— E tu chi sei per darmi ordini! — La signora Zoya lanciò uno straccio dritto in faccia alla nuora. …

Ma chi ti credi di essere per darmi ordini! sbottò Zia Cesarina lanciando lo straccio dritto in faccia alla nuora. Vivi a casa mia e mangi il mio cibo!

Giulia si asciugò il viso, stringendo i pugni. Sposata da tre mesi, ma ogni giorno sembrava la replica del Palio di Siena, solo che a vincere non era mai lei.

Lavo per terra, cucino, faccio il bucato! Cosaltro dovrei fare secondo voi?

Che tu chiudessi quella bocca, sarebbe già un miracolo! Sbandata! Sei arrivata col fagottino di un’altra!

La piccola Fiorenza, tutta occhi spalancati, spuntò timidamente dalla porta. Quattro anni e già aveva capito che la nonna era peggio di una giornata in tangenziale con lavori in corso.

Mamma, basta! intervenne Enrico entrando tutto impolverato dal lavoro. Che succede adesso?

Succede che la tua signora mi risponde male! Le faccio notare che la minestra è salata e lei? Replica!

La minestra va benissimo, disse stanca Giulia. Cercate solo il pelo nell’uovo.

Eh! Sentito? Zia Cesarina puntò il dito sulla nuora come se dovesse arrestarla. Io cerco il pelo nell’uovo a casa mia!

Enrico avvicinò Giulia e la strinse alle spalle.

Mamma, smettila. Giulia si fa in quattro tutto il giorno. E tu a rompere.

Ah, ora sei contro tua madre? Ti ho tirato su col latte della speranza e guarda qui!

La suocera uscì sbattendo la porta. In cucina calò un silenzio che nemmeno l’orologio osava rompere.

Scusa, sospirò Enrico accarezzando la testa della moglie. Invecchiando è insopportabile.

Enrico, forse dovremmo cercare una stanza, qualcosa. Anche solo una camera…

Con che soldi? Sono trattorista, mica ministro. Basta appena per mangiare.

Giulia si abbandonò tra le braccia di lui. Buono, lavoratore. Solo che la madre pareva uscita da una commedia di De Filippo senza il lieto fine.

Si erano conosciuti alla sagra paesana. Lei vendeva scialli fatti a mano, lui comprava dei calzini. Parla oggi, parla domani e lui subito a dire che una bambina per lui non era un problema. Anzi, i bambini li adorava.

Il matrimonio fu sotto tono. Zia Cesarina da subito aveva storto il naso: giovane, carina e pure laureata in Economia. E suo figlio uno che guidava il trattore.

Mamma, vieni a cena, la piccola Fiorenza tirò la gonna della madre.

Arrivo, tesoro.

Durante cena, Zia Cesarina spinse il piatto come se ci avesse trovato dentro un ragno.

Impossibile mangiare. Nemmeno ai maiali si fa così!

Mamma! Enrico colpì il tavolo col pugno. Finitela!

Finitela cosa? Dico la verità! Guarda tua sorella, la Paola, che massaia! E questa qui!

Paola era la figlia perfetta di Zia Cesarina; viveva a Roma, tornava una volta l’anno e la casa era intestata a lei, anche se non ci metteva mai piede.

Se la mia cucina non piace, cucinate voi, rispose pacata Giulia.

Ah, è pure impertinente! la suocera balzò su. Ti faccio vedere io!

Basta! Enrico si mise di mezzo. Mamma, o ti calmi o ce ne andiamo. Subito.

E dove ve ne andate, in mezzo alla strada? Qui la casa non è vostra!

Verissimo. Loro stavano lì per gentile concessione della santa Paola.

***

Un fardello prezioso

Quella notte Giulia non chiuse occhio. Enrico la teneva stretta e sussurrava:

Tieni duro, amore. Appena metto da parte i soldi prendo un trattore mio. Così lavoro per conto mio e ci compriamo una casa.

Ma costa tanto, Enrico…

Trovo un rottame e lo riparo. Ci so fare, tu devi solo crederci.

La mattina dopo Giulia si svegliò con la nausea. Corse in bagno. Possibile?

Il test fu chiaro: due lineette.

Enrico! Entrò in camera di corsa, bianca come la mozzarella. Guarda!

Lui, mezzo addormentato, fissò il test e subito la sollevò facendola girare.

