco importa, non era poi così necessario. Ma subito ne sono stato amareggiato. Non avevo diritto di pretendere niente, eppure qualcosa dentro di me lo pretendeva.

Nicola aveva un vecchio cellulare; lo vedevo mentre, con gli occhiali in punta di naso, cercava i numeri nella rubrica. Il suo numero lo avevo annotato tempo fa, quando avevamo discusso su come chiamare il taxi per portare Vittorio alle gare di scacchi. A casa, lho cercato, lho composto. Solo squilli, poi il segnale breve, il vuoto. Ho riprovato. Uguale.

Il quarto giorno ho chiesto informazioni al bidello.

Mi scusi, il signor Nicola Andrioli il nonno di Vittorio, era sempre qui. Lha visto, per caso?

Ha alzato lo sguardo, come se gli avessi chiesto la password del Wi-Fi.

Di nonni ne passano tanti, ha detto. Non li riconosco tutti.

Alto, con i baffi, ho aggiunto, e mi sono sentito un po ridicolo.

Non lo so, e già tornava a fissare il telefono.

Ho provato con la signora che aspetta spesso al cancello, sempre pronta a criticare i compiti.

Sa qualcosa di Nicola Andrioli?

Io non conosco nessuno, ha tagliato. Ho solo da pensare a mio figlio.

Sono andato dalla giovane mamma col passeggino, che a volte mi sorride.

Mi perdoni, conosce Vittorio? Il ragazzo della terza B.

Vittorio? Sì, mi pare. È tranquillo. Perché?

Suo nonno non lo vedo da giorni.

La mamma ha alzato le spalle.

Forse sta male. Ora sono tutti ammalati.

Sono tornato alla panchina, sentendo crescere la preoccupazione. Mi dicevo che non era affar mio. Eppure, quando guardavo il posto vuoto, provavo vergogna, come se stessi tradendo qualcuno solo stando fermo.

A casa ho raccontato la storia mentre mia figlia affettava il pomodoro.

Papà, magari è partito per trovare i parenti, ha detto, senza guardare.

Mi avrebbe avvisato, ho risposto.

Non puoi saperlo, ha sospirato lei. Non agitarti, pensa alla pressione.

Sofia annotava i compiti a tavola.

Il nonno Nicola? ha chiesto. È simpatico. Una volta mi ha detto che leggo più veloce di quanto lui riesce a pensare.

Ho sorriso, ma mi sono sentito subito triste.

Vedi, ha concluso Sofia. Forse ha solo altro da fare.

Ho annuito, ma la notte mi sono svegliato e sono rimasto a fissare il soffitto, sentendo mia figlia parlare a bassa voce al telefono. Avrei chiamato di nuovo Nicola, ma temevo di sentire una voce nuova, oppure nessuna.

Il giorno dopo, aspettando Sofia, ho visto Vittorio uscire ultimo dalla scuola. Aveva uno zaino troppo grande e camminava accanto a una donna energica, con i capelli corti. Ho capito che era la sua mamma.

Non mi sono avvicinato subito. Ho lasciato che si allontanassero, poi li ho raggiunti.

Mi scusi, è la mamma di Vittorio?

Si è irrigidita.

Sì, chi è lei?

Sono con suo papà, il signor Andrioli, aspettavamo spesso i bambini insieme. Mi chiamo Giuseppe Bertoli. Non lo vedo più e sono preoccupato.

Mi ha guardato a lungo, cercando di capire se fidarsi.

È in ospedale, ha detto infine. Ictus. Niente di gravissimo beh, si fa per dire. Adesso è ricoverato. Gli hanno tolto il telefono, per sicurezza.

Le gambe mi tremavano. Mi sono aggrappato alla tracolla della borsa.

Dove? ho chiesto.

Alla Civile, in via Verde, ha risposto. Purtroppo non fanno entrare chiunque. Capisce?

Capisco, anche se non capivo come si possa lasciar solo qualcuno.

Grazie per aver chiesto, ha aggiunto in tono più gentile. Gli farà piacere sapere che qualcuno pensa a lui.

Si è allontanata con Vittorio. Sono rimasto vicino al cancello. Provo sollievo, lassenza aveva avuto una ragione, ma ora mi invadeva unaltra ansia.

Tornato a casa, ho raccontato ancora a mia figlia. Lei si è imbronciata.

Papà, non andare a ficcare il naso, ha detto. Te li faranno fare i turni di guardia. E poi, chi è per te?

In quel tono sentivo timore, non rabbia. Paura che io potessi ancora trovare una preoccupazione e perdere lequilibrio.

