— Nonna Mirabella, ma lei è da sola? — Sì, Leandro, sono da sola. — E suo figlio dov’è? Mio papà dice che i lavori degli uomini… — Mio figlio… fa grandi cose in città, Leandro. Lui lì…

Nonna Miriana, sei qui da sola?
Sì, Lorenzo, sono sola.
E dovè tuo figlio? Mio papà dice che zappare è lavoro da uomini.
Mio figlio… lui fa cose importanti in città, Lorenzo. È più utile lì…

Miriana Bianchi sedeva sul vecchio portico di legno, stringendo tra le mani un cellulare vissuto e segnato dagli anni.

Intorno si diffondeva il profumo dei ciliegi in fiore e della terra bagnata dopo la pioggia notturna, ma la donna sembrava non accorgersene.

Nelle orecchie le rimbombavano ancora le parole taglienti del figlio:

Mamma, ma quali orti? Ho un contratto da chiudere, riunioni con gli investitori, la vita va avanti! Tu rimani lì con le tue patate come se fossimo ancora negli anni Sessanta. A che ti serve? Te le compro io al supermercato, non insistere.

Rimise lentamente il telefono nella tasca del grembiule.

Le mani, attraversate da rughe profonde come vecchi torrenti, tremavano lievemente. Oltre la siepe si intravedevano già i picchetti, la corda tesa a dividere la terra nera in rettangoli regolari. La zappa, affilata con cura la sera prima, attendeva paziente accanto alla rimessa.

Ma nessuno arrivò a impugnarla.

Ancora sola, Miriana? Tuo «signore cittadino» è occupato anche questa volta? esclamò la voce della vicina, Giuseppina, comparendo allimprovviso dietro il muretto.

Come sempre, Giuseppina pascolava news appoggiata alla zappa.

Fatti tuoi, Giuseppina, rispose Miriana cercando di dare fermezza alla voce. Marco ha una posizione importante, dirige un reparto grosso, da lui dipendono tante persone. Non è mica come togliere erbacce.

Già, dirige… Eppure sua madre è qui da sola a spaccarsi la schiena! sbuffò la vicina. Ti ricordi quando lo portavi con te, bambino, in mezzo ai filari dopo che tuo marito è mancato? Se non fosse stato per quest’orto e la mucca, dove saremmo finite? Adesso lui, in giacca e cravatta, vede la terra come fosse fuoco sotto le mani.

Miriana tacque.

Ogni parola di Giuseppina era come sale su una ferita.

Ricordava bene i gelidi inverni in cui sopravvivevano solo vendendo ortaggi al mercato e come aveva messo via ogni euro per regalare a Marco labito nuovo per la sua laurea.

Era orgogliosa di lui: del suo successo, dellappartamento a Milano, della moglie Elena che aveva sempre indosso un profumo costoso e non aveva mai calpestato lorto con i suoi sandali eleganti.

Ma oggi quellorgoglio le pesava in bocca come assenzio.

Il giorno dopo Miriana Bianchi si alzò prima dellalba, quando il sole non aveva ancora liberato la valle dalla nebbia.

Indossò gli stivali di gomma, si strinse un fazzoletto sotto il mento e uscì.

La terra, ancora intrisa dacqua dalla pioggia, sembrava pesante sotto i piedi.

Ogni colpo di zappa le rimbombava nelle ossa della schiena.

Passarono due ore.

Aveva lavorato su appena due aiuole quando il cuore prese a battere come un uccellino in gabbia.

Si sedette per terra, ansimando, mentre il mondo le pareva scivolare via in un alone grigio.

Nonna Miriana, sei sola? Lorenzo, il nipotino della vicina, sbucò dietro il cancello con il suo retino per farfalle, fissando curioso la donna sfinita.

Sola, Lorenzo. La terra non aspetta, si asciugò la fronte con una mano infangata.

Ma dovè tuo figlio? Mio papà con zio Michele hanno già finito di zappare tutta la loro vigna.

Marco fa grandi cose in città, Lorenzo. Lì è più importante.

Il bambino alzò le spalle e corse dietro una farfalla, lasciando Miriana a rialzarsi.

Non poteva fermarsi.

Non era la necessità delle patate, era lultima sfida e cura che sentiva di avere.

Non seminare questorto avrebbe significato ammettere la sconfitta della vecchiaia, perdere il filo che ancora la univa al passato e alla famiglia.

Fino a sera lavorò su metà dellappezzamento.

Le mani erano ormai un concentrato di vesciche, i piedi piombo fuso.

Arrivata davanti alla porta, si lasciò cadere sul vecchio divano senza neppure la forza per farsi un tè.

Il telefono taceva sul tavolino.

Giuseppina, pur con la lingua lunga, aveva un cuore generoso.

Notando che la luce a casa di Miriana non si accendeva, si preoccupò e venne a vedere.

La trovò quasi svenuta.

Ma cosa fai a te stessa, Miriana! gridò la vicina frugando nellarmadietto dei medicinali. Sei bianca come la farina!