Giulia! Amore! Arriva un bebè!

Zitto, che ci sente tua madre!

Troppo tardi. Zia Cesarina era in piedi sulla soglia.

Che sono queste urla?

Mamma, arriva un bambino! sfoggiò Enrico un sorriso a trentadue denti.

La suocera arricciò il naso.

Dove vi ficcate, con un altro? Qui già si sta stretti. Paola viene su e vi caccia.

Non ci caccia! Enrico si rabbuiò. Questa casa è anche la mia!

Pure scordato che è intestata a Paola? Tu qua sei solo in affitto.

E in un attimo, la gioia svanì come il sugo lasciato sul fuoco.

Passò un mese. Un maledetto giorno, Giulia doveva portare i secchi dacqua niente acquedotto, ovvio. Una fitta giù in basso, chiazze rosse sui pantaloni…

Enrico! gridò disperata.

Aborto spontaneo. In ospedale le dissero: troppo sforzo, troppo stress. Riposo assoluto.

Ma chi ci riusciva con la suocera tra i piedi?

Giulia fissava soffitto e crepe, in corsia. Finito. Non ne poteva più.

Me ne vado, sussurrò allamica al telefono. Non ce la faccio.

Giulia, ma Enrico? È un bravuomo.

Enrico sì, ma se resto là muoio.

Enrico arrivò dopo il lavoro, stanco, con un mazzo di fiori raccolti nellaia.

Giuli, amore, perdonami. Colpa mia. Non ti ho protetta.

Enrico, io non torno là.

Lo so. Farò un prestito. Troviamo un buco in affitto.

Con che garanzie? Lo stipendio basta appena.

Tenterò lo stesso. Ho trovato un secondo lavoro. Di notte al caseificio, mungo le mucche. Di giorno sto col trattore.

Enrico, ti ammazzi così!

Per te sfondo i muri.

Dopo una settimana la dimisero. A casa, Zia Cesarina non mancò di accoglierla a modo suo:

Non sei riuscita a tenerlo? Lo sapevo. Sei debole, tu.

Giulia non rispose. Aveva ormai capito che non valevano neanche uno spillo le lacrime per la suocera.

Enrico lavorava come un matto: trattore la mattina, stalla la notte, dormiva tre ore.

Mi cerco un lavoro anchio, disse Giulia. Cercano una contabile al Comune.

Lì pagano una miseria.

Euro su euro, si arriva a qualcosa.

Così si organizzò: la mattina asilo per Fiorenza, poi in Comune, la sera si occupava della casa. Zia Cesarina brontolava come sempre, ma Giulia aveva imparato a sentirla come Roncaglia quando gioca la Serie D: un fastidio di sottofondo.

***

Un cantuccio solo nostro e aria nuova

Enrico continuava a mettere soldi da parte, come una formichina. Trovò un trattore vecchio, tutto arrugginito, che il padrone svendeva per due noccioline.

Facciamo il prestito, propose Giulia. Lo sistemi e facciamo entrare qualche soldo.

E se va male?

Ce la farai. Hai le mani doro.

Il prestito arrivò (miracolo!). Il trattore, una specie di trasformatore di ruggine, troneggiava in cortile.

Ah! rideva Zia Cesarina Avete comprato un ferrovecchio! Non ci fate nemmeno la brace!

Enrico smontava il motore notti intere, alla luce incerta della torcia. Giulia lo aiutava: passava le chiavi, teneva i pezzi.

Dormi. Sarai sfinita.

Abbiamo cominciato insieme, finiamo insieme.

Un mese così. Poi due. I vicini li prendevano in giro: «Quel trattorista è cotto, si è riempito il cortile di rottami!»

E invece, una mattina… VRROOOOM! Il trattore tossiva, strillava, ma andava.

Giulia! Si è acceso! Funziona!

Lei corse fuori, lo abbracciò piangendo e ridendo.

Sapevo che ce lavresti fatta!

Primo lavoro: arare lorto del vicino. Secondo: portare la legna. Terzo, quarto… Finalmente euro veri.

Poi una mattina, di nuovo nausea.

Enrico, sono incinta di nuovo.

E questa volta niente secchi, niente fatiche. Capito? Faccio tutto io!