Nessuno, ho detto. Ma comunque.

Il giorno dopo sono andato al poliambulatorio, dove ogni tanto faccio analisi. Sapevo che lì cera unassistente sociale, visto lavviso in bacheca. Il corridoio odorava di disinfettante, le persone erano accalcate con le cartelle cliniche. Ho ritirato il numero, ho aspettato.

La donna alla scrivania mi ha ascoltato, aveva uno sguardo spento.

È suo parente? mi ha chiesto.

No, ho risposto onestamente.

Allora non posso darle informazioni, ha detto con calma. È riservato.

Non voglio saper dettagli, mi sono accorto che la voce mi tremava. Vorrei lasciare almeno un messaggio È solo, ci vedevamo ogni giorno.

Capisco, ha ammesso. Il biglietto può passare dai familiari. O dal reparto, se lo fanno entrare. Ma senza il loro consenso, non posso.

Sono uscito e mi sono seduto sulla panca del corridoio. Sentivo vergogna, come uno sciocco che chiede lelemosina. Mi sono detto: È finita. Sono solo un vecchio invadente. Ho pensato di tornare a casa e chiudermi in stanza, non andare più davanti alla scuola.

Poi ho ricordato i piccoli gesti di Nicola: il bicchiere offerto, il pacchetto di semi condiviso, un silenzio che non pesava. Ora toccava a me fare qualcosa.

Ho chiesto alla madre di Vittorio il numero di telefono. Inizialmente esitava, poi, vedendo la mia insistenza gentile, me lha dettato.

Solo che non faccia di testa sua, ha detto. Lì ci sono regole.

Ho chiamato la sera.

Sono Giuseppe Bertoli vorrei lasciare due parole per il signor Andrioli, se possibile.

Dallaltra parte un attimo di silenzio.

Ora fa fatica a parlare, ha detto. Ma sente. Domani vado. Che devo dirgli?

Ho guardato il mio quaderno. Avevo preparato delle frasi, che dimprovviso mi sembravano sciocche.

Gli dica che la panchina è al suo posto, ho detto piano. Che lo aspetto. E il caffè lo porterò appena sarà possibile.

Va bene, ha sorriso. Glielo riferirò.

Sono rimasto a lungo in cucina dopo quella telefonata. Mia figlia ha finito di lavare i bicchieri fingendo di non ascoltare. Poi, mettendo il piatto nellasciuga tutto, ha detto:

Papà, se vuoi, verrò anchio. Quando lasciano entrare.

Ho annuito. Mi ha fatto bene che abbia detto con te, non per cosa.

Dopo una settimana, la madre di Vittorio è venuta da me allingresso della scuola.

Ha sorriso quando gli ho parlato della panchina, mi ha riferito. E con la mano ha fatto così, come per invitare. Il medico dice che la riabilitazione sarà lunga. Probabilmente lo porteremo a casa, sarà impossibile lasciarlo solo.

Sento una morsa nel petto. Comprendo che le nostre mattine, forse, non torneranno. Sento un vuoto simile a quello di una giacca tolta dal gancio.

Posso scrivergli una lettera? domando.

Certo, annuisce. Ma breve, si stanca presto.

La sera prendo un foglio, scrivo in grande, per renderlo leggibile: Signor Andrioli, sono qui. Grazie del caffè e dei semi. La aspetto, quando potrà uscire. Giuseppe Bertoli. E sotto: Vittorio è stato bravo. Rileggo, non cambio nulla. Piego il foglio, scrivo il cognome che avevo visto una volta sulla sua bolletta, quella che aveva criticato per limporto.

La mattina seguente porto la busta e la consegno alla madre di Vittorio. È asciutta, pulita, la tengo come se fosse qualcosa di fragile.

Quando suona la campanella e i bambini escono, mi alzo come sempre. Sofia mi abbraccia saltellando, inizia a raccontare della lezione. Lascolto, ma guardo la panchina. È vuota, ma ora il vuoto non dà fastidio: è diventato parte di qualcosa che vale, pure se oggi non appare.

Prima di andarmene, tiro fuori dal cappotto la bustina di briciole e le spargo sullasfalto. I piccioni volano subito, ormai conoscono lorario quasi più dei bambini. Li guardo e mi accorgo che posso continuare a venire qui non solo per aspettare, ma anche per non chiudermi.

Nonno, che pensi? chiede Sofia.

Niente, rispondo, prendendola per mano. Andiamo. Domani torniamo.

Questa volta lo dico come una scelta mia, e perciò il passo è più leggero.

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