Passerà solo troppo stanca, sussurrò la donna.

Ma Giuseppina ormai aveva preso il telefono e chiamato Marco.

Pronto? Marco? Sono Giuseppina, la vicina. Lascia perdere contratti e città! Vieni subito qui se vuoi vedere tua madre viva, si è quasi ammazzata in quellorto!

Marco arrivò nel cuore della notte.

I fari della sua auto sfavillante tagliarono la quiete del paesino, spaventando i gatti randagi nei vicoli.

Entrò in casa trafelato, dimenticando persino di togliersi le scarpe.

Mamma! Cosè successo? Perché non hai chiamato un medico?

Miriana, già un po risollevata grazie alle pastiglie della vicina, lo guardò con una strana freddezza.

Cosa ci fai qui? Hai i tuoi affari, i tuoi contratti. Qui sono solo orti, niente di importante.

Marco si sedette, sentendo un bruciore dentro.

La camicia perfettamente stirata gli dava fastidio, la cravatta lo soffocava.

Mamma, pensavo fosse solo un tuo capriccio. Avresti potuto assumere qualcuno, ti avrei mandato i soldi.

I soldi? per la prima volta quella sera lo fissò dritto negli occhi. Marco, lorto non è una questione di euro. È la ragione per cui siamo sopravvissuti. Quando tuo padre se nè andato, questi orti erano tutto. Io speravo venissi non per zappare, ma solo per esserci. Sentire la terra, ricordarti da dove vieni. Sei diventato grande e ne sono felice. Ma hai perso le radici, figlio mio. Un albero senza radici si secca, anche se cresce in un vaso doro.

Lalba sorprese Marco seduto sul portico.

Osservava lorto a metà, i vecchi alberi da frutto che un tempo aveva aiutato a piantare.

Entrò in casa, trovò nella credenza i vecchi abiti da lavoro di suo padre, profumati di polvere e ricordi.

Miriana fu svegliata da un rumore inusuale.

Dalla finestra, lo vide.

In mezzo allorto, suo figlio.
Indossava pantaloni sporchi, stringeva forte la zappa.

Stava lavorando. Goffo, stanco, ansimante, ma ostinato come un tempo.

Marco! Ma ti sei sporcato tutto, domani hai una riunione! gridò scendendo in cortile.

Lui si fermò, si asciugò la fronte con un braccio, lasciando sulla pelle una striscia nera di terra.

Che aspettino le riunioni, mamma. La terra non aspetta. Avevi ragione: mi ero dimenticato qualcosa di essenziale. Pensavo che comprare un sacco di patate fosse uguale a coltivarle. Mi sbagliavo.

A sera lorto era sistemato.

Marco, dolorante e coperto di fango, provava però una pace nuova.

Domani piantiamo le patate, disse entrando in cucina. Anche Elena verrà. Le ho parlato, imparerà anche lei che profumo ha la vita vera.

Miriana riempì silenziosamente due bicchieri di latte fresco.

Vedeva suo figlio adulto, manager rispettato, tornare ad essere per un attimo il bambino che le prometteva di proteggerla dal mondo.

Dopo qualche settimana lorto era punteggiato di germogli.

Marco tornava ogni fine settimana.

Allinizio Elena era diffidente, poi anche lei si scoprì diversa.

Lavorare nel piccolo orto le calmava lanimo più di qualsiasi seduta dallo psicologo in città.

Miriana li osservava dalla finestra, e il cuore non era più afflitto.

Aveva compreso: a volte si deve davvero crollare perché chi ami possa sentirti.

Quel maggio fu un nuovo inizio per tutti.

Lorto smise di essere segno di povertà e divenne il simbolo della famiglia: qualcosa che vive, ha bisogno di cura, fatica e una terra condivisa.

Quando arrivò lautunno e insieme raccolsero le patate, Marco ne sollevò una bella, ancora sporca di terra, sorridendo.

Sai mamma, disse, questa è la cosa più preziosa che abbia mai avuto tra le mani. Perché vale le nostre sere passate insieme, non gli euro.

Miriana annuì.

Sapeva che suo figlio ormai non avrebbe più smarrito la strada di casa.

Perché quella strada, ora, era lastricata non solo di parole, ma di rispetto per la terra e per la donna che gli aveva dato la vita.

Il sole tramontava lento, tingendo il paese di oro.

Nellorto regnava la pace. Tutti erano tornati al proprio posto.

Raccontatemi, anche voi sentite questo richiamo per la terra, per le piante che fate crescere con le vostre mani?

Lorto sembra un piccolo regno, dove siamo sovrani, dove assistiamo alla nascita di vita nuova, piantata e amata da noi stessi.

Ma perché i genitori sono così legati alla terra e i giovani la dimenticano?

Davvero non vi manca mai riconnettervi alle vostre radici, qui sulla terra della vostra famiglia?

E hanno davvero torto i genitori a chiedere ai figli adulti di aiutarli nellorto?

Forse, come la terra, anche la famiglia va coltivata con rispetto, lavoro e memoria. Senza radici, non si può fiorire.

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