— Nonna Miroslava, ma lei vive sola? — Sì, Levko, sono sola. — E suo figlio dov’è? Mio papà dice che certi lavori sono da uomini. — Mio figlio… fa cose importanti in città, Levko. Lui lì…

Nonna Fiorella, ma sei da sola? Sì, Lorenzo, sono sola. E tuo figlio dovè? Mio papà dice che lavorare nellorto è roba da uomini. Mio figlio fa grandi cose in città, Lorenzo. Lui lì è importante…

Mi ricordo ancora la signora Fiorella Gentili seduta sul vecchio scalino di pietra davanti alla casa, una mano stretta attorno a un cellulare malridotto.

Intorno, laria era impregnata del profumo dei ciliegi in fiore e della terra umida, ma la donna sembrava non accorgersene.

La voce del figlio ancora rimbombava tra le sue orecchie, tagliente come un fulmine:

Mamma, ma che orto? Ho una gara dappalto da vincere, incontri con gli investitori, la vita qui corre! E tu ancora pensi alle patate? Le compriamo al supermercato, non pensarci più.

Fiorella rimise il telefono in tasca, con gesti lenti.

Le mani, solcate di rughe profonde come vecchi fossati, tremavano appena. Oltre la sua siepe, già si notavano i segni piccoli paletti e corde tesi a dividere la terra scura in quadrati regolari.

La vanga, affilata il giorno prima, stava appoggiata al muro della legnaia, come in attesa del padrone.

Ma il padrone non era venuto.

Fiorella, ancora da sola che aspetti il signor cittadino? La voce di Assunta, la vicina, la colse di sorpresa.

Assunta, come al solito, pescava pettegolezzi appoggiata con una mano alla zappa sullo steccato basso.

Non sono affari tuoi, Assunta, tagliò corto Fiorella, cercando di tenere la voce ferma. Alberto ha un lavoro di grande responsabilità, in ufficio dipendono da lui. Non tutti possono stare a strappare erbacce.

Eh già, comanda tutti borbottò la vicina. Ma la mamma anziana deve darsi da fare da sola. Mi ricordo quando lo portavi nellorto, piccolino, appena tuo marito Mario ci lasciò Lorto vi ha salvati. Senza patate, senza la mucca, vi sareste persi. Ora invece, giacca e cravatta, e la terra gli brucia le mani.

Fiorella tacque.

Ogni parola di Assunta era come spruzzare sale su una ferita.

Rammentava tutto: gli inverni rigidi quando vendeva ortaggi al mercato, i risparmi conservati minuziosamente per permettere ad Alberto un abito nuovo per la maturità.

Era fiera di lui. Dei suoi successi, dellappartamento a Milano, della moglie Laura sempre elegante, con un profumo da boutique, che allorto non si avvicinava mai con i suoi sandali raffinati.

Eppure proprio oggi, quellorgoglio le pesava amaro come assenzio.

Il giorno dopo, Fiorella si svegliò ancor prima che il sole dissipasse la nebbia sul fiume.

Indossò i vecchi stivali di gomma, la sciarpa in testa e uscì verso lorto.

La terra era pesante di pioggia, il sole ancora nascosto.

Ogni colpo di vanga le mandava un dolore sordo alla schiena.

Passarono due ore.

Era riuscita a zappare appena due filari, quando il cuore iniziò a batterle come un uccellino in trappola.

Si lasciò cadere a terra, respirando con fatica. Il mondo intorno sfumava lentamente nel grigio.

Nonna Fiorella, sei davvero da sola? Al cancello sbucò Lorenzo, il nipotino dei vicini, in vacanza dalla città. Aveva un retino in mano e scrutava curioso la donna sfinita.

Sì, Lorenzo, da sola. E la terra non aspetta, rispose asciugandosi la fronte con la mano infangata.

Ma tuo figlio dovè? Papà dice che è lavoro da uomini. Lui aiuta zio Gigi, hanno già vangato tutto.

Mio figlio fa affari importanti in città, Lorenzo. Lì è più necessario.

Il bimbo fece spallucce e rincorse una farfalla, mentre Fiorella si rialzava, ostinata.

Non poteva fermarsi.

Non era solo questione di patate era tutto quel che le restava da difendere, lultimo legame.

Se quel campo fosse rimasto vuoto, avrebbe dovuto ammettere di essere ormai inutile, che il filo con la terra e la famiglia era davvero spezzato.

Al tramonto aveva lavorato quasi metà campo.

Le mani piene di calli, le gambe piombo fuso.

Rientrando, si lasciò cadere sul divano, senza forza nemmeno per preparare un tè.

Il telefono giaceva muto.

Assunta, nonostante la lingua tagliente, aveva un cuore buono.

Quando, vedendo la casa al buio, sospettò qualcosa, corse a controllare.

Trovò la vicina stremata, pallida come un lenzuolo.