La trattava come un vaso di Murano. Nemmeno uno straccetto poteva toccare. Zia Cesarina schiumava:

Madrina! Io tre li ho partoriti, lavorando il campo!

Ma Enrico era più duro della pietra: nessun rischio.

Al settimo mese arrivò Paola, con marito e piani.

Mamma, vendiamo la casa. Offerta ottima. Tu vieni su da noi in città.

E loro? Zia Cesarina fece cenno a Enrico e Giulia.

Loro? Che si arrangino.

Ma qui ci sono nato anche io! protestò Enrico.

E allora? Casa mia. Ricordatelo.

Quando scade il trasloco? chiese tranquilla Giulia.

Tra un mese.

Enrico era una pentola a pressione, ma Giulia lo fermò con un gesto: calma, non serve.

Quelle sere si abbracciavano in silenzio.

Che facciamo ora? Sta per nascere il bambino.

Troveremo qualcosa, basta che stiamo insieme.

Enrico lavorava di più che mai. Il trattore non aveva più pace. In una settimana guadagnò quanto prima in un mese.

Ed ecco la chiamata del signor Giovanni, il vicino del paese dopo.

Enrico, vendo la mia casa. È vecchia, ma ancora in piedi. Ti interessa?

Corsero a vedere. Tre stanzette, il camino, il pollaio. Niente di che, ma solida.

Quanto vuoi?

Il prezzo era basso, ma senza metà della somma.

Pago a rate? propose Enrico. Una parte ora, laltra in sei mesi.

Va bene. Sei persona seria.

Tornarono a casa quasi ballando il saltarello. Zia Cesarina li aspettava minacciosa:

Dove siete stati? Paola ha portato i documenti!

Meglio così, rispose serafica Giulia. Noi si trasloca.

E dove, sotto i ponti?

In casa nostra. Labbiamo comprata.

La suocera rimase secca. Non se laspettava.

Bugie! Con cosa li avete presi quei soldi?

Lavorando Enrico mise un braccio attorno a Giulia. Mentre tu spettegolavi, noi ci davamo da fare.

Due settimane e traslocarono. Pochi oggetti: che altro avevano in casa daltri?

Fiorenza correva da una stanza allaltra, il cagnolino abbaiava come se avesse vinto il Superenalotto.

Mamma, è davvero nostra la casa?

Nostra, amore mio. Nostratissima.

Zia Cesarina venne a trovarli il giorno dopo.

Enrico, ci ho ripensato… Mi portate con voi? In città mi manca l’aria.

No mamma, hai fatto la tua scelta. Resta da Paola.

Ma sono tua madre!

Una vera madre non dà della straniera a sua nipote. Addio.

Chiuse la porta. Doloroso, ma giusto.

Matteo nacque in marzo. Bello, robusto, con tanto di voce da tenore.

Tutto suo padre! rise lostetrica.

Enrico lo prendeva in braccio come si tiene unopera darte.

Giulia, grazie. Di tutto.

No, grazie a te. Non ti sei arreso. Hai creduto in noi.

La casetta si animava: piantavano pomodori, allevavano galline, il trattore faceva egregiamente la sua parte. A sera, sedevano sul portico. Fiorenza giocava col cane, Matteo dormiva cullato.

Sai una cosa? disse Giulia. Sono felice.

Anchio.

Ricordi quando sembrava impossibile?

Ricordi che hai resistito tu?

Abbiamo resistito noi. Insieme.

Il sole calava dietro gli alberi. Profumo di pane e latte per casa. Finalmente una casa vera. La loro casa.

Una casa dove nessuno può umiliarti, buttarti fuori o chiamarti straniera.

Una casa dove si può vivere, amare e crescere i figli.

Dove si può essere felici.

***

Cari lettori, ogni famiglia ha la sua burrasca e a volte neanche larcobaleno arriva subito dopo. La storia di Giulia ed Enrico è lo specchio di tanti: ci si rimbocca le maniche e si va avanti.

Così si va: dalle tempeste alle giornate di sole, e poi di nuovo, finché la fortuna non fa un sorriso.

E voi che ne pensate: ha fatto bene Enrico a sopportare la madre per tanto tempo, o doveva tagliare corto subito e cercarsi il suo nido? Cosa vi fa sentire davvero a casa: i muri o il calore di chi amate?

Raccontatelo voi: la vita è unosteria e ogni storia fa scuola!

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