Vai via subito! urlò Stefano.
Ma cosa dici, figliolo la suocera cercava di alzarsi, aggrappandosi al bordo del tavolo.
Non sono il tuo figliolo! Stefano afferrò la borsa di sua madre e la lanciò nellingresso. Non voglio più vederti qui dentro!
Vai via subito! ripeté Stefano.
Francesca rabbrividì. In sei anni non aveva mai sentito una tale furia in lui.
Ma cosa dici, figliolo la suocera riprovò ad alzarsi, stringendo il tavolo.
Non sono il tuo figliolo! Stefano prese la sua borsa e la scaraventò nel corridoio. Non devi più mettere piede in questa casa!
Giulietta dormiva con le braccia aperte, piccola come una stella marina. Francesca sistemò la copertina.
Le piaceva stare lì a osservare lamata figlia che aveva tanto sognato e desiderato. Ne aveva passate tante per diventare mamma.
Stefano rientrò dalla notte al lavoro lo capì dal rumore lieve nel corridoio. Francesca uscì dalla stanza della bimba, chiudendo piano la porta. Stefano si toglieva le scarpe.
Era esausto, dimagrito. Lavorava come un mulo per chiudere i debiti del prestito che avevano preso per la fecondazione assistita.
Dorme? sussurrò lui.
Sì, ha mangiato e si è addormentata subito.
Stefano attirò Francesca a sé, appoggiando il viso sul suo collo.
Non era uno che parlava damore, ma lei sapeva che lui le era grato fino alla follia.
Per non averlo lasciato, per non aver scelto un altro più sano, per averlo reso felice.
A sedici anni, Stefano aveva affrontato la parotite da solo, vergognandosi di confessare a sua madre il dolore e il gonfiore.
Quando glielo disse, era tardi. Le complicazioni lo avevano quasi lasciato sterile.
Mamma ha chiamato, disse con voce strozzata, tenendola stretta.
Francesca si irrigidì.
E cosa vuole Carla?
Arriva. A pranzo sarà qui. Dice che ha fatto la crostata e che ci vuole vedere.
Francesca sospirò, sciogliendosi dallabbraccio.
Stefano, sicuro che sia il caso? Lultima volta per poco non mi faceva venire una crisi con i suoi rimedi della nonna.
Dai, Franci, è mia madre Vuole vedere la nipote. È passato un anno e Giulietta lha solo vista in foto. È comunque la nonna.
Una nonna, sorrise amaro Francesca. Che considera nostra figlia unestranea.
Era passato un anno dalladozione della piccola. Le liste dattesa per neonati sani dalle loro parti erano così lunghe che si rischiava di invecchiare aspettando.
Gli agganci, una bustina con qualche bel biglietto da cento euro per il reparto, e la complicità di una ostetrica amica fecero il miracolo.
La piccola venne al mondo da una ragazzina di sedici anni, spaesata e impaurita, per la quale un figlio avrebbe cambiato la vita in peggio.
Francesca ricordava tutto di quel giorno: il fagottino di tre chili, gli occhi azzurri immersi nella coperta.
Va bene, rispose Francesca. Che venga pure, sopravviveremo. Ma se ricomincia con quei discorsi
Non lo farà, te lo prometto, disse Stefano.
Carla arrivò a pranzo. Entrò in casa riempiendo lingresso con la sua presenza.
Era una donna imponente, chiassosa, con quella grinta da paesana che le permetteva di fermare un cavallo e sistemare una casa dopo il terremoto, e pure sconvolgere i cervelli altrui.
Madonna santa! si lamentò già sulla soglia, parcheggiando una grossa borsa a quadretti nellingresso. Che viaggio! Sul treno si soffocava, in metro una calca assurda.
E poi abitate così in alto? Ascensore che fa paura, pensavo di morire!
Ben arrivata, mamma, disse Stefano baciandola sulla guancia e prendendole la borsa. Vieni, lavati le mani.
Carla si tolse il cappotto, sfoggiando un vestito fiorito che le avvolgeva la figura e subito posò gli occhi su Francesca.
La valutò da capo a piedi, come al mercato del bestiame.
Salve, Carla, sorrise Francesca.
Ciao, ciao la suocera serrò le labbra. Sei trasparente, Franci. Un mucchietto dossa. E mio figlio? Pure lui mi pare smunto. Non lo nutri?
Dico che tu digrassi, e lui, poveraccio, soffre la fame?
