Langelo peloso
Ricordo ancora come fosse ieri quella sera antica a Firenze, quando tornando tardi dal lavoro mi trovai di fronte a un grosso cane fermo immobile in mezzo alla via. Il cuore mi batteva forte. Feci qualche passo indietro senza distogliere lo sguardo dai suoi occhi profondi, scuri e attenti.
Bravo cane, bravo… mormoravo sottovoce, timida, sperando di non provocarlo.
Aveva una figura imponente il corpo robusto nascosto da una coltre di pelo folto, ormai arruffato dal vento e dalla pioggia. Le orecchie si muovevano a scatti, percependo ogni rumore, mentre mi osservava silenzioso. Io tremavo, lo ammetto, anche se cercavo di non darlo a vedere. Da piccola, a dire il vero, avevo sempre avuto paura dei cani persino quelli minuscoli che le signore coccolavano al parco delle Cascine. Un timore che affondava le radici nella mia infanzia fiorentina.
Avevo quattro anni e i miei mi portarono in campagna, tra le colline del Chianti, ospite di nonna. La vicina aveva un allevamento di cani da pastore. Io, bambina curiosissima, toccavo tutto, volevo scoprire ogni cosa. Così, quando un cucciolo si infilò nel nostro giardino, lo presi in braccio tutta felice. Ma mi si parò davanti la madre un cane grande quanto la paura che mi incuté. Non latrò, mostrò solo i denti e ringhiò piano. Quell’attimo mi segnò per sempre: la sensazione di terrore gelido, l’impotenza e la consapevolezza che, di fronte a certi spaventi, si è davvero piccoli.
Passarono gli anni, ma la fobia restava, così quando mi trovai davanti a quel cagnone in via Romana, appena calato il sole decisi di fare il giro lungo, più prudente che mai. Mi voltavo ogni tanto, e lui intanto mi seguiva, a distanza, senza accelerare, come unombra discreta.
Che strano… non si avvicina più di tanto pensavo tra me Sente che ho paura Ma perché mi accompagna? E dovè il padrone?
Finalmente, scorsi il portone giallo del mio palazzo e corsi su per le scale. Appoggiai la tessera sul citofono e entrai. Mi voltai ancora e, dal marciapiede, vidi il cane seduto. Non tentò di entrare, ma rimase a fissarmi con quello sguardo placido e penetrante.
Appena chiusa la porta, rimasi ad ascoltare il brusio distante di Firenze. Mi affacciai alla finestra: era ancora lì, la sua sagoma pelosa bene in vista. Sollevò il muso come se sapesse di essere osservato, agitò la coda con pigra maestà, e poi finalmente si allontanò.
Iniziò così il nostro piccolo rito: ogni sera quando rientravo dallagenzia pubblicitaria, lui sbucava dallombra di Santo Spirito e mi faceva compagnia fino a casa. Allinizio manteneva la distanza, poi, a poco a poco, accorciava lo spazio tra noi, finché un giorno camminò quasi al mio fianco.
Il mio timore non svanì subito, ma si affievolì. Se prima ogni suo movimento mi faceva sobbalzare, ora lo guardavo con diffidenza sì, ma anche con un pizzico di fiducia. Il mio corpo ricordava il trauma infantile, ma la ragione cominciava a suggerire che quel cane non era affatto minaccioso: era semplicemente lì, discreto compagno silenzioso.
Notai col tempo alcune sue abitudini: camminava con passo calmo e lento, le orecchie ormai rilassate e gli occhi profondi non più minacciosi. Un giorno, presi coraggio e decisi che un cane come lui meritava un nome.
Plutone, sussurrai, tra me e me. Sì: per il suo aspetto imponente e per il mistero che portava con sé.
La sera seguente, chiamai: Plutone! e lui, come se avesse compreso, girò la testa verso di me con dolcezza inattesa. Sorrisi forse per la prima volta da tanto.
Alla mia agenzia vivevo giorni frenetici: briefing, clienti distratti, telefonate infinite. Tornare a casa era ormai, per me, sinonimo di tregua. Ma con Plutone i miei rientri cambiarono sapore. Non era più solo tragitto, era un momento di pace. Mi accompagnava silenzioso, rassicurante, come se sapesse che avevo bisogno proprio di questo: presenza senza imposizione.
Col tempo rallentai il passo; talvolta, osavo fermarmi e rivolgergli una rapida occhiata. Plutone rispondeva con calma, come se volesse mostrarmi quanto la fiducia si costruisca a piccoli gesti. Ogni sera sentivo il panico sfumare, facendo posto a qualcosa di nuovo e timido non ancora familiarità, ma già non più paura.
Un tiepido settembre, mentre Firenze profumava di foglie secche, restai in ufficio più del solito era tardi ormai, quasi le otto e io correvo a casa, ma qualcosa mi parve subito strano: Plutone non cera. Di solito lo vedevo apparire nello slargo del Giardino Torrigiani, o tra i bossi della piazzetta. Senza di lui la città mi sembrava più grigia, e improvvisamente mi sentii sola, a disagio.
E se gli fosse successo qualcosa? pensavo, sforzandomi di accelerare il passo Magari si sarà ammalato, oppure il padrone lavrà recuperato…
Man mano che calava il buio, ogni suono mi pareva sospetto, ogni sagoma minacciosa. Mai come in quel momento, mi resi conto di quanto rassicurasse la silenziosa presenza di Plutone.
Proprio quando arrivai allincrocio tra via dei Serragli e via Romana, una voce stridula mi bloccò:
Ehi, bella, dove corri? Ti va di fare due chiacchiere?