Oh, Fiorella, cosa fai a te stessa! gridò, frugando nellarmadietto dei medicinali. Guarda come sei ridotta!

Passerà, solo troppa fatica, sussurrò lanziana, ma Assunta già prendeva il cellulare.

Cercò il numero di Alberto.

Pronto? Alberto? Sono Assunta, la vicina. Lascia stare quei contratti e corri al paese se vuoi rivedere tua madre! In quellorto sta per lasciarci le penne!

Alberto arrivò nella notte.

I fari del suo SUV tagliavano la calma del borgo, spaventando i cani.

Entrò in casa senza nemmeno togliersi le scarpe.

Mamma! Come stai? Perché non hai chiamato un dottore?

Fiorella, che già stava un po meglio con le pillole date da Assunta, lo guardava da lontano.

Perché sei venuto? Non avevi riunioni, investitori? Qui sono solo piante, niente di importante.

Alberto si lasciò cadere su una sedia, sentendo il colletto stretto come mai prima.

Mamma, credevo che fosse un tuo capriccio. Avresti potuto pagare qualcuno, ti avrei mandato i soldi.

Soldi? Per la prima volta lo fissò negli occhi. Alberto, lorto non è questione di soldi. È quello che ci ha fatto sopravvivere. Dopo che tuo padre se nè andato, questa terra era tutto ciò che avevamo. Non volevo che tu venissi solo per zappare, ma per sentire la terra, ricordare da dove vieni. Sei diventato importante, figlio mio, e sono felice. Ma hai perso le radici. E un albero senza radici si secca, anche in un vaso doro.

Alberto rimase sullo scalino quella notte, albeggiando.

Guardava il campo dissodato a metà, gli alberi da frutto piantati insieme tanti anni fa.

Rientrò, trovò i vestiti da lavoro del padre conservati in soffitta.

Profumavano di polvere e ricordi, autentici come poca altra cosa.

Fiorella si svegliò con un rumore insolito.

Dalla finestra, scorse il figlio in mezzo allorto.

Pantaloni sporchi, maniche rimboccate, la vanga tra le mani.

Zappava, goffo e affannato, ma determinato come non lo vedeva da tempo.

Alberto! Ma cosa fai? Guasterai tutto, domani hai una riunione! esclamò uscendo.

Lui si fermò, asciugò la fronte con un braccio infangato.

I meeting possono aspettare, mamma. La terra no. Avevi ragione ho dimenticato qualcosa di essenziale. Credevo che comprare un sacco di patate fosse come coltivarle. Mi sbagliavo.

A sera, lorto era dissodato.

Alberto guardava la terra sotto di sé, esausto ma in pace.

Le scarpe costose ormai inutilizzabili, ma lanima calma come mai.

Domani piantiamo, disse entrando. Viene anche Laura. Le ho detto che qui si impara cosa sia davvero la vita.

Fiorella gli versò il latte fresco in silenzio.

Vedeva il suo grande figlio, luomo di città, tornato quel bambino che aveva promesso di proteggerla da tutto.

Dopo poche settimane, lorto si coprì di verde.

Alberto veniva ogni fine settimana.

Allinizio Laura era diffidente, poi imparò anche lei ad apprezzare la fatica e la quiete tra quei filari.

Scoprì che lavorare nel verde era la miglior cura contro le ansie della città.

Fiorella li guardava dalla finestra, e il cuore non tirava più brutti scherzi.

Capì che, a volte, solo toccando il fondo, chi ami può finalmente sentire la tua voce.

Quel maggio segnò per loro un nuovo inizio.

Lorto non era più solo miseria o passato.

Era divenuto il simbolo di una famiglia viva, che aveva bisogno di mani, sudore e una terra in comune.

Quando, dautunno, raccolsero le patate, Alberto ne sollevò una bella, sporca di terra, e sorrise:

Sai, mamma, credo che questa sia la cosa più preziosa che abbia mai tenuto in mano. Ha il valore delle nostre sere passate insieme qui.

Fiorella annuì.

Ora era certa che suo figlio non avrebbe più dimenticato la strada di casa.

Perché la via, adesso, era tracciata dal rispetto per la terra e per la donna che gli aveva dato la vita.

Il sole tramontava lento dietro il paese, colorando le strade doro.

Nellorto regnava la pace. Tutti avevano trovato il proprio posto.

Vi chiedo, anche voi sentite il richiamo dellorto? Quelle piante che crescono sotto le vostre cure, come se foste loro sovrani?

Forse perché, proprio nellorto, siamo padroni del nostro piccolo regno, testimoni della nascita di ogni vita che seminavamo di persona.

Ma perché i genitori si affezionano tanto alla loro terra, e i giovani invece se ne dimenticano?

Davvero lanima non trova pace tra quei filari, e non sentite mai la voglia di tornare alle radici della propria famiglia?

E poi, hanno il diritto i genitori di rimproverare i figli grandi perché non aiutano più nellorto?

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