Stefano mangia più che bene, rispose Francesca, sentendo le guance ardere. Vieni, sediamoci a tavola.
In cucina, Carla aprì subito la borsa, tirando fuori contenitori di crostatine, un barattolo di cetriolini sottaceto, un pezzo di lardo.
Ecco, mangiate! Qui in città è tutta roba chimica. Masticate solo plastica.
Si sistemò a tavola pesantemente.
Allora, raccontate. Come va? I debiti per quegli esperimenti li avete chiusi?
Francesca strinse la forchetta. Esperimenti! Chiamava così sei anni di dolori, speranze, frustrazioni.
Quasi finito, mamma, rispose secco Stefano prendendosi uninsalata. Basta parlare di soldi.
E di cosaltro parlare? si stupì la suocera, addentando una crostatina. Del tempo? In paese, tuo fratello Marco è diventato papà per la terza volta.
Una bambina, bellissima! Quattro chili! E tua sorella Antonella aspetta due gemelli. Questa sì che è razza!
La nostra razza, Stefano, è forte. Noi siamo produttivi. Guardò Francesca, con un significato.
Basta che non si rovinino i geni
Francesca posò la forchetta piano.
Carla, lo abbiamo detto cento volte. Non è colpa mia. Ci sono referti medici.
Ma dai! scartò la suocera. Quelli li scrivono per farsi pagare. E la parotite figurati!
Da noi metà paese lha avuta, e tutti hanno figli a non finire!
Questa donna disse rivolgendosi a Stefano ti ha riempito la testa per non far sembrare che il problema sia suo.
Mamma! sbottò Stefano dando un pugno sul tavolo. Basta così!
Carla si portò teatralmente la mano al cuore.
Non alzare la voce con tua madre! Ho cresciuto cinque figli, so come vanno le cose. Lei è tutta stretta, con i fianchi da ragazzina. Dove li fa i figli? È sterile.
Siamo felici, mamma, disse Stefano con dolcezza. Abbiamo Giulietta.
Una figlia sbuffò Carla. Fammi vedere almeno.
Entrarono nella cameretta. Giulietta era sveglia, seduta nel lettino mentre giocava con un orsetto di peluche.
Vedendo la nonna, si imbronciò ma non si mise a piangere. Aveva un carattere molto tranquillo.
Carla si avvicinò al lettino. Francesca si mise accanto, pronta a prendere la bimba se fosse servito.
La donna osservò la bambina con occhi socchiusi. Poi, allungò la mano e toccò la guancia paffuta. Giulietta si ritrasse.
Ma chi somiglia? sbuffò Carla. Con quegli occhi scuri da noi siamo tutti chiari.
Sono azzurri, corresse Francesca. Azzurro scuro.
E il naso? Una patata. Tu ce lhai appuntito, Stefano dritto. Questa invece
Si raddrizzò, scuotendo le dita come se si fosse sporcata.
Razza estranea, si vede subito!
Tornarono in cucina. Stefano si versò dellacqua, aveva le mani tremanti.
Mamma, ti prego, iniziò cercando di controllarsi. Noi amiamo Giulietta! È nostra! Per i documenti, per il cuore, per tutto.
E proveremo anche di nuovo. I medici dicono che ci sono ancora delle possibilità, anche se minime. Ma anche se non succederà abbiamo già una famiglia.
Carla si rinchiuse in un broncio. Dentro sembrava esplodere. Da madre di cinque, nonna di dodici, veder suo figlio dedicarsi al figlio di altri la mandava fuori di testa.
Sei uno sprovveduto, Stefano, sospirò infine. Che sprovveduto! Hai trentacinque anni. Nel pieno della forza. E ti metti a perdere tempo con una trovatella!
Non permetterti di chiamarla così! tuonò Francesca.
E come dovrei chiamarla? Carla si girò di scatto verso lei. Una principessa?
Cara mia, ma guarda te! Tu i figli non riesci a farli, hai depistato mio figlio. Avete dato la bustarella Avete comprato la bimba al mercato come un gattino!
È nostra figlia!
Un figlio è tale se è tuo! Quando ti svegli la notte, quando hai la nausea, quando partorisci con dolore!
Questa invece fece un gesto verso la cameretta, È la recita della bambole e mamme. Avete preso il lavoro pronto. Chissà da che ragazzina sbandata.
E credete che i geni si cancellino? Crescerà e vi farà vedere i sorci verdi! Se la ridate, finché siete in tempo!