Sentii il fiato corto, aumentai il passo ma, in quel momento, una mano mi afferrò il braccio con forza.
Ti sto parlando! Non mi ignorare, disse una voce arrogante, stringendomi il braccio. Cercai di divincolarmi.
Lui rise e alzò qualcosa che brillò nella luce di un lampione: era un coltello.
Fu allora che la notte fu squarciata da un vocione forte, continuamente crescente: Plutone, apparso dal nulla, ringhiava furioso. Luomo, sorpreso, lasciò la presa, e in un attimo si ritrovò per terra, il cane sopra di lui.
Lascialo, Plutone, ma non farlo scappare! sussurrai col cuore in gola. Chiamo subito la polizia!
Plutone obbedì, lasciando la mano delluomo ma restando così vicino che questi non osò muoversi. Quando tentò di rialzarsi, Plutone digrignò i denti e lo ringhiò basso, senza mai perderlo docchio.
Poco dopo arrivarono i carabinieri, lo arrestarono e portarono via mentre il mio amico peloso mi raggiungeva io ero ancora seduta sul marciapiede, tutta un tremore.
Il cane mi si avvicinò, posò dolcemente la testa sulle mie ginocchia e sospirò, come solo i cani sanno fare. Mi sgorgarono lacrime sul viso: lo abbracciai, affondando le mani nel suo pelo arruffato.
Grazie, Plutone sussurrai grazie di essere venuto.
Da quella sera nulla fu più lo stesso: Plutone entrò nella mia vita, nella mia casa, e divenne parte di me. Ormai viveva in appartamento: mi attendeva ogni sera sulla soglia, mi seguiva per le stanze, sempre vicino.
Allinizio era spaesato: esplorava con cautela ogni angolo, annusava ogni oggetto, allerta come se si domandasse se fosse tutto sicuro. Non lo forzai: restai accanto a lui, parlandogli piano, lasciando che fosse lui a scegliere i suoi ritmi.
Pian piano Plutone capì di essere al sicuro. Scelse come suo posto preferito il tappeto davanti alla finestra del soggiorno, da dove poteva osservare la strada, le biciclette che passavano, i turisti che si affacciavano curiosi nei cortili, e i riverberi del sole sulla pietra fiorentina.
Gli comprai una cuccia rotonda, ciotole robuste, qualche giocattolo. All’inizio li ignorava, poi tentennò, fino a prendere con garbo la sua palla e il pupazzetto a forma di coniglio.
La nostra quotidianità prese a farsi sempre più intima: a fine giornata lui scalpitava di gioia quando tornavo, mi accompagnava nei miei passi stanchi. Insieme passeggiavamo al Giardino Bardini, dove poteva annusare lerba e specchiarsi nel sole, e io potevo finalmente sorridere di nuovo alle piccole cose.
Un mattino però notai che Plutone non stava bene: era apatico, non voleva mangiare, non si alzava quasi dalla sua cuccia. Mi preoccupai. Chiamai subito la clinica veterinaria di via Pisana e il dottor Rinaldi venne in giornata.
È solo una leggera infezione, concluse. Probabilmente ha mangiato qualcosa sulla strada. Nulla di grave: basterà qualche farmaco e cibo adatto.
Seguii scrupolosamente le sue istruzioni, davo il riso con carne, le pasticche nascoste nel pecorino, e vigilavo che bevesse acqua. Plutone sembrava capirlo e, dopo ogni cura, spesso mi leccava la mano con riconoscenza.
In una settimana tornò vivace e mi accolse ogni sera, scodinzolando come un cucciolo. Io, finalmente, mi godevo lintimità rassicurante che solo lui sapeva dare.
Non avrei mai pensato che sarei riuscita a insegnarli anche i comandi base: Seduto, Vien qui, Terra. Ma era attento, desideroso di compiacere, e la nostra complicità cresceva. Gli altri cani al parco gli facevano festa, lui sintegrava tra loro, io mi sedevo tranquilla su una panchina antica e lo guardavo girare tra gli ulivi e rincorrere i colombi. In quei momenti assaporavo la felicità dolce, senza clamore.
Un altro giorno, tornando a casa, tutto cambiò ancora. Trovo un uomo fermo nellandrone un volto sconosciuto.
Buonasera, mi dice, un accenno di sorriso Lei è per caso Bianca?
Annuii, circospetta.
Mi chiamo Alessio. Sono il padrone di Plutone.
Rimasi attonita.
Ma… allora come mai lui stava per strada?
Alessio abbassò lo sguardo.
Ero partito per lavoro mesi fa. L’ho lasciato a un amico in zona Peretola, ma non è stato in grado di gestirlo. Lo ha lasciato andare. Ho cercato Plutone ovunque, messo volantini, chiesto ai vicini. Poi un giorno lho visto camminare con lei, felice e sereno.
Si fermò.
Vorrei portarlo via, è vero… ma lho visto ora: con lei è al sicuro, è felice. È giusto che resti qui. Volevo solo assicurarmi che stesse bene.
Mentre Alessio si allontanava, sentii un groviglio di emozioni: ero sollevata, grata, anche un po spaesata. Guardai verso casa: da dietro la finestra filtrava la luce e il mio Plutone abbaiava festoso, pronto ad accogliermi. Avevo trovato un angelo custode a quattro zampe, e ormai la mia vita senza di lui non sapeva più immaginarsi.
Da allora, non fui mai più sola. E, ancora oggi, se chiudo gli occhi e ascolto la voce dei ricordi, mi sembra quasi di sentire tra le viuzze di Firenze il passo lento e sicuro del mio caro Plutone, langelo peloso che mi salvò.