Francesca vide gli occhi del marito sgranarsi. Stefano si alzò piano.
Basta, disse sottovoce.
Carla sembrava interdetta.
Come, scusa?
Fuori di qui! urlò Stefano.
Francesca rabbrividì. In sei anni non laveva mai sentito gridare così.
Ma cosa dici, figliolo la suocera cercò di rialzarsi, sostenendosi al tavolo.
Non sono il tuo figliolo! Stefano afferrò la borsa della mamma e la scaraventò nel corridoio. Non voglio più la tua presenza qui! Ridare nostra figlia?!
Hai confuso una persona con una cosa? È mia figlia! Mia! E tu tu
Aveva il fiato corto.
Sei un mostro, non una madre! Torna al tuo paese e conta i tuoi razza pura. Ma non venire più da noi! Mai più!
Dalla cameretta si sentì un pianto. Francesca corse verso la porta, ma si fermò vedendo la faccia della suocera che cambiava colore, passando dal rosso al grigiastro.
Carla spalancò la bocca, cercando aria come un pesce fuor dacqua. La mano sul cuore serrava il vestito con forza.
Ste Stef rantolò. Un bruciore Forte
E cominciò a crollare. Pesante, come un sacco di grano, cadde di lato, rovesciando la sedia. Il tonfo si unì al pianto della bambina.
Francesca chiamò il 118. Stefano si inginocchiò accanto a sua madre, mani tremanti che cercavano di sbottonarle il colletto.
Mamma, cosa succede? Dai, respira, mamma!
Carla annaspava.
I medici arrivarono in un lampo. Un paramedico urlò subito dal corridoio:
Infarto acuto! Barella! Presto!
Quando la porta si richiuse dietro i paramedici, Stefano si accasciò sul pavimento dellingresso, la schiena contro il muro. Guardava il fazzoletto dimenticato da sua madre sopra il mobiletto.
Ma sono stato io a farla star male? chiese sottovoce.
Francesca si sedette accanto, gli prese la mano gelida.
No. È stato il suo veleno, la sua rabbia.
Ma era mia madre, Franci.
E ha suggerito di buttare via nostra figlia come se fosse un prodotto difettoso. Stefano, apri gli occhi! Hai difeso la tua famiglia.
Il telefono di Stefano vibrò dopo unora. Era sua sorella Antonella. Poi suo fratello Marco. Non rispose.
Arrivò anche un messaggio dalla zia:
Mamma è in rianimazione. I medici dicono che ha poche speranze. Sei soddisfatto, mostro? Che ti venga tutto addosso! Ti malediciamo con tutta la famiglia! Non farti vedere mai più!
Ecco. Non ho più una famiglia.
Francesca lo abbracciò sulle spalle, sentendo il suo corpo tremare.
Ce lhai disse con sicurezza. Hai me. Hai Giulietta. Siamo noi la tua famiglia! Quella vera. Quella che non tradisce.
Si alzò e gli prese la mano.
Vieni, bisogna dare da mangiare a Giulietta. Si è spaventata.
Quella sera stavano in cucina. La bambina, tranquilla, giocava con le costruzioni sul tappeto ai loro piedi. Stefano la guardava come se la vedesse davvero per la prima volta.
Franci, disse allimprovviso, in una cosa mamma aveva ragione.
Francesca si irrigidì.
In cosa?
I geni non li cancelli con un dito. Però i veri geni non sono il colore degli occhi o il naso. Il vero gene è la capacità di amare.
Mia madre ha avuto cinque figli, ma lamore che aveva dentro era come una pietra. Forse sono stato adottato anchio. Io, almeno, so amare Vero, piccolina?
Si chinò, prendendo la figlia in braccio. Lei lo afferrò per il naso e rise.
Papà, disse per la prima volta chiaramente.
Stefano si bloccò. Le lacrime che aveva trattenuto tutto il giorno scesero sulle guance, bagnando la tutina rosa.
Papà, ripeté. Sì, amore. Io sono il tuo papà. E nessuno ti porterà via da me.
Sua madre si riprese, ma Stefano con lei non ci parla più. Per i parenti è diventato il traditore numero uno.
Francesca ne prova quasi vergogna a dirlo, ma dentro è sollevata. Senza rancori e umiliazioni si vive mille volte meglio.
Perché circondarsi di certi parenti? Si sta benissimo anche senza
E tu, che ne pensi delle parole della mamma? Scrivimi sotto cosa ne pensi, e metti un like se ti va